La rivoluzione si racconta. Intervista a Wael Abbas

La primavera egiziana e lo spettro della controrivoluzione. Cosa è cambiato dall’epoca di Mubarak e cosa deve ancora cambiare. Intervista al blogger egiziano Wael Abbas

 

 

 

di Anthony Santilli

 

Cominciamo da te.

Sono un giornalista e un blogger. Attraverso il mio lavoro cerco di produrre dei cambiamenti nella società, cambiamenti di carattere politico, ma anche nella maniera di pensare delle persone, riguardo sé stesse e i loro diritti. Mi occupo soprattutto di quello che accade nelle strade e che non trova spazio nei media tradizionali.

Ho cercato di affrontare alcune questioni considerate in passato dei tabù, come le brutalità e le torture per mano delle forze di polizia, o i diritti negati in Egitto alle minoranze religiose. Il mio scopo è quello di aiutare gli egiziani a prendere coscienza dei loro diritti, ma anche dei loro doveri.

Penso che la presa di coscienza della popolazione egiziana rappresenti il fattore più importante per produrre un vero cambiamento per il futuro. Da qui il nome del mio blog: “Coscienza egiziana” [in arabo al-wa‘y al-misrî]

 

Sei un giornalista indipendente “attivo” già da molto tempo. Com’era la situazione prima, quando c’era ancora Mubarak?

Fino a qualche anno fa in tutto il mondo arabo la situazione era veramente pessima. Per quanto riguarda l’Egitto, il regime di Mubarak era legato alle potenze occidentali da forti interessi economici ed esercitava per loro un ruolo stabilizzatore nella regione, soprattutto rispetto alla questione israeliana.

Per i media la situazione era davvero critica. Mubarak ha provato a far credere all’Occidente che in Egitto vi fosse un sistema democratico. Per esempio non vietò la pubblicazione di alcuni giornali, ma c’erano delle linee rosse da non oltrepassare.

La realtà è che il regime non si è mai preoccupato realmente dei diritti dei cittadini di questo paese.

 

E com’era l’opposizione politica di allora?

Anche su questo fronte la situazione era molto critica. I partiti politici si sono sempre comportati nella stessa maniera. La loro unica preoccupazione era quella di mostrare all’Occidente un regime pulito.

 

Ti riferisci a tutti i partiti, dai socialisti del Tagammu‘ ai liberali del neo-Wafd?

Prendiamo ad esempio il Tagammu‘: sostiene di essere un partito “di sinistra”, ma in realtà è sempre stato colluso con il regime. Si sono sempre e solo preoccupati di combattere i Fratelli musulmani, ma non hanno mai contestato il regime su questioni veramente gravi, come i processi di privatizzazione, oppure la politica educativa. Questioni che non sono mai state nella loro agenda.

Tutti questi partiti politici erano come un ornamento per far apparire il regime “più buono”. Difficile, se non irrealizzabile, l’idea di creare un partito “serio”, tra le autorizzazioni da ottenere e l’approvazione dell’apparato di sicurezza. Quelli che sono riusciti a costruire dei nuovi partiti politici lo hanno potuto fare perché non rappresentavano una reale minaccia.

 

Hai evocato la questione delle privatizzazioni.

La società egiziana si sta muovendo nel solco di un cambiamento all’interno di una prospettiva liberale e di libero mercato. I promotori di questa politica liberale, compresi i movimenti islamisti, oggi sono più forti. In questi anni sotto Mubarak, e già prima di lui, hanno provato a convincere la gente che questa è la giusta strada da prendere. Che il libero mercato e gli investimenti privati rappresentano il futuro, che abbiamo bisogno di capitali dall’estero e che, così facendo, si creeranno più imprese e più posti di lavoro.

La sinistra in Egitto è stata sempre percepita come figlia di un passato di oppressione. La si collega all’Unione sovietica ed alle Repubbliche dell’Europa dell’Est, tutte collassate poiché non erano altro che delle dittature fasciste. In Egitto poi si pensa all’oppressione subita ai tempi di Nasser. Per questo il socialismo qui ha una cattiva nomea. Ma se parli in generale dei diritti degli operai, dei contadini, e più in generale dei diritti delle persone, vieni apprezzato.

 

Eppure tutto è cominciato con delle grandi mobilitazioni di massa nelle aree industriali del paese, come ad esempio negli impianti tessili di Mahalla el-Kubra.

Queste mobilitazioni per i diritti dei lavoratori denunciavano gravi problemi di carattere socio-economico e per questo reclamano ancora oggi delle soluzioni. Le politiche di privatizzazione del regime e il suo impegno nel libero mercato non sono state certo di aiuto.

Si sono venduti asset economici a prezzi molto bassi, accettando bustarelle, rinunciando a servizi in favore di privati per i quali il governo avrebbe dovuto essere responsabile. Si sono poi ridotti i servizi della sanità pubblica, che gli egiziani si aspettano di ricevere. Il regime non ha tenuto nella dovuta considerazione il fattore umano.

 

Le mobilitazioni poi si sono estese ai centri urbani. Che legame vi era tra queste?

Le mobilitazioni nelle varie realtà del paese, urbane o nelle zone industriali, erano strettamente legate. Spesso dal Cairo ci siamo mossi fino a Mahalla ed in altri luoghi per partecipare alle mobilitazioni e per coprire mediaticamente le loro lotte.

Stesso dicasi per loro, che sono spesso venuti a manifestare al Cairo e nelle altre grandi città. Le manifestazioni prettamente urbane si preoccupavano anche delle gravi condizioni in cui si trovavano operai e contadini a causa delle politiche economiche del regime.

 

Tornando alle richieste della piazza. Cosa ti aspetti per il futuro?

Queste riforme sono essenziali perché è da questo primo obiettivo che potremmo capire in che modo si costruirà il futuro dell’Egitto. Se avessimo un sistema veramente democratico con numerosi partiti, un buon Parlamento, allora sì che potremmo costruire qualcosa di buono per il paese. Per pensare a delle prospettive future bisogna avere delle solide fondamenta. Serve un sistema di regole e strumenti su cui gli egiziani possano contare.

Chiunque non vorrà seguirlo verrà escluso. Abbiamo bisogno di garanzie per una piena libertà di associazione e di culto, dove nessuno si senta emarginato, e dove nessuno controlli la vita di nessuno dicendo cosa si deve o non si deve fare. Questa è l’unica strada che vedo percorribile. Non vedo degli intellettuali che possano prendere il potere, tramite magari i socialisti o i liberali, per venirci a dire cosa fare.

Non accetterei più qualcosa di simile. Voglio che le persone possano decidere. Se il popolo è pazzo, farà delle scelte pazze e pagherà per la sua pazzia, per aver scelto magari dei fascisti, o comunque un cattivo governo. Ma allo stesso tempo ci sarà un sistema, una struttura che permetterà loro di allontanare poi questo cattivo governo attraverso le elezioni e sceglierne un altro.

 

L’esercito, da mesi a capo del processo di transizione, sembra stia progressivamente rivelando il suo vero volto, conservatore ed autocratico.

Proprio a questo mi riferivo quando parlavo di scelte errate da parte del popolo. Gli egiziani pensavano che l’esercito avrebbe tutelato la rivoluzione. Personalmente non ho mai sostenuto questa soluzione, nemmeno per un minuto. Sono consapevole infatti che l’esercito detiene interessi completamente divergenti rispetto a quelli portati avanti da chi si è ribellato.

L’esercito è un’istituzione con una lunga storia di corruzione alle spalle. Le alte gerarchie sono parte del regime di Mubarak.

Perché dovrebbero improvvisamente cambiare atteggiamento ora? Secondo alcuni giornali britannici, controlla una grande fetta dell’economia egiziana. Certo è che non lasceranno questo potere facilmente. Non si aspettano certo di vedere ridotto il loro budget da un Parlamento libero ed autonomo. Non stanno pagando tasse, stanno impiegando lavoratori gratuitamente grazie alla  coscrizione obbligatoria. Questa è la realtà delle istituzioni militari che stanno guidando ora il paese. Ecco perché dovremmo allontanarli il prima possibile e mettere in piedi un governo di civili.

 

Ma quale è la percezione che la gente comune ha oggi dell’esercito? E’ cambiato qualcosa dall’inizio delle rivolte?

Non in tutti. Molte persone chiedono semplicemente stabilità. E in nome di questa hanno accettato per molti anni delle dittature.

Per questo molti potrebbero anche accettare l’esercito, ed è per questo che stiamo lavorando, per far capire loro che non è una buona scelta, che così facendo stanno distruggendo di nuovo il paese, che non otterranno maggiore libertà rispetto al passato, e non potranno avere alcuna voce in capitolo sulle sorti dell’Egitto.

 

Intanto i governi occidentali accreditano ai militari un ruolo da protagonisti nel processo di transizione.

Sicuramente se vi sarà un conflitto tra islamisti e militari gran parte della comunità internazionale supporterà questi ultimi, proprio come fece per il caso algerino, perché non vogliono in Egitto un governo retto dagli islamisti.

