La democrazia nel Golfo? Prima bisogna toccare il fondo
I venti della 'Primavera' non soffieranno sulla penisola araba, almeno per ora. Secondo il giornalista Sooud Sultan Al Qassemi esiste una rete di interessi così potente da resistere a ogni tentativo di riforma politica, fatta di tribù, religione, monopoli e giornalisti asserviti al potere.
Interessi economici, legami tribali e fatwe ad hoc. Nel Golfo non è raro vedere un capo tribù votare per tutti i componenti della sua comunità, così come accade spesso che le autorità religiose si prestino al gioco delle autorità.
Al culmine delle proteste anti-Mubarak, fu il Gran Muftì saudita a condannare i manifestanti etichettandoli come “nemici dell'Islam”.
Quando poi le dimostrazioni sono sbarcate anche nel regno, è stata proprio una fatwa a ordinare ai fedeli di non scendere in piazza. E recentemente l’egiziano Yusuf al-Qaradawi, ospitato dal ricco emirato del Qatar, si è ingraziato il suo mecenate sostenendo – con riferimento alla crisi siriana - l’idea per cui le "repubbliche arabe verranno presto sostituite dal più solido sistema monarchico" in tutta la regione mediorientale.
Quindi tribù, fatwe e interessi economici.
La maggior parte delle società che operano nel Golfo sono di fatto monopoli che forniscono servizi scadenti, approfittando della protezione dei loro governanti. E poi c’è un esercito di intellettuali vicini alle autorità, sempre pronti a legittimare tutti quei finti spiragli di apertura democratica, trasformandoli in vere e proprie “riforme politiche”.
Nessuno spazio invece per le voci indipendenti, almeno sulla stampa ufficiale.
Argomenti delicati come le spese per la difesa e la politica estera possono essere trattati solo dagli intellettuali vicini agli stessi regimi.
Insomma - conclude Sooud Sultan Al Qassemi - una vera riforma democratica del Golfo è un obiettivo irraggiungibile, almeno nel breve e medio termine. Fino a quando, cioè, non verrà toccato il fondo.
30 gennaio 2012
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
Un’analisi della Primavera Araba alla luce dell’Autunno Sovietico: similitudini e differenze tra la caduta dei regimi comunisti dell’Europa Centrale negli anni Novanta e la caduta delle dittature arabe dello scorso 2011. Secondo Matyas Eorsi c’è più di un motivo per essere scettici circa le previsioni degli analisti politici e perfino di quelle dei servizi di intelligence.
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
Donne che muoiono per sfuggire ai loro padroni. Succede sempre più spesso nella penisola araba, dove i diritti dei migranti non vengono garantiti da nessun tipo di legislazione e dove la schiavitù è ancora una grave piaga sociale. Nelle ultime settimane è il ricchissimo Kuwait a far parlare di sé: alla fine di dicembre, una cameriera è stata trovata senza vita nella casa del suo datore di lavoro. La domestica si era impiccata.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
Mentre il caos continua ad imperversare nello Yemen, un altro attore sta gradualmente cercando di emergere nella rivolta contro il regime di Ali Abdullah Saleh. Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), estensione territoriale del network qaedista nello Yemen sembra attualmente aver cambiato strategia iniziando a presentarsi come parte integrante della primavera araba nel paese.
Il sangue versato dai protagonisti della primavera araba è anche colpa dell'Occidente e dell'Italia in particolare. È quanto emerge dal rapporto di Amnesty International “Arms transfer to the Middle East and North Africa”.
Il report si concentra sull’analisi della human security nel mondo arabo, intendendo con questo concetto “la libertà da quelle intense, ampie, prolungate e globali minacce a cui la vita e la libertà degli esseri umani possono essere vulnerabili”. Il concetto viene affrontato da molti punti di vista restituendo un quadro completo e esaustivo dei maggiori pericoli a cui la popolazione del mondo arabo può essere soggetta. Principali problemi: l’inquinamento, la violenza, il traffico di esseri umani, la vulnerabilità economica, la fame, la salute, l’occupazione militare. Tra le riflessioni finali viene inserito un dubbio: lo Stato è la soluzione o il problema?
L’ultimo rapporto di questa serie fa un primo bilancio del percorso compiuto dalla regione sul cammino verso lo sviluppo umano dal 2002. Le reazioni e gli sviluppi avvenuti dopo l’inizio della pubblicazione di questi rapporti fa parlare di una “primavera araba”, siamo nel 2005.
Il terzo rapporto della serie degli Ahdr si concentra sul livello di libertà nel mondo arabo: un’intera sezione dedicata al modo in cui il concetto viene declinato in tutta la cultura araba: religione, economia, società. Una riflessione sul rapporto tra libertà e democrazia e su come conciliare questi due aspetti all’interno del mondo arabo. Libertà e diritti umani: il quadro legale della regione. E infine la sezione dedicata a libertà e politica: la società civile secondo il rapporto ha intensificato la sua attività, nonostante i molti ostacoli che deve affrontare, imposti soprattutto dai governi. Le organizzazioni della società civile sono concentrate soprattutto in alcuni paesi: Egitto, Tunisia e Algeria i principali.
Il secondo rapporto sullo sviluppo umano nella regione araba focalizza la sua analisi sul primo dei problemi individuati nel 2002: l’acquisizione, la produzione e la diffusione del sapere. Il rapporto parte dall’assunto che il maggiore gap tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo sia nel campo della produzione del sapere, lo spostamento di questi paesi verso la “società del sapere” potrà portare grandi guadagni
Evidentemente la primavera araba è stata una sorpresa solo per noi occidentali, le coscienze delle nuove generazioni della regione si stavano formando da anni per arrivare a questo momento. E’ quanto sostiene il primo di una serie di rapporti redatti da intellettuali e studiosi arabi, e prodotti dall’Ufficio regionale per gli Stati arabi dell’Undp (United Nations Development Programme). Si tratta di un’analisi che, riletta alla luce degli eventi di questi ultimi mesi, stupisce per la sua lungimiranza. Secondo il rapporto, i giovani e in particolare la popolazione femminile sono profondamente sensibili ai problemi sociali (educazione, partecipazione politica, assistenza sanitaria, ambiente..), e, per quanto il desiderio di emigrare resti alto, la ricerca rivela che va diminuendo soprattutto tra le nuove generazioni.
di Pietro Longo (CISIP)
di Giovanni Andriolo
di Giovanni Andriolo
di Giovanni Andriolo