L’Iraq in bilico tra un nuovo "dittatore" e l’inizio della resa dei conti?

All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.

 

 

 

di Francesca Manfroni
 
 

Su al-Hashimi pesa infatti il sospetto di un suo coinvolgimento nell’uccisione di alcuni politici nei terribili scontri confessionali che hanno insanguinato il paese. Ma il vicepresidente ha subito rispedito al mittente le accuse, sostenendo che hanno una motivazione esclusivamente politica. 

Sia al-Hashimi che al-Mutlaq fanno parte del blocco Iraqiya, il principale gruppo d'opposizione al governo di al-Maliki, che disponendo di 83 seggi sta minacciando di boicottare i lavori parlamentari. Ed effettivamente lunedì è stato deciso di sospendere le sedute per 15 giorni, anche per l’assenza dei deputati curdi.

Sebbene le accuse rivolte ad al-Hashimi siano tutt’altro che nuove, la scelta del premier sembra però dettata dalla volontà di ‘eliminare’ definitivamente due avversari scomodi come il vicepresidente e al-Mutlaq, che da mesi criticano pubblicamente il suo operato, accusandolo di voler accentrare tutto il potere nelle sue mani come un nuovo "dittatore" e di essere manipolato da Teheran. 

Non vi è infatti alcun dubbio che ciò che sta accadendo oggi sia stata pianificato nei giorni (e nei mesi) precedenti.

A tal proposito va ricordato che immediatamente dopo le elezioni del 2010, i due maggiori gruppi politici – quello appunto guidato da Ayad Allawi e da al-Maliki - si sono dati battaglia con le stesse armi, potendo contare su un numero molto simile di deputati. Dopo molte manovre e mediazioni politiche, l’attuale premier è però riuscito ad avere la meglio.

Tuttavia, per avere il potere, il primo ministro è sceso patti sia con i rappresentanti curdi dall’ormai semi-autonomo Kurdistan iracheno e con la stessa Iraqiya, con la benedizione degli Stati Uniti, che ancora s’illudevano di poter favorire una reale collaborazione tra le varie fazioni politiche.

Da allora il Parlamento è pressoché paralizzato, con la relazione tra al-Maliki e al-Hashimi che ha più volte fatto scintille.

La conseguenza è che ora Al-Hashimi si è rifugiato nel Kurdistan iracheno, sotto la protezione del governo curdo che sembra stia giocando un ruolo di mediatore in questa grave crisi politica, esplosa a pochi giorni dal ritiro Usa, che si concluderà il prossimo 25 dicembre.

Da parte sua, il vicepresidente chiede di poter essere processato in territorio curdo, onde evitare di essere vittima della “parzialità” della magistratura irachena che secondo il leader sunnita sarebbe alle dipendenze del primo ministro.

Nel frattempo, Al-Maliki ha pubblicamente chiesto alle autorità curde di mandare al-Hashimi a Baghdad, dove sono stati commessi i crimini contemplati dall’articolo 4 della legge antiterrorismo, che prevede la pena di morte.

Sul fronte sciita è stato invece Hussein al-Asadi a chiarire la posizione del premier:  "Dicono che lavoreranno con il governo, ma al tempo stesso lo criticano in ogni occasione. Così ha fatto al-Mutlaq, mentre chi non è soddisfatto dei risultati del governo dovrebbe semplicemente unirsi all'opposizione”.

Per al-Asadi se questo accadesse "il governo potrebbe lavorare meglio, attuare i suoi programmi e raggiungere gli obiettivi prestabiliti. Questo è quello che sarebbe auspicabile, anziché avere due squadre che passano il tempo soltanto a distruggersi, reciprocamente”. 

A chiudere il cerchio è il leader sunnita, che sulla sua pagina di Facebook ha appena scritto che da oggi “la democrazia irachena è sotto minacciata” e che ciò che sta accedendo “porterà a nuovo spargimento di sangue” e non solo nel paese, ma in tutta la regione, dove si sta assistendo – secondo Allawi – a une vera e propria ridefinizione degli equilibri tra sciiti e sunniti.

Questa crisi ai vertici che rischia di nuovo di passare la parola alle armi, come dimostrano i molteplici attentati di ieri che hanno provocato oltre 60 vittime e il ferimento di quasi 200 persone, mette inoltre in luce l’importanza del ruolo giocato dalle autorità curde nel processo politico iracheno.

Per concludere appare davvero difficile prevede quale sarà l’evoluzione degli eventi in corso, ma è innegabile che oltre alla paralisi politica, la popolazione irachena - già stremata da vent’anni di privazioni e condizioni di vita disumane – dovrà ancora affrontare le conseguenze di una ricostruzione fallita e dell’assenza di infrastrutture (soprattutto elettricità e servizi sanitari), così come le enormi sfide poste dall’alto livello di corruzione della sua classe dirigente e dalla mancata redistribuzione dei proventi petroliferi.
 

 

23 dicembre 2011