La nuova Tunisia di Ennahdha. Intervista ad Osama Al Saghir
Nato a Tunisi 28 anni fa, costretto a lasciare il proprio paese con tutta la famiglia durante il regime di Ben Ali, oggi Osama al-Saghir ci ritorna come membro dell’Assemblea costituente, dopo 17 lunghi anni passati nel nostro paese come rifugiato politico. E' stato tra i fondatori dei Giovani musulmani d'Italia.
di Anthony Santilli
Da oggi possiamo parlare di Ennahdha come del primo partito tunisino. Un risultato a dir poco eccezionale.
Esattamente. Sapevamo di avere buone chance, ma era difficile prevedere cosa sarebbe accaduto. Il risultato elettorale è molto più confortante rispetto alle nostre più rosee previsioni.
In Italia poi è ancora più incoraggiante. Al di là dell’ottima media nazionale, è importante riconoscere che laddove siamo stati più attivi abbiamo ottenuto maggiori consensi. Il nostro impegno è stato premiato.
Come è nata la vostra vittoria sulle altre forze politiche?
Vi era una condizione di partenza importantissima che nessuno poteva ignorare: noi siamo stati da sempre degli oppositori di Ben Ali, subendo di conseguenza una durissima repressione. Questo ha rappresentato un forte elemento di legittimità, mentre per altre forze politiche qualche dubbio c’è stato, soprattutto quando, per la fretta nella ricerca del voto, si sono fatti candidare anche ex-rcdeisti.
Molte forze politiche hanno messo il nostro movimento al centro della propria campagna elettorale. Noi invece i soldi che avevamo li abbiamo investiti tutti in iniziative volte a spiegare alla gente la nostra piattaforma programmatica.
Effettivamente il programma politico da voi presentato qualche mese fa risulta tra i più organici per la varietà di questioni trattate. Come è maturato?
Sapevamo sin dall’inizio che il problema non era solo vincere questa tornata, ma anche mostrare a tutti di saper governare. La costruzione di un programma articolato [vedi l'allegato, ndr] era necessaria perché il paese aveva bisogno di risposte immediate.
Abbiamo mobilitato a questo scopo tutte le forze del partito. Abbiamo messo a capo della sua pianificazione un famoso economista tunisino, Reda Saydi, che sotto Ben Ali ha passato ben 16 anni in carcere, fino al 2007.
Ha coordinato ben 182 esperti, muovendosi con molta razionalità. Nel gran stupore generale, ha accolto molti esperti tunisini che avevano bussato alla porta di Ennahdha per contribuire alla scrittura del programma. Sono stati coinvolti anche molti funzionari che lavoravano al tempo di Ben ‘Ali.
Quale è stata la reazione della popolazione su quest’ultimo punto?
Non vi è stata nessuna particolare reazione, perché non stiamo parlando di politici dell’RCD [partito di Ben Ali, ndr], ma di tecnici che lavoravano nei differenti ministeri. Funzionari che, grazie alle loro competenze, hanno contribuito a farci conoscere la reale situazione del paese.
Loro non hanno esitato a dare il proprio contributo per la costruzione del programma e noi abbiamo riconosciuto la necessità di non poter governare da soli, accogliendo istanze che venivano anche dall’esterno. C’è del sapere tecnico che è stato messo a nostra disposizione, pronto per essere utilizzato.
Nonostante la lunga fase di clandestinità, Ennahdha ha dimostrato durante tutta la campagna elettorale forte dinamicità ed esperienza. Da cosa dipende?
Due fattori sono da tenere in considerazione. Da una parte vi è una forte dedizione al partito da parte dei suoi membri. En-Nahda per molti è la Tunisia, anche grazie all’apertura verso l’esterno che ha sin da subito adottato.
Prendiamo ad esempio quanto avvenuto a Tunisi, dove abbiamo candidato in una delle due sezioni della capitale Souad Abderrahim, una donna leader in passato del movimento studentesco e che solo successivamente ha deciso di impegnarsi con Ennahdha.
Il secondo fattore è il grande capitale sociale sul quale abbiamo deciso di investire. Molti pensano alla Tunisia come un paese del terzo mondo. Siamo invece un paese istruito, maturo, capace di agire con un forte spirito di iniziativa e creatività.
Può farci degli esempi concreti?
