La Turchia verso le presidenziali. Erdogan e il 'fattore G'

Prima la battaglia personale contro l’aborto, poi l’annuncio di una nuova road map per la soluzione della questione curda (insieme al maggior partito di opposizione CHP), adesso il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha dato il via a una nuova accesa discussione, chiamando in causa colui che da alcuni è considerato l’ideologo del suo partito e addirittura uno dei personaggi più influenti del paese: Fethullah Gulen.

 

 

 

di Stefano Maria Torelli - CISIP

 

 

Si tratta del fondatore di un movimento di carattere più sociale, che politico, che si ispira ai valori dell’Islam e che ha saputo creare una rete di contatti e influenza tale, da diventare uno degli uomini più rilevanti del panorama islamico turco.

Ma facciamo un passo indietro.

Da ormai più di 13 anni, vale a dire dal 1998, Gulen vive negli Stati Uniti, in Pennsylvania. Ufficialmente si era recato all’estero per ricevere delle cure mediche, ma in seguito non sarebbe più tornato, anche per il clima che si era creato nel paese, che nel 1997 aveva appena assistito all’ennesimo intervento dei militari nella vita politica turca – seppur indiretto, in quello che sarebbe passato alla storia come un “colpo di Stato soft” – per mettere fine alla prima esperienza di governo dell’Islam politico, quella del Partito del benessere (Refah Partisi), guidato da Necmettin Erbakan.

Gulen da anni riesce a mettere insieme un efficace mix di ideologia e pragmatismo che ne fa una delle manifestazioni più interessanti di tutto il panorama dell’associazionismo di matrice islamica, non solo turco, ma mondiale.

L’Islam propugnato dal movimento di Gulen non è di quelli che possono essere definiti del tutto tradizionali o, addirittura, radicali.

Al contrario, l’ideologo turco è tra i fautori di una forma di Islam che sappia integrarsi nel contesto in cui opera, fino al punto di sfruttarne le opportunità che offre per poter al meglio interagire con la realtà di riferimento.

In altre parole: non c’è spazio per l’anti-capitalismo o l’anti-occidentalismo in Gulen, che invita i turchi ad intraprendere iniziative personali per poter sentirsi a proprio agio nel contesto della Turchia attuale.

Allo stesso tempo, non si parla di lotta di fede o scontri di civiltà, ma lo stesso Gulen è uno dei promotori del dialogo interreligioso, a tal punto che è divenuto famoso il suo incontro con Papa Giovanni Paolo II negli anni Novanta.

Un Islam sì ortodosso, dunque, ma che sappia al contempo essere pragmatico quanto basta per poter aver successo in una società che sembra essere sempre più occidentalizzata, quale è quella della Turchia.

Da qui arriva il successo di Gulen negli ambienti musulmani turchi e, soprattutto, il suo ruolo – seppur non esplicitato – di “eminenza grigia” dell’attuale governo turco.

Gulen ha da sempre suscitato, però, un accesissimo dibattito in Turchia. Per certi versi, si può dire che rappresenta lo scontro in atto tra gli elementi più secolari e nazionalisti del paese e, dall’altro lato, la nuova élite di estrazione musulmana (anche se secolarizzata, come ben rappresentato proprio dall’AKP).

In molti, infatti, vedono in Gulen una figura fin troppo ambigua, che tenta di islamizzare progressivamente la società turca tramite la sua costante azione di soft power.

Proprio così, perché Gulen non è solo un importante riferimento ideologico, ma rappresenta anche una potenza a livello culturale, mediatico, economico e finanziario.

L’organizzazione vanta infatti diversi canali di finanziamento e possiede una rete di mezzi di informazione e divulgazione, tra cui uno dei più importanti quotidiani del panorama mediatico turco: Zaman.

Inoltre, il movimento di Gulen da sempre promuove la diffusione del proprio pensiero tramite il finanziamento di borse di studio e all’apertura di numerose scuole e centri di formazione non solo in Turchia, ma in tutta l’Asia Centrale, in Europa e negli Stati Uniti.

Per questo motivo, è tacciato di proselitismo ed è accusato di usare i suoi potenti mezzi di influenza per i propri scopi e per inculcare una sorta di islamismo nella società.

Visti questi presupposti, sono 13 anni che Gulen evita di tornare in patria, per la paura che ciò potesse essere percepito alla stregua del ritorno di Khomeini in Iran, preludio alla Rivoluzione islamica iraniana del 1979.

Secondo quanto affermato dallo stesso Gulen, il timore che un suo ritorno in patria potesse essere strumentalizzato dai militari e dai nazionalisti per poter intervenire a discapito dell’attuale governo, avrebbe sempre fatto sì che la sua residenza rimanesse negli Stati Uniti.

Perché Erdogan, in questo momento, ha implicitamente invitato questo controverso personaggio della vita pubblica turca a far ritorno in Turchia?

Prima di tutto vi è da notare come, già da qualche settimana a questa parte, il primo ministro turco si stia rendendo protagonista di una sorta di nuovo attivismo in politica interna, tentando di dettarne i temi dell’agenda.

Come già accennato, nel mese di maggio si è scagliato contro l’aborto, definendolo un “omicidio” e tentando di portare in Parlamento una legge che abbassi da 10 a 4 settimane dal concepimento la soglia entro il quale tale pratica può essere considerata legale.

L’aver rispolverato la questione curda, annunciando un piano congiunto con il maggior partito di opposizione CHP, rappresenta un altro passo verso la ricerca di un consenso che tra le classi più tradizionaliste (quali sono in effetti i curdi).

La chiamata in causa di Gulen potrebbe andare nella stessa direzione, vale a dire tenere ancorati alla figura politica quei turchi più conservatori, ai quali storicamente l’AKP si rivolge.

Obiettivo ultimo: la Presidenza della Repubblica.

Nel 2014 il paese sarà chiamato ad eleggere, per la prima volta in maniera diretta – il nuovo capo di Stato turco.

Erdogan, che è alla guida del governo turco da 10 anni, potrebbe aspirare ad essere eletto alla Presidenza.

Il dibattito politico in Turchia, del resto, è ancora aperto circa il conferimento di nuovi e più influenti poteri alla figura del capo dello Stato, o meno.

In questa cornice, tutti questi segnali sembrano far pensare che la campagna elettorale si stia ufficialmente aprendo in Turchia. Ed Erdogan, in questo frangente, sembra apparire più preoccupato di consolidare il proprio consenso interno dal punto di vista personale, piuttosto che di altre faccende.
 

 

18 giugno 2012