L’Iraq in bilico tra un nuovo "dittatore" e l’inizio della resa dei conti?
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
Su al-Hashimi pesa infatti il sospetto di un suo coinvolgimento nell’uccisione di alcuni politici nei terribili scontri confessionali che hanno insanguinato il paese. Ma il vicepresidente ha subito rispedito al mittente le accuse, sostenendo che hanno una motivazione esclusivamente politica.
Sia al-Hashimi che al-Mutlaq fanno parte del blocco Iraqiya, il principale gruppo d'opposizione al governo di al-Maliki, che disponendo di 83 seggi sta minacciando di boicottare i lavori parlamentari. Ed effettivamente lunedì è stato deciso di sospendere le sedute per 15 giorni, anche per l’assenza dei deputati curdi.
Sebbene le accuse rivolte ad al-Hashimi siano tutt’altro che nuove, la scelta del premier sembra però dettata dalla volontà di ‘eliminare’ definitivamente due avversari scomodi come il vicepresidente e al-Mutlaq, che da mesi criticano pubblicamente il suo operato, accusandolo di voler accentrare tutto il potere nelle sue mani come un nuovo "dittatore" e di essere manipolato da Teheran.
Non vi è infatti alcun dubbio che ciò che sta accadendo oggi sia stata pianificato nei giorni (e nei mesi) precedenti.
A tal proposito va ricordato che immediatamente dopo le elezioni del 2010, i due maggiori gruppi politici – quello appunto guidato da Ayad Allawi e da al-Maliki - si sono dati battaglia con le stesse armi, potendo contare su un numero molto simile di deputati. Dopo molte manovre e mediazioni politiche, l’attuale premier è però riuscito ad avere la meglio.
Tuttavia, per avere il potere, il primo ministro è sceso patti sia con i rappresentanti curdi dall’ormai semi-autonomo Kurdistan iracheno e con la stessa Iraqiya, con la benedizione degli Stati Uniti, che ancora s’illudevano di poter favorire una reale collaborazione tra le varie fazioni politiche.
Da allora il Parlamento è pressoché paralizzato, con la relazione tra al-Maliki e al-Hashimi che ha più volte fatto scintille.
La conseguenza è che ora Al-Hashimi si è rifugiato nel Kurdistan iracheno, sotto la protezione del governo curdo che sembra stia giocando un ruolo di mediatore in questa grave crisi politica, esplosa a pochi giorni dal ritiro Usa, che si concluderà il prossimo 25 dicembre.
Da parte sua, il vicepresidente chiede di poter essere processato in territorio curdo, onde evitare di essere vittima della “parzialità” della magistratura irachena che secondo il leader sunnita sarebbe alle dipendenze del primo ministro.
Nel frattempo, Al-Maliki ha pubblicamente chiesto alle autorità curde di mandare al-Hashimi a Baghdad, dove sono stati commessi i crimini contemplati dall’articolo 4 della legge antiterrorismo, che prevede la pena di morte.
Sul fronte sciita è stato invece Hussein al-Asadi a chiarire la posizione del premier: "Dicono che lavoreranno con il governo, ma al tempo stesso lo criticano in ogni occasione. Così ha fatto al-Mutlaq, mentre chi non è soddisfatto dei risultati del governo dovrebbe semplicemente unirsi all'opposizione”.
Per al-Asadi se questo accadesse "il governo potrebbe lavorare meglio, attuare i suoi programmi e raggiungere gli obiettivi prestabiliti. Questo è quello che sarebbe auspicabile, anziché avere due squadre che passano il tempo soltanto a distruggersi, reciprocamente”.
A chiudere il cerchio è il leader sunnita, che sulla sua pagina di Facebook ha appena scritto che da oggi “la democrazia irachena è sotto minacciata” e che ciò che sta accedendo “porterà a nuovo spargimento di sangue” e non solo nel paese, ma in tutta la regione, dove si sta assistendo – secondo Allawi – a une vera e propria ridefinizione degli equilibri tra sciiti e sunniti.
Questa crisi ai vertici che rischia di nuovo di passare la parola alle armi, come dimostrano i molteplici attentati di ieri che hanno provocato oltre 60 vittime e il ferimento di quasi 200 persone, mette inoltre in luce l’importanza del ruolo giocato dalle autorità curde nel processo politico iracheno.
Per concludere appare davvero difficile prevede quale sarà l’evoluzione degli eventi in corso, ma è innegabile che oltre alla paralisi politica, la popolazione irachena - già stremata da vent’anni di privazioni e condizioni di vita disumane – dovrà ancora affrontare le conseguenze di una ricostruzione fallita e dell’assenza di infrastrutture (soprattutto elettricità e servizi sanitari), così come le enormi sfide poste dall’alto livello di corruzione della sua classe dirigente e dalla mancata redistribuzione dei proventi petroliferi.
23 dicembre 2011
Sono sempre più diffuse le voci secondo cui la Blackwater, la nota compagnia “fornitrice di soluzioni di sicurezza”, intenderebbe ritornare a operare in Iraq, il paese da cui era stata bandita nel 2007. Per riuscirci, ha cambiato il suo nome in Academi.
