La pseudo-transizione yemenita: Saleh vola negli Usa, ma tornerà

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Un altro raid statunitense nel sud, nuove marce di protesta per le strade di Sana’a, l’ennesimo tentativo di assassinio ai danni di un alto funzionario del governo. Le ultime settimane nello Yemen hanno seguito un copione già visto, e in parte probabilmente già scritto, nonostante la grande differenza sia l’assenza di Ali Abdullah Saleh.

 

 

di Ludovico Carlino (CISIP)

L’oramai (quasi) ex presidente ha lasciato nuovamente Sana’a alla volta degli Stati Uniti, dove riceverà cure mediche in attesa che le acque nello Yemen tornino a calmarsi definitivamente.

Prima di partire per questo anomalo esilio Saleh si è tra l’altro rivolto alla nazione, chiedendo scusa in diretta televisiva per gli errori commessi dal suo regime e annunciando la sua intenzione di fare ritorno a Sana’a per guidare l’opposizione e riprendere le redini del suo partito, il General people congress.

In vista delle elezioni presidenziali del 21 febbraio prossimo queste parole suggeriscono la volontà di Saleh di continuare a giocare un ruolo, non ancora ben definito, nel futuro dello Yemen, forte della legge d’immunità votata dal Parlamento che offre a lui e al suo entourage uno scudo legale da qualsiasi tentativo di prosecuzione giudiziaria.

A prescindere dalle elezioni presidenziali, che vedono tra l’altro la partecipazione di un unico candidato, il vice presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, e del ruolo che Saleh andrà a ricoprire nello scenario politico yemenita, le redini dello Stato rimangono ad ogni modo ben salde tra le sue mani.

La pseudo transizione yemenita non ha difatti ancora investito i familiari di Saleh, dal figlio Ahmed, ancora alla guida delle potenti Guardie Repubblicane, al fratellastro Mohammed, a capo delle forze aeree.

Non è stata quindi una sorpresa vedere lo scorso fine settimana per le strade di Sana’a sfilare migliaia di piloti e funzionari dell’Air Force yemenita per chiedere le dimissioni di Mohammed.

L’escalation delle proteste contro la famiglia dell'ex presidente, questa volta diversificate nella loro composizione rispetto ai mesi precedenti, sottolinea ancora una volta la debolezza del nuovo nascente governo di transizione, nato sulla spinta dell’accordo sponsorizzato dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e siglato lo scorso novembre.

Il documento ha predisposto la road map per la rimozione di Saleh, ma è rimasto pericolosamente  vago sul destino dei suoi familiari che controllano servizi segreti, forze aeree, forze speciali, e quindi in buona sostanza la spina dorsale dell’apparato repressivo yemenita.

Diversi funzionari governativi hanno riconosciuto la paradossale situazione di limbo che sta vivendo lo Yemen, condizionata da un equilibrio di poteri troppo fragile da poter permettere una resa dei conti finale con quanto rimane della famiglia Saleh.

Alcune voci insistono tuttavia che questa incertezza verrà superata all’indomani delle elezioni, quando Saleh sarà formalmente chiamato a ufficializzare le sue dimissioni da capo di Stato, ma ancora una volta è l’accordo del CCG che lascia aperti spiragli per un nulla di fatto.

Una delle principali critiche avanzate nei confronti dell’accordo è stata quella di non aver assolutamente tenuto conto del problema degli Houthi del nord e del movimento secessionista del sud, due conflitti centro-periferia che da un decennio tormentano la stabilità dello Yemen.

Entrambi i movimenti, che non hanno nulla in comune se non reclamare maggiore autonomia (nel caso del movimento meridionale in realtà una completa secessione), hanno difatti deciso di boicottare le elezioni del 21 febbraio, privando la tornata elettorale di una buona dose di legittimità prima ancora del suo svolgimento.

Khaled Ba Madhaf, leader del movimento meridionale di Aden, ha dichiarato che il regime di Sana’a continua a non riconoscere l’esistenza di una causa nel sud, aggiungendo che la guerra civile del 1994 è ancora in corso.

Allo stesso modo il portavoce degli Houthi, secondo gruppo politico del paese con base nella provincia di Sadaa, al confine con l’Arabia Saudita, ha annunciato che il movimento sciita non ha riconosciuto l’accordo tra il CCG, il Joint Meeting Party e Saleh, affiancandosi difatti alla decisione del Movimento secessionista di non prendere parte alle elezioni presidenziali. 

Mentre a Sana’a le elezioni si profilano quindi come il banco di prova per la fragile transizione yemenita, nel sud è in gioco la stabilità stessa dello Yemen.

I militanti islamisti di un nuovo gruppo attivo dalla scorsa estate nella provincia di Aden, Ansar al-Sharia, avrebbero preso il controllo di diverse città dell’area, imponendo le proprie regole ed allo stesso tempo offrendo servizi basici alla popolazione locale inserendosi difatti nel vuoto di potere creato dall’assenza dello Stato.

Mentre l’UNICEF dopo una missione nello Yemen ha concluso nel proprio rapporto che solo per quest’anno mezzo milione di bambini potrebbero morire per malnutrizione chiedendo alla comunità internazionale di aumentare gli aiuti per lo Yemen, è la minaccia islamista che continua a preoccupare in primo luogo Washington.

In settimana gli Usa hanno lanciato un nuovo attacco con drone uccidendo quattordici persone, la maggior parte appartenenti al ramo locale di al-Qaeda secondo fonti statunitensi, la maggior parte civili secondo fonti tribali.

L’attacco è il primo ad essere effettuato dallo scorso settembre, quando le forze speciali americane eliminarono Anwar al-Awlaki, il religioso radicale statunitense elemento centrale utilizzato da Washington per sostenere la legittimità dei raid aerei nello Yemen.

Nella realtà il copione nello Yemen appare sempre lo stesso, con o senza Saleh. 
 

 

2 febbraio 2012