 

Il governo di Essam Sheraf sembra volgere al termine. Eppure all’inizio, da come lo aveva accolto la piazza, sembrava un candidato “del popolo”.

No. Essam Sheraf è parte integrante del PND ed è stato scelto dall’esercito perché l’esercito sapeva che lui sarebbe stato obbediente.

E’ lo stesso esercito che ha scelto alcuni ragazzi presi da Midan Tahrir dicendo che questi erano rappresentativi della rivoluzione, perché l’esercito sa di poterli controllare, come delle marionette. Io personalmente mi trovo in difficoltà: non mi sento rappresentato, e così anche tanti altri, gli avvocati, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani etc.

Quei ragazzi stanno parlando al posto nostro, con il beneplacito dell’esercito che ci considera troppo radicali.

 

Cosa mi dici quindi di alcuni movimenti che vengono spesso citati dai media come i principali portavoce della piazza? Mi riferisco per esempio alla coalizione dei giovani per la rivoluzione.

Quando parlavo di ragazzi cooptati dal regime mi riferivo proprio a loro. Quelli sono i ragazzi che sono stati scelti dall’esercito per agire come marionette in nome di tutta la rivoluzione.

 

Stai dicendo quindi che lo scontro raccontato dai media tra l’esercito e alcuni soggetti, come la Coalizione dei giovani del 25 gennaio, in realtà non esiste?

Questa coalizione accetta quello che il Consiglio supremo delle forze armate sta facendo. Se l’esercito dice per esempio che non tollererà manifestazioni dopo le 18h00, ecco che loro affermano che la manifestazione durerà fino a quell’ora. Ma tu non sei il mio capo per dirmi di ritirarmi. Se voglio passare la notte a Midan Tahrir, in nome di chi o cosa ti permetti di dirmi cosa devo fare?

Parlano in nome della rivoluzione, ma se la gente non seguirà quello che dicono, allora non saranno più considerati “rivoluzionari”. Se non avranno più questa funzione, potrebbero anche venire arrestati. E’ accaduto molto spesso in passato.

 

Cosa pensi invece di quello che per anni è stato definito come l’unico movimento di massa presente in Egitto ed alternativo al potere di Mubarak? Mi riferisco ai Fratelli musulmani, che da qualche tempo stanno vivendo delle importanti frizioni interne.

Molti giovani in seno alla Fratellanza non amavano il controllo che veniva esercitato su di loro dalle generazioni più vecchie. Alcuni hanno lasciato il movimento, confluendo in organizzazioni completamente nuove, altri hanno raggiunto le correnti socialiste, altri ancora quelle liberali, altri infine sono rimasti nel filone islamista ma fuori dell’organizzazione.

La Fratellanza musulmana è tuttavia ancora oggi un grande movimento, altamente organizzato; in prospettiva potranno ottenere una grande affluenza alle urne in loro favore, anche a causa dell’apatia degli egiziani che rappresentano la maggioranza nel paese.

I Fratelli musulmani non hanno la maggioranza del paese dalla loro parte, ma possono portare molte persone a votare per loro alle prossime elezioni. Il resto degli egiziani starà magari a casa perché non è abituato ad avere elezioni libere, e questo a causa degli ultimi 60 anni, nei quali abbiamo assistito ad un continuo succedersi di regimi militari.

 

Questa mancanza di coesione interna avrà delle conseguenze alle prossime elezioni?

Vi saranno più partiti, tutti islamisti, che agiranno sotto l’ombrello della Fratellanza. Alla fine tutti loro vogliono tuttavia un paese sotto la bandiera dell’Islam, il programma è più o meno lo stesso.

 

Altro fenomeno che si sta diffondendo in Egitto in maniera sempre più rapida è la creazione di nuovi sindacati, indipendenti dalla Federazione che sin dall’epoca nasseriana ha rappresentato uno strumento nelle mani dei regimi per controllare le rivendicazioni dei lavoratori. 

Già durante il regime di Mubarak si era provato invano, per esempio nel settore delle imposte o tra i lavoratori di Mahalla el-Kubra.

Credo che ora, attraverso questi nuovi sindacati, i lavoratori stiano riprendendosi direttamente i propri diritti, senza attendere la lenta attività legislativa imposta dal governo. Credo veramente che questa reale ed inedita rappresentatività rappresenti uno dei fenomeni più positivi prodottisi dalla rivoluzione in Egitto.

 

 

15 settembre 2011
 
Photo by HossamElHamalawy on Flickr