La Turchia e il Medio Oriente: una strategia vincente?

Un'analisi attenta e ampia sul ruolo che la Turchia sta giocando, o meglio che ha scelto di giocare, in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre alle "vittorie" del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, si guarda ai "punti deboli" del suo ambizioso progetto.

 

 

 

 

di Maria Letizia Perugini

 

La 'Turchia di Erdogan' punta a diventare il principale attore della regione, sia a livello economico che politico. Lo sostiene il rapporto del Chatman House di Londra, che ricorda come questo paese, membro del G20, sia oggi la diciassettesima economia del mondo, la sesta in Europa, con un tasso di crescita medio annuo del 4,62%.

Il governo del Partito della giustizia e dello sviluppo ha puntato su una ricetta economica basata su tre parole chiave: stabilità monetaria, prudenza finanziaria e innalzamento degli standard di vita. 

L'importante crescita economica e la solidità bancaria ha permesso al paese di passare quasi indenne attraverso la crisi economica del 2008, e ha reso la Turchia un 'ottimo' partner commerciale.

Partendo da questo punto di forza, Erdogan ha potuto così intraprendere una politica estera molto ambiziosa, seguendo due principi guida: 'profondità strategica' e 'zero problemi con i vicini'.

La 'profondità strategica' si è tradotta nella transizione dal tradizionale ruolo di 'paese-cuscinetto', ereditato dalla Guerra Fredda, ad attore dinamico e consapevole delle potenzialità della sua posizione geopolitica, cerniera tra Africa, Asia e Europa.

In particolare l'obiettivo è stato quello di massimizzare i legami geografici e storici con il Medio Oriente, senza compromettere la tradizionale alleanza con la Nato e gli Stati Uniti.

La realizzazione di una politica estera articolata, accompagnata dal principio del 'zero problemi con i vicini', ha permesso al paese di inserirsi in modo capillare in tutti i giochi diplomatici della regione, andando a colmare i vuoti lasciati dalla polarizzazione delle posizioni degli altri paesi.

Strategia sintetizzata dalle stesse parole del ministro degli Esteri: "In Medio Oriente ci sono grandi fratture: sciiti, sunniti, Stati moderati, problemi tra arabi e Israele, o tra Israele e Iran,  e ancora tra paesi e all'interno degli stessi paesi, come gli sciiti e i sunniti in Iraq, o Fatah e Hamas in Palestina, o Hezbollah e Hariri in Libano. Ma c'è un paese che ha canali aperti con tutti e che ha buone relazioni con ognuno. Questo paese è la Turchia. E noi manterremo questa posizione".

Ma il passaggio della 'primavera' ha cambiato le carte in tavola e Ankara sembra aver deciso di abbandonare definitivamente la dottrina 'zero problemi'. In questa direzione andrebbe letto l'appoggio offerto agli oppositori dell'ex alleato Bashar al-Assad e il via libera all'installazione sul proprio territorio del sistema radar della Nato. 

Infine il rapporto si sofferma sui "punti deboli" della 'Turchia di Erdogan' - la questione curda, un sistema di governo quasi secolare e una democrazia fragile -, definendoli dei veri e propri 'freni' nella corsa alla leadership regionale. 

 

5 dicembre 2011

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