L’uso incredibile che abbiamo fatto dei media ad esempio. Ennahdha è riuscito a controbilanciare la dura propaganda fattagli contro dai media tradizionali proprio grazie ai social network e più in generale alla rete.
Abbiamo poi saputo mobilitare la gente sul territorio, con un porta a porta capillare, studiato a tavolino. Pensi che nel periodo pre-elettorale, professori di alto livello hanno organizzato dei corsi di formazione in tutte le città, per istruire la base su come attivare praticamente una campagna elettorale. Io come altri dall’Italia mi sono recato in Tunisia la scorsa estate per partecipare a questi corsi.
Quale ruolo avranno l’esercito e le forze di polizia?
Abbiamo riposto grande fiducia nell’esercito, e continuiamo a dare loro un grande sostegno perché riteniamo che svolga ancora oggi una funzione di garante.
La vera sfida è con le forze di polizia. I cittadini tunisini devono tornare ad avere fiducia in loro. Certo è che chi ha commesso dei crimini deve pagare. Non ci sarà la caccia all’uomo, ma dei processi regolari per chi ha commesso crimini sanguinosi, ma anche contro chi si è macchiato di reati di corruzione.
Può dirci le prossime tappe dei lavori dell’Assemblea costituente?
Per l’inizio dei lavori dovranno passare almeno 9 giorni, necessari alla presentazione di eventuali ricorsi. Entro un mese si eleggerà un Presidente ed un governo di transizione, che tuttavia hanno una legittimità popolare.
Si dovrà quindi redigere la nuova costituzione e le leggi fondamentali del paese. Tengo a sottolineare che questa è una fase costituente dove si deve lavorare tutti assieme.
Una componente importante di questa vittoria è rappresentata dai Tunisini emigrati all’estero. Il suo percorso è emblematico.
Si, mio padre era un membro di en-Nahda in esilio, ed io ho cominciato a militare qui. Nel corso degli anni ho acquisito molta esperienza. Sono stato tra i fondatori dei Giovani musulmani d’Italia, ho organizzato delle iniziative presso il Parlamento europeo.
Sono tra i fondatori del Forum nazionale dei giovani, la più grande organizzazione giovanile spesso consultata dal governo e dal Parlamento italiani.
Durante la vostra campagna di mobilitazione in Italia, che ruolo hanno avuto le moschee?
Per indicazione del partito, durante la campagna di mobilitazione non abbiamo mai coinvolto le moschee. Partiamo dal mio caso. Sono cresciuto nella moschea di Centocelle [quartiere della periferia romana] ed ancora oggi sono attivo al suo interno. Se dopo una riunione sull’attività della moschea dobbiamo parlare della campagna elettorale, ci rechiamo in un ufficio affittato proprio per le attività del partito.
Come tutti, Ennahdha fa delle scelte, di conseguenza può anche sbagliare. Non possiamo compromettere l’attività e la reputazione della moschea per delle scelte fatte dal partito.
Noi non abbandoniamo le moschee. Esse rappresentano un luogo importantissimo ma che deve essere estraneo all’attività politica del partito.
Credo che questa sia una grande lezione che l’esperienza politica di Ennahdha da agli altri movimenti religiosi.
Quali sono i rapporti di Ennahdha con le forze politiche italiane?
Tendenzialmente molti immigrati di seconda generazione in Italia possono sembrare più vicini alla sinistra, per una maggiore sensibilità che questa, almeno in linea teorica, avrebbe dovuto mostrare nei loro confronti.
Tuttavia Ennahdha sta agendo in maniera trasversale, cercando e discutendo con tutte le forze politiche, e questo con molto stupore degli stessi partiti italiani che ci categorizzano secondo canoni errati.
Può spiegarsi meglio?
I partiti italiani devono capire che la lettura del panorama politico tunisino non può avvenire sulla base di categorie come quelle di destra e sinistra, sulla falsariga di quanto prodotto in Occidente.
Considerare il partito Ennahdha come un partito di destra ad esempio è un grave errore. Non siamo né di destra né di centro né di sinistra, siamo un polo a sé.
Se vogliono davvero comprendere qualcosa della nostra politica, come di tutto quanto sta accadendo nella sponda sud del Mediterraneo, devono abbandonare quelle categorie di interpretazione e quegli schemi politici. Se non comprendono questo, non riusciranno veramente ad interagire con le nuove realtà stanno nascendo.
25 ottobre 2011
