La Siria e "l'isteria" anti-iraniana

La Siria non ha bisogno che qualcuno la spinga nel baratro della guerra civile, come sta facendo la Lega araba. In prima fila, il Qatar e l'Arabia Saudita, 'i falchi' del Golfo, mentre la Giordania sembra temere lo spettro di un devastante conflitto regionale. 

 

di Francesca Manfroni

Doveva essere la "soluzione araba" alla crisi, il primo vero banco di prova per l'organizzazione sul 'suo' territorio.

La controrivoluzione delle monarchie della Penisola araba lustra infatti le sue armi (soprattutto tramite il GCC), e invece di mediare tra il presidente Bashar al-Assad e i suoi oppositori, sceglie di umiliare la Siria, sospendendola dal tavolo dove siedono tutti i suoi vicini di casa.

E non è affatto un caso che a protestare contro questa decisione siano stati paesi come il Libano e l'Iraq, che gli orrori della guerra civile li conosco fin troppo bene, senza contare che Beirut e Baghdad non possono davvero permettersi il lusso di accogliere il flusso di profughi in fuga dal potenziale conflitto siriano.

Nonostante gli spiragli che sembrano aprirsi proprio in queste ore, per alcuni sarebbe già troppo tardi per fermare la macchina della morte: "Assad è spacciato, la guerra è già iniziata".

Perché in gioco non c'è la "liberazione" dei siriani, ma la leadership regionale, l'ennesima riproposizione della competizione muscolare tra sauditi e iraniani che assume sempre forme diverse, ma con significati identici.

In tal senso va letta anche la crisi politica libanese, così come il noto dossier nucleare, gli investimenti in armamenti in corso in tutto il Golfo, e le paure sollevate dal ritiro americano dall'Iraq.

Persi i mesi in cui si sarebbe potuto (e dovuto) aprire un dialogo tra Assad e i suoi contestatori, facendo leva sul sostanziale carattere pacifico delle prime proteste di piazza, adesso tra le fila dell'opposizione, i sunniti moderati non nascondono i loro timori per la crescente influenza dei Fratelli Musulmani e dei salafiti - che si dice - siano 'al soldo dei sauditi'.

Anche se la verità sulle vicende siriane è ben lontana dall'essere svelata (ricordiamo i numeri delle Nazioni Uniti, che parlano di oltre 3500 morti, ma anche le finte fosse comuni libiche dei primi giorni della rivolta contro Gheddafi), Assad ha sbagliato. E lo ha fatto tutti giorni, a partire dalle prime ore di protesta di questa 'seconda primavera di Damasco'.

L'errore più grave è stato senz'altro l'uso indiscriminato della forza contro tutti i manifestanti, così come il blocco imposto ai media internazionali che ha generato una vera e propria 'schizzofrenia mediatica', lasciando così il campo libero a voci incontrollate, esagerazioni e probabili distorsioni (in particolare sul fronte dei video diffusi su youtube). Le sue offerte di dialogo con l'opposizione sono state comunque troppo contradditorie, anche se sincere.

Il risultato di questa somma di passi falsi, unite alle velleità interventistiche di alcuni paesi, tra cui la Francia per l'Europa, è che la situazione attuale è diventata sempre più polarizzata: "Con o senza di lui". 

Adesso il problema è che il Consiglio nazionale siriano appare sempre più un burattino nelle mani di chi usa la minaccia della guerra per combatterla davvero o forse 'solo' per ottenere qualcosa dal governo di Damasco.

L'unica via d'uscita per evitare di passare il testimone alla violenza delle armi è tornare alla mediazione internazionale, prima che sia troppo tardi, con un ordine del giorno chiaro e definito: in Siria serve una transizione democratica che tenga conto anche della protezione di tutte le minoranze, alawiti compresi (da cui proviene l'élite al potere). Il rischio vendetta è troppo alto: sunniti contro sciiti e cristiani, curdi contro arabi, poveri contro ricchi. E non solo.

In Siria si gioca anche il "big match" mediorientale: la lotta per leadership regionale, che travolgerebbe Libano e Iraq in primis, laddove le parti sembrano già pronte a imbracciare le armi.

Un'ipotesi che passa anche per l'illegalità della decisione presa dalla Lega Araba, dal momento che per sospendere un membro dall'organizzazione serve l'unanimità.

In fondo la questione sembra sempre e solo una: bisogna superare l'isteria anti-iraniana, che lega tre attori chiave nella regione mediorientale, ovvero Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita (e Qatar).

 

20 novembre 2011