La 'linea rossa' della rivoluzione egiziana passa per il corpo delle donne

Storie, nomi e immagini delle donne d’Egitto. "Mi hanno circondata in 5 o 6, si sono strusciati contro di me, mi hanno toccato il seno, hanno messo le mani sui miei genitali e ho perso il conto di quante altre mani hanno tentato di infilarsi nei miei pantaloni".

 

 

di Marta Ghezzi

 

Questo è il racconto in 140 caratteri della giornalista americano-egiziana Mona al-Tahawy su twitter, poche ore dopo il suo rilascio nel novembre scorso.

Accerchiata, picchiata e arrestata senza un’accusa precisa, è rimasta in stato di fermo per 12 ore, per poi essere rilasciata con generiche scuse e senza alcuna spiegazione.

Mesi fa raccontava sul Guardian dell’uso sistematico della violenza sessuale ai danni di attiviste e giornaliste nell’Egitto di Mubarak, usanza perpetrata anche dai militari post-rivoluzione.

Sempre a novembre un’altra donna e un altro corpo, questa volta esibito per protesta.

Aliaa Magda el Mahadi, blogger cairota ventenne, pubblicava su Internet le sue foto nuda "contro la società della violenza, del razzismo, della molestia sessuale e dell’ipocrisia".

Ci vollero pochi minuti perché iniziassero a piombarle addosso minacce e insulti, costringendola a chiudere i suoi accont twitter e facebook, nonchè il suo blog.

Il giorno dopo cinquanta donne israeliane, in segno di solidarietà, pubblicavano una loro foto di gruppo "per l’amore senza confini". Ovviamente nude.

È invece di questi giorni la notizia di una piccola-enorme vittoria, quella di Samira Ibrahim. Sua e di tutte le donne egiziane.

Arrestata in marzo durante una manifestazione contro il regime militare, Samira era stata portata in un carcere militare, dove per legge dello stato era stata sottoposta al test di verginità. In caso di esito negativo del test, ci sarebbe stata la fondata possibilità che le venissero avanzate accuse di prostituzione.

Samira, dopo mesi di battaglie legali, ha ottenuto la cancellazione della legge, liberando tutte le donne egiziane.

Amnesty International, subito dopo la caduta di Mubarak già denunciava le pratiche discriminatorie e inumane all’interno dei centri di detenzione femminili, tra cui ispezioni vaginali e test di verginità a tutte le prigioniere.

Le statistiche dichiarano che circa l’80 per cento delle donne egiziane è stata vittima di violenza sessuale o molestia a sfondo sessuale negli ultimi tre anni.

E il 60 per cento degli uomini egiziani ammette d’aver commesso almeno una volta nella sua vita atti sessuali contro la volontà dell’altra persona.

Reporters sans frontières, in un comunicato diramato sempre il mese scorso, raccomandava estrema prudenza ai media intenzionati nell'inviare in Egitto le loro "giornaliste".

L’ultima aggressione in ordine di tempo è stata quella ai danni di Caroline Sinz, inviata di France 3, violentata da un gruppo di uomini nei pressi di piazza Tahrir in pieno giorno il 24 novembre.

La prima il giorno stesso della caduta di Mubarak, l’11 febbraio. A farne le spese l’americana Lara Logan della Cbs, anche lei aggredita in piazza.

Ed ecco che tra il 19 e il 20 dicembre le donne del Cairo sono scese in piazza, nuove protagoniste della rivoluzione, per ricordare che loro sono ‘la linea rossa’.

 
Faudawasamat: il rumore e il silenzio delle donne di Tahrir

 

Il 20 dicembre ha avuto luogo al Cairo una manifestazione di donne in protesta contro la violenza del governo militare e gli abusi commessi contro i manifestanti negli ultimi giorni.

Una delle sue vittime, la cui immagine ha fatto il giro del mondo, era una donna velata colpita violentemente mentre era già incosciente.

L’accanimento contro di lei è stata la scintilla che ha catalizzato la forza di una maggioranza rimasta silenziosa nel mondo arabo, ma che ha partecipato in maniera attiva alla lotta per la democrazia. 

Il simbolo della repressione, la ragazza velata che, dopo essere stata colpita e quasi spogliata, è stata pudicamente coperta da un soldato (come se spaccare la faccia a un manifestante fosse meglio che esporne il corpo), non ha reso nota la sua identità. La sua famiglia è molto conservatrice.

Mostrare il proprio corpo in pubblico non cessa d’essere un disonore nel mondo arabo tradizionalista, e non importa se la causa sia giusta oppure no.

Come sosteneva anche un’attivista su Twitter @egyptocracy, al centro del dibattito dovrebbe esserci "la violenza esercitata su questa donna, e non la sua nudità". E sempre riprendendo le parole di @egyptocracy, "se devo andarci accompagnata da un uomo, a Tahrir, preferisco non andarci. [...]".

Perché la rivoluzione ha bisogno delle donne e le donne hanno bisogno della rivoluzione.

E le manifestanti egiziane hanno deciso di rendere visibile, e in maniera inequivocabile, che loro continuano a essere parte attiva del cambiamento [...].

"Women are heroes”

Tratto da http://faudawasamat.blogspot.com/2011/12/women-are-heroes.html

 

28 dicembre 2011