L’Iraq come Napoli, l’eterna emergenza

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Pochi giorni fa in Iraq è stato eletto il comitato di gestione dell'Ngo Coordination Committee, organismo formato da più di 60 organizzazioni nazionali ed internazionali per gli interventi umanitari, e sostenuto dalle Nazioni Unite e dalla Cooperazione svizzera. Difficile allora non domandarsi perché dopo 9 anni dalla fine della guerra ci sia ancora bisogno di un coordinamento umanitario in un paese dove sono stati spesi, solo di aiuti, più di 20 miliardi di dollari. Senza contare i costi delle operazioni militari.

 

 

 

 

di Domenico Chirico - direttore Un ponte per...

 

 

L'NCCI, costituito nell’immediato dopoguerra (2003) come gruppo di attori autonomi e neutrali, raccoglie le principali organizzazioni attive nel paese con programmi umanitari, sociali e sui diritti umani, così come si occupa di coordinarne gli interventi e di fare lobby presso gli organismi nazionali ed internazionali, offrendo un servizio di informazione costante sui bisogni del paese e sulle aree che richiedono un intervento urgente.

Attraverso il suo sito vengono diffusi analisi e rapporti sulla situazione irachena e sugli interventi umanitari in corso. Un ponte per…, storicamente presente in Iraq, nonché fondatore del coordinamento, è stata eletto per la quarta volta nel comitato di gestione e per questo potrà continuare a coordinare il sotto comitato sulla protezione dei diritti umani, con l'obiettivo di coinvolgere molti altri gruppi della società civile irachena organizzata. 

Ma al di là dell’impegno delle pochissime organizzazioni umanitarie rimaste sul territorio, c’è da domandarsi perché dopo 9 anni dalla fine della guerra ci sia ancora bisogno di un coordinamento umanitario a fronte di più di 20 miliardi di dollari spesi in aiuti. Senza contare i costi delle operazioni militari.

Forse ricordare i dati raccolti dall'NCCI in un suo rapporto del 2010 può essere utile: insicurezza diffusa con attentati continui soprattutto nella capitale, accesso all'acqua garantito solo al 45% della popolazione, continui blackout elettrici e oltre 6 milioni di persone dipendenti dalla distribuzione di cibo (1/3 della popolazione), senza contare l'inefficienza di ospedali e di altri servizi pubblici dominati da una corruzione dilagante. 

Ed è proprio intorno alla corruzione che si gioca uno dei nodi interni decisivi del nuovo Iraq.

Finora è stato lo Stato a mantenere gran parte della popolazione, gestendo il grosso dei posti di lavoro e creando un’enorme sistema di clientele legate alle varie fazioni politiche.

Ma il risultato è che oggi l’Iraq è diventato uno degli Stati più corrotti al mondo secondo la classifica stilata da Transparency International. E difatti le più recenti rivendicazioni della società civile sono proprio legate alla richiesta di giustizia sociale e di lotta contro la corruzione. 

Un ponte per… promuove queste istanze sia all'interno del coordinamento umanitario, che bussando alla porta dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Ma è chiaro che l’esigenza di avere ancora un simile coordinamento non può che essere considerata una sconfitta. Una sconfitta che svela la grande frammentarietà delle migliaia di organizzazioni irachene, di cui solo un centinaio ha forza e capacità di operare sul territorio nazionale con efficacia.

Alcune sono realtà importanti che riescono effettivamente a rispondere ai bisogni della popolazione e a lavorare per i diritti e la giustizia sociale, mentre altre sono nate sull’onda speculativa degli aiuti umanitari.

Tutte, comprese quelle venute dall’estero, hanno seguito in modo più o meno disordinato le emergenze, con il risultato che ora che si stanno assottigliando i fondi, l'Iraq non può contare ancora su un efficiente sistema sociale e politico, pronto a soddisfare i bisogni di una popolazione afflitta ormai da 30 di guerre ed embarghi.

Per fortuna esistono delle eccezioni che, se resisteranno, nel medio periodo diventeranno il vero nucleo di una società civile autonoma, forte ed indipendente.

Nel nord del paese, nell’area gestita dai kurdi, esiste di fatto una maggiore agibilità sociale e politica. Le autorità controllano minuziosamente, ma tollerano e lasciano spazio. Ed è proprio qui che si osservano alcuni 'fermenti vivi' della società irachena. I sindacalisti che chiedono diritti alle compagnie petrolifere nazionali ed internazionali, le molte organizzazioni che si battono per i diritti delle donne, le minoranze che non fuggono ma resistono e lavorano per preservare la loro storia e la loro cultura millenaria.

C’è anche chi riesce ad occuparsi dei diritti della comunità LGTB, perseguitata e martoriata. E poi i molti giornalisti che recentemente si sono battuti contro la legge sulla stampa, di fatto liberticida e con imposizioni che hanno fatto ripiombare il paese ai tempi della dittatura. 

Questi nuclei di società civile resistente stanno lavorando per far emergere un altro Iraq lontano dalle spartizioni di potere e dall’eterna emergenza che costringe tutti a misurarsi non con una normale transizione, ma sempre con l’eccezionalità degli eventi.

Emergenza eterna, come nel post-terremoto a Napoli, che serve ad alimentare poteri e clientele. 

Il ruolo delle organizzazioni internazionali rimane ancora necessario in questo contesto, anche per proteggere gli attivisti iracheni. Ma speriamo di poter lentamente ridurre il nostro peso, iniziando con primo il Social Forum Iracheno. 

 

 

6 marzo 2012