L’Egitto non può (e non deve) essere una teocrazia
"Nonostante la vittoria alle elezioni, i Fratelli Musulmani devono trovare un equilibrio nella relazione tra religione e Stato". Lo scrive Ayman El-Amir, ex-corrispondente di Al-Ahram a Washington, che da una parte si schiera con "quei giovani che hanno issato le bandiere credendo di consegnare la rivoluzione in mani sicure", e dall'altra accusa i militari di "controrivoluzione".
traduzione di Marcella Pasquini
Le elezioni parlamentari appena concluse hanno generato un diffuso senso di orgoglio nazionale in Egitto, ma non un orientamento politico specifico.
I partiti islamici, capeggiati dal partito “Libertà e Giustizia” dei Fratelli Musulmani, sono emersi come i vincitori assoluti, mentre la coalizione liberale del Blocco democratico, istituita meno di sei mesi fa, è stata largamente sorpassata.
Di conseguenza, tale risultato è lontano dal rappresentare quella comunità politica plurale che l’Egitto sta cercando.
Sono state commesse e segnalate alcune irregolarità, ma non si sono verificati brogli significativi né coercizioni: piuttosto, gli elettori, hanno votato secondo la propria coscienza religiosa piuttosto che secondo una valutazione attenta dei programmi politici.
A causa di una diffusa carenza di educazione civica e politica, gli egiziani hanno votato per ciò che rappresentava l’antitesi all’infame regime di Mubarak, nella convinzione che questo bastasse a produrre quella libertà e giustizia sociale che è nelle loro aspirazioni: così i partiti islamici hanno ottenuto più di quanto si aspettassero e i democratici liberali meno di quanto meritassero.
Con tali asimmetrici risultati l’Egitto si trova ora ad affrontare un futuro politico incerto.
Dopo tutti i sacrifici fatti, i giovani che avevano marciato e combattuto per la rivoluzione, sono tornati a casa a mani vuote. Dopo le dimissioni forzate di Mubarak hanno issato le bandiere credendo di consegnare la rivoluzione in mani sicure.
I loro rappresentanti eletti nel nuovo Parlamento sono ben pochi, e al loro posto è stata eletta una eterogenea moltitudine pseudo-rivoluzionaria di opinionisti, opportunisti, politicanti della televisione, malviventi infiltrati e islamisti dell’ultim’ora.
Il programma della 'Rivoluzione del 25 gennaio' ha subito numerose modifiche fino a ridursi a una scialba ombra delle domande originali di “pane, libertà e giustizia sociale”.
Non è che i dimostranti del 25 gennaio abbiano dato la propria rivoluzione in pasto ai lupi: ne hanno affidato le sorti al Consiglio supremo delle forze armate che si era assunto l’onere di proteggere gli interessi di coloro che si opponevano al regime di Mubarak e ai suoi teppisti.
Ma, durante questo primo anno, ormai trascorso, con il mandato di proteggere la popolazione, il Consiglio ha dato prova di essere reattivo piuttosto che proattivo.
Si è notata una netta differenza tra il modo caotico in cui i militari hanno gestito gli incidenti a Maspero (quartiere del Cairo dove ha sede la TV di Stato) e il modo disciplinato con cui hanno garantito l’organizzazione delle elezioni parlamentari.
Alcuni ritengono che i militari abbiano un piano nascosto per impadronirsi del potere, ma i più ritengono che non vi siano gli elementi per riconoscere ai militari un tale acume politico: semplicemente hanno voluto condurre una rivoluzione sicura, in grado di rimuovere Mubarak ed alcuni dei suoi principali seguaci, ma lasciando intatte le istituzioni del potere dello Stato.
In tal modo, hanno incoraggiato le forze della controrivoluzione e hanno allontanato le vere forze rivoluzionarie, costringendo una minoranza di esse a ritirarsi nell’anarchia.
Poi, nel tentativo di rispondere, ormai in ritardo, alla richiesta iniziale di costituire un consiglio presidenziale, l’ordine militare ha creato il cosidetto Consiglio consultivo, che è solo un modo per far indossare una maschera civile al vero volto militare.
Esitazioni e ritardi hanno generato sospetti circa le reali intenzioni dei militari. La lentezza con cui è condotto il processo a Mubarak, l’incapacità di garantire nelle strade sicurezza e protezione alle persone nei confronti dei crimini comuni, il giro di vite selettivo nei confronti della società civile e la mancanza di progressi e dei passi necessari a stabilire una giustizia sociale, hanno prodotto un diffuso e negativo senso di sfiducia circa la direzione verso la quale il consiglio militare sta conducendo il paese.
L’inevitabile conclusione è che i militari non stanno dirigendo la rivoluzione, ma la stanno gestendo.
Tutti si stanno interrogando sulla direzione che prenderà l’attuale situazione politica. E’ ormai certo che i partiti pro-islamici, soprattutto i Fratelli Musulmani, avranno la maggioranza nel nascente Parlamento.
E’ tutto da vedere quanta tolleranza mostreranno verso gli altri partiti, siano essi i liberali o i salafiti integralisti.
E, ancora più importante, non si sa quale ruolo assumeranno i militari nei confronti del nuovo sistema politico, sebbene, essi da quanto viene riferito, siano disposti a ritirarsi dalla vita politica quando sarà stata votata la Costituzione definitiva e sarà stato eletto il nuovo presidente.
Nonostante la schiacciante vittoria del partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani stia creando apprensione tra i liberali e i laici che temono per i cambiamenti che, su ispirazione dei religiosi, potranno essere introdotti nella società, i Fratelli Musulmani, per ora, non vogliono mostrare i denti.
I salafiti, invece, tendono ad adottare toni religiosi stridenti, che potrebbe provocare contrasti con i Fratelli Musulmani e con i liberali democratici.
Benché il ruolo delle forze armate nell’era post-rivoluzionaria debba essere ancora determinato, esso rivestirà probabilmente la funzione generale di “il guardiano della rivoluzione”, termine che è coerente con il linguaggio generale della fraseologia costituzionale.
Nonostante la sbalorditiva vittoria dei partiti pro-islamici, è inevitabile che si vada a costruire una coalizione tra i differenti blocchi. Non sarebbe nel migliore interesse del partito dei Fratelli Musulmani esercitare un controllo monopolistico e teocratico sul Parlamento.
I luoghi ove esercitare la teocrazia sono la moschea o i seminari religiosi, non le sedi del Parlamento, dove invece sono fondamentali il compromesso e il confronto.
Una legislazione che si basasse sul terrore della maggioranza potrebbe dividere la società e non porterebbe ad una reale democrazia. La maggioranza ha l’obbligo di proteggere i diritti delle minoranza, perché la forza di una catena si basa sulla resistenza del suo anello più debole. E le minoranze, siano esse liberali, copte o indipendenti, potrebbero rompere l’intera catena se fossero poste sotto pressione.
La democrazia non prospera in una teocrazia, non importa quante volte il nome di Dio sia invocato.
L’esperienza turca e tunisina nella ricerca della democrazia sono esempi da cui imparare. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel citare in sintesi l’esperienza turca e nel descrivere se stesso, come un devoto e praticante musulmano che è allo stesso tempo il primo ministro di uno Stato laico, ha voluto porre l’accento sul fatto che non c’è alcun conflitto tra la devozione a Dio e la gestione di uno Stato laico.
In Tunisia, il partito religioso Ennahda ha mobilitato le sue file e i suoi quadri per imporsi alle elezioni per l’Assemblea costituente. Comunque, sta cercando di mostrare un approccio liberale, in particolare nei confronti dell’Unione dei lavoratori tunisini e di altre organizzazioni di orientamento liberale, per trovare un equilibrio tra religione e Stato.
La Tunisia ha una tradizione laica di decenni, fin da quando ha conquistato l’indipendenza nel 1956. Tutto ciò, col tempo, comporterà un equilibrio tra stato e religione. A questo devono tendere i partiti islamici in Egitto.
Dopo il collasso dell’ideologia comunista e dell’ex Unione Sovietica, il mondo è divenuto un luogo più complesso da gestire e in cui vivere. Il dominio teocratico iraniano resta un’anomalia che cerca una via d’uscita.
L’Egitto, la Libia e la Tunisia, dopo essere emersi dal lungo ed oscuro dominio della dittatura, devono raggiungere uno compromesso storico, che riservi alla religione il suo giusto posto nel cuore e nelle menti delle persone ma che, allo stesso tempo, dia loro quella libertà politica di cui, per vari motivi, sono stati a lungo deprivati.
15 gennaio 2012
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
Le casse della Banca centrale d'Egitto piangono miseria. La crisi che ha colpito il settore turistico sta mandando in rovina milioni di egiziani, costretti ad accettare stipendi da fame. Dopo i manganelli e i lacromogeni occidentali, ora i giovani di Piazza Tahrir devono combattere anche la povertà.
Quella che ci accoglie negli ultimi giorni di questo 2011 indimenticabile per gli egiziani è una città sospesa. Tanta, troppa la miseria in cui continua a vivere la maggioranza della popolazione, come a Poulak, dove arriviamo accompagnate da alcune attiviste del Centre for egyptian women legal assistance, che in questo quartiere ha la sua sede.
Da giorni la stampa egiziana e internazionale si felicita della liberazione del noto attivista egiziano. Tuttavