L’importanza di essere giordani

Le donne giordane, guidate da Nimat Habashneh, sono scese di nuovo in piazza per chiedere la revisione della legge numero 6 del 1954, quella sulla cittadinanza. 

 

 

di Marta Ghezzi da Amman

 

Le richieste sono sempre le stesse: riconoscere la possibilità alle donne di trasmettere la cittadinanza giordana ai figli avuti da padri stranieri e l’aggiunta della parola ‘genere’ all’articolo 6 della Costituzione, quello che statuisce la non discriminazione tra giordani sulla base di razza, lingua o religione.

Per mesi si sono susseguiti sit-in e presidi silenziosi, davanti ai centri decisionali del paese - la Corte suprema, il Parlamento, il palazzo del governo -, per far capire quanto il problema stia a cuore alle decine di migliaia di giordane discriminate nei loro diritti civili solo in quanto donne.

La legge prevede la cittadinanza per i figli di padre (giordano), ovunque essi vengano alla luce, per i figli di madre giordana e padre ignoto, per gli orfani di padre e madre residenti nel regno e per i palestinesi non ebrei regolarmente residenti in Giordania tra il dicembre ‘49 e il febbraio ’54.

Per tutti gli altri no.

E lo stesso vale per le donne straniere sposate con giordani. O meglio, la legge stabilisce dei limiti di tempo per l’acquisizione della cittadinanza via matrimonio, ma poi mette le mogli nella posizione di dover richiedere un permesso scritto dai consorti per la richiesta di cittadinanza, permesso che spesso non viene concesso.

Sono passati già dieci anni da quando la questione è approdata per la prima volta sul tavolo del governo. Era il novembre del 2002. Nemmeno cinque mesi dopo il ministero degli Interni bloccava il processo di modifica.

La motivazione: permettere il passaggio di cittadinanza ai figli di madre giordana e padre straniero avrebbe significato regolarizzare la posizione di più di mezzo milione di persone, tutti figli di palestinesi non giordani sposati con circa 60mila donne di passaporto giordano.

Da allora nulla è stato fatto per equiparare i diritti delle cittadine giordane a quelli dei loro compatrioti maschi.

Nel gennaio scorso il primo ministro ha dichiarato di aver iniziato le consultazioni con il collega degli Interni per valutare la possibilità di modificare la legge.

E non è (solo) una questione di principio. Non essere cittadini giordani, in Giordania, significa non poter accedere all’istruzione pubblica gratuita, essere costretti al rinnovo ogni dodici mesi di documenti e permessi di residenza, non avere assicurazione sanitaria, dover chiedere (e pagare) un permesso di lavoro con scadenza annuale e difficilmente ottenere la patente di guida.

Le attiviste hanno dichiarato la volontà di proseguire con il presidio davanti al palazzo del governo finchè non otterranno una risposta chiara dall’esecutivo.
 

 

28 febbraio 2012