L’Iraq sotto attacco valutario

La Banca centrale irachena ha dichiarato di essere sotto “attacco valutario”. Nelle aste della banca degli ultimi mesi è aumentato vertiginosamente l’acquisto di dollari statunitensi, che finirebbero per foraggiare il mercato nero di Siria e Iran.

 

 

di Giovanni Andriolo

 

Le richieste di dollari statunitensi alle aste della Banca centrale irachena sono cresciute dai 200 ai 300 milioni di dollari al giorno, a partire dallo scorso novembre: quasi il doppio, se confrontati con i circa 160 dei 12 mesi precedenti.

Il vice governatore della Banca Centrale, Mudher Salih, ha dichiarato recentemente che le autorità competenti stanno controllando le domande di acquisto di dollari molto più attentamente.

La Banca Centrale teme infatti che alcune di queste richieste siano collegate al riciclaggio di denaro. Secondo Salih, la situazione è chiara: l’Iraq è sotto attacco valutario a causa della situazione regionale.

Il meccanismo sarebbe semplice: diversi traders che comprano quotidianamente dollari statunitensi nelle aste della Banca centrale li rivenderebbero al mercato nero in Siria e Iran, paesi che stanno affrontando carenze di valuta a causa delle sanzioni internazionali.

Gli iraniani avrebbero molte difficoltà ad accedere a valute straniere a causa del crollo del rial, come dichiara anche il sottosegretario al Tesoro statunitense David Cohen. La valuta iraniana si sarebbe indebolita nel corso del 2011 dopo che gli USA e altri paesi hanno paventato ulteriori sanzioni che posso includere un embargo petrolifero.

La Siria, alleato regionale dell’Iran, è stata sottoposta nel 2011 a forti sanzioni da parte statunitense, europea e araba, e ha evitato una presa di posizione a livello Onu soltanto grazie all’intervento di Russia e Cina nelle votazioni del Consiglio di sicurezza.

Un embargo petrolifero da parte dell’Unione Europea sta colpendo le entrate siriane e sta dando allo Stato un accesso di gran lunga inferiore alle valute straniere. Basti pensare che nel 2009 e 2010 il settore petrolifero costituiva più del 90% delle esportazioni totali siriane.

Nel frattempo, in Iraq la pressione sulle riserve a causa dell’aumento delle richieste di banconote statunitensi sta influenzando le vendite di dollari. Secondo Salih, questo dinamica non favorirebbe l’interesse dell’economia irachena, poiché sta avendo l'effetto di prosciugare le riserve di valuta straniera.

Nel 2011, le riserve di valuta straniera dell'Iraq, detentore del quinto deposito di greggio al mondo, hanno toccato i 60 miliardi di dollari, la cifra più alta nella storia del paese.

Secondo le dichiarazioni del vice primo ministro per gli affari energetici Hussain Al Shahristani, le entrate dell’Iraq sono in crescita dopo che la produzione di greggio è salita al massimo livello negli ultimi 20 anni, più di tre milioni di barili al giorno.

Il paese, che ha svelato a dicembre scorso un piano di spesa federale per il 2012 di circa 100 miliardi di dollari, sta cercando investimenti stranieri e tecnologie che possano rafforzare le esportazioni di energia e ricostruire un’economia e delle infrastrutture distrutte dal conflitto, dalle sanzioni economiche e dai sabotaggi degli ultimi anni.

All’asta dell’11 gennaio scorso, la Banca centrale ha venduto 252,25 milioni di dollari in banconote a un prezzo fisso di vendita di 1.170  dinari iracheni (per ogni dollaro statunitense); in questo modo, accusa Salih, questa grande quantità di denaro e depositi che sarebbe dovuta essere investita in Iraq, è stata invece cambiata in dollari per poi fuoriuscire dal paese a vantaggio del commercio nei paesi vicini.

 

20 gennaio 2012