La Primavera Araba vista dall’Africa, dove si teme per 'l'arsenale libico'
Penso che gli unici vincitori per il momento siano i tunisini, gli egiziani e i libici che si sono guadagnati il diritto supremo di scegliersi i propri governanti. I partiti islamici trionfatori devono ancora soddisfare le aspettative del popolo e riuscire proprio là dove i loro predecessori non sono riusciti. Sappiamo che la democrazia non può essere costruita nel giro di una notte.
di Modibo Goita* - traduzione di Marta Ghezzi
Le rivoluzioni arabe hanno portato a cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, così come violente rivolte in Siria, Yemen e Bahrein, e ancora dimostrazioni in Algeria, Giordania e Marocco. Questi recenti tragici eventi nel mondo arabo hanno generato speculazione tra gli esperti riguardo le possibili ripercussioni nel mondo arabo, in Israele, in Africa e persino nell’area Nato.
Penso che gli unici vincitori per il momento siano i tunisini, gli egiziani e i libici che si sono guadagnati il diritto supremo di scegliersi i propri governanti.
I partiti islamici trionfatori devono ancora soddisfare le aspettative del popolo e riuscire proprio là dove i loro predecessori non sono riusciti. Sappiamo che la democrazia non può essere costruita nel giro di una notte.
La Lega Araba sembra uscirne vincitrice, anche se ha adottato il sistema dei due pesi e delle due misure: da un lato ha promosso la no-fly zone in Libia, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite e appoggiando la risoluzione numero 1973 del Consiglio di Sicurezza, con la quale si autorizzavano ‘tutte le misure necessarie’ per proteggere i civili libici.
Dall’altro lato, in Siria continua ad avere un approccio molto più soft – pur rappresentando un enorme passo avanti se comparato con il silenzio della stessa Lega dopo il disastro di Hama del 1982.
Nessuna condanna, invece, per la repressione in Bahrein.
I nuovi governanti emersi all’indomani delle rivoluzioni prima o poi scopriranno le loro carte sulla questione della pace in Medio Oriente.
Certamente, Israele deve rivedere la sua posizione e dare alla pace una nuova opportunità.
È insieme vincitore e perdente: persa l’alleanza con la Turchia, potrebbe perdere anche quella con l’Egitto, ma un’eventuale guerra civile in Siria e uno smembramento dell’esercito inclinerebbe l’equilibrio delle forze in maniera schiacciante a suo favore come mai dalla guerra del 1967, per cui qualunque nuovo governante a Damasco si trovarebbe a riprendere i negoziati con Israele per la restituzione delle alture del Golan da una posizione assai fragile.
Per i paesi del Sahel, la morte del leader libico Muammar Ghaddafi ha portato una nuova minaccia, che ha preso la forma di un’inondazione di armi provenienti dai depositi delle forze armate dell’era ghaddafiana e del ritorno forzato di cittadini del Sahel accusati dai combattenti anti-Ghaddafi d’essere mercenari e torturatori.
Alcuni ex membri dell’esercito libico con armi pesanti sono entrati nei paesi del Sahel, come ad esempio il Mali.
Secondo il quotidiano francese Le Monde, “l’arsenale libico ha fornito abbastanza armi da armare l’intero continente africano”.
Immaginate missili portatili cadere in mano a gruppi terroristici nel Sahel.
Con questa preoccupazione, il presidente del Mali Amadou Toumani Toure ha dichiarato che “la Primavera Araba porterà a una estate di follia nella regione.”
Ed effettivamente l’intero Sahel potrebbe uscirne destabilizzato.
Per molti africani, leader e gente comune, la morte di Ghaddafi ha significato la perdita di un amico generoso.
La grandiosità finanziaria di Ghaddafi è stata tanta che perfino la famosa London School of Economics ricevette una donazione dalla fondazione del figlio Saif al-Islam (cosa che ha messo in dubbio il modo in cui ha ottenuto il suo PhD).
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana Jean Ping ironicamente ha chiesto “Chi avesse preso soldi da Ghaddafi”.
La lista completa dei beneficiari degli enormi regali del leader potrebbe stupire e non poco.
Nella capitale del Mali, manifestanti hanno espresso il loro appoggio al colonnello ed è stata intonata una preghiera speciale in sua memoria.
Viene ricordato da molti come un leader arabo che ha investito miliardi in Africa occidentale, e sovvenzionato più di tremila tra scuole islamiche e moschee.
L’Unione Africana appare come il grande sconfitto di fronte delle rivoluzioni arabe perchè non ha condannato la repressione violenta in Egitto, Tunisia e Libia.
Ha cercato invece di agire da mediatore neutrale, solo per vedere il suo piano di pace rifiutato dal Consiglio nazionale di transizione Libico.
Intanto Gabon, Nigeria, Sudafrica, la Conferenza Islamica e il Movimento dei non-allineati davano il loro appoggio alle Nazioni Unite.
È facile spiegare questo gap: Ghaddafi è stato uno dei fondatori dell’Unione Africana e ha contribuito a circa il 15 per cento del suo budget.
La sua morte ha segnato senza ombra di dubbio la fine del progetto degli ‘Stati Uniti d’Africa’.
Ancora più deplorevole è stato il silenzio dell’Unione Africana circa il trattamento riservato ai migranti africani dopo la caduta di Ghaddafi.
Mi aspetto che gli esperti di difesa africani abbiano imparato qualcosa dalla performance della Nato in Libia.
Gli Stati membri dell'Alleanza Atlantica hanno dimostrato la propria capacità militare di intervento fuori dall’Europa (con più di 26mila incursioni). Come il ministro degli Interni francese Claude Gueant ha reso noto, fornendo sistemi di intelligence e armi ai ribelli e mettendo la scorta di Ghaddafi nelle loro mani, le azioni della Nato sono andate oltre il mandato Onu.
La lezione militare è che eserciti poco equipaggiati e male addestrati non hanno gioco contro la supremazia aerea nella guerra moderna.
Di conseguenza, l’Algeria ora può difendere meglio i suoi interessi strategici all’interno del quadro dell’accordo collettivo di sicurezza stretto con Mali, Mauritania e Niger, gestire un’offensiva e esercitare il suo diritto di risposta come stipulato tra le parti.
In più, Algeria e Marocco devono ora trovare un modo per cooperare e affrontare la minaccia del caos montante sul fronte meridionale. In caso contrario, devono stare pronti ad un inevitabile intervento straniero.
Le lezioni politiche che i leader di paesi in via di sviluppo – Stati non nuclearizzati che non hanno soddisfatto i bisogni base della loro popolazione – dovrebbero avere appreso sono, primo, che la gioventù africana può esplodere come un vulcano e, secondo, che minacciando di distruggere il proprio stesso popolo o annientando quello di un altro paese faranno scattare la comunità internazionale in difesa dei civili in pericolo.
*Modibo Goita è professore alla Peacemaking School di Bamako, in Mali. Le idee qui illustrate riflettono solo il punto di vista personale dell’autore e non sono in alcun modo da considerarsi come ufficiali.
17 gennaio 2012