I numeri di questa tragica realtà sono il risultato di una ricerca sul campo durata tre anni, durante i quali sono state raccolte numerose testimonianze dirette, anche grazie all'intermediazione delle organizzazioni femminili.
Secondo i dati ufficiali del ministero del petrolio, negli ultimi due mesi la performance delle esportazioni di greggio iracheno non avrebbe offerto risultati positivi. Tuttavia, anche qui la crisi globale ha generato un paradosso: a meno esportazioni sono corrisposti più guadagni. E il governo cerca altro denaro da investire.
Processate George W. Bush. E’ questo l’appello lanciato da diverse organizzazioni, tra cui Amnesty International, dopo la sentenza del Tribunale di Kuala Lumpur (in Malesia), che ha confermato le imputazioni per crimini di guerra e torture rivolte all’ex presidente Usa e all’ex premier Tony Blair. Intanto, Bush salta un incontro in Svizzera per 'precauzione'.
La lettura del rapporto 2010 dell’Iraq Minorities Organization (IMO) a cura di Mumtaz Lalani dal titolo “Ancora nel mirino: continua la persecuzione delle minoranze in Iraq” è realmente ricco di dati importanti. Parliamo infatti di bahá’í, cristiani, armeni, comunità di colore, caldei assiri, circassi, Kaka’i, curdi faili, palestinesi, comunità ebraica, comunità shabak, rom, turkmeni, mandei sabei e yazidi.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Un partita di dispositivi per il monitoraggio del web, di origine statunitense e destinata all’Iraq, sembra essere finita nelle mani del governo siriano, che li starebbe usando per controllare ed intercettare attività antigovernative.
Nuovi scontri interreligiosi nella Regione del Kurdistan fanno riemergere il timore per ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Il secolare mosaico etnico e religioso iracheno sembra un ricordo sbiadito di un passato ormai lontano.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
La notizia è stata ripresa solo dall’americana CBS, ma il primo processo per crimini di guerra contro Bush e Blair potrebbe fare luce sulla guerra in Iraq del 2003, individuandone cause e responsabilità.
L’imminente partenza degli Stati Uniti dall’Iraq sembra aprire le porte all’influenza iraniana sul paese, sia a livello politico che economico. Tuttavia, si tratta di un processo già in atto da qualche anno, e precisamente dalla caduta di Saddam Hussein.
La struttura attuale dell’economia irachena non sembra offrire alternative al settore degli idrocarburi. E mentre il ministero dell’Agricoltura iracheno cerca di attirare investimenti, continua il decadimento di settori un tempo chiave, come quello della palma da dattero, e delle condizioni ambientali del paese in generale.
Le autorità del Kurdistan iracheno hanno ufficialmente confermato le voci secondo cui la compagnia statunitense ExxonMobil avrebbe firmato alcuni accordi per effettuare esplorazioni nel territorio del Kurdistan iracheno alla ricerca di petrolio e gas. Tuttavia, si tratterebbe di accordi illegali. Lo scontro tra Baghdad, il Kurdistan e le companies straniere continua.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo).
Da Tunisi a Damasco, le persone hanno dimostrato di non avere più paura, e a rischio della propria vita hanno scelto di protestare e di farlo con tutta la loro voce. I governi europei hanno invece chiuso le frontiere, abbandonando gli attivisti al loro destino. Di questo parlerà Osservatorioiraq.it domani, martedì 1° novembre, alle 18.15 al
Continuano i rastrellamenti della polizia irachena ai danni dalla comunità lgbt. Il 15 settembre scorso, 25 uomini sono stati arrestati, nella città di Kalar, a nord di Baghdad, durante una festa privata.
Lo scorso giovedì, la Korea Gas Corporation (Kogas) e il ministro del Petrolio iracheno hanno perfezionato, dopo una lunga negoziazione, l’accordo per sviluppare il giacimento di gas di Akkas, nel governatorato di Anbar, il maggiore finora scoperto in Iraq.
Secondo l’Organisation of Women’s Freedom in Iraq, le esercitazioni della base americana di Haweeja sarebbero la causa principale dell’aumento dei tumori e delle malformazioni di almeno 412 neonati iracheni.
Era l'aprile del 2004 quando i Marines sferravano il loro primo attacco a
Secondo diverse fonti, governative e internazionali, in Iraq i maltrattamenti domestici nei confronti delle donne sarebbero aumentati durante gli anni della guerra e delle ristrettezze economiche seguite all’invasione americana del 2003. Una donna irachena su cinque dichiara di aver subito violenza.
Mentre si diffondeva la notizia che venerdì scorso
Venerdì scorso due bombe hanno colpito due diversi oleodotti nell’Iraq meridionale, nei pressi del pozzo di Rumaila, uno dei maggiori del paese, sviluppando un incendio che sarebbe stato domato dai vigili del fuoco qualche ora più tardi. L’attacco, non ancora rivendicato, sottolinea ancora un volta le tensioni che attraversano la scena politico-economica irachena, dominata dallo scontro tra forze opposte, interne ed internazionali, per lo sfruttamento delle enormi quantità di risorse energetiche presenti nel paese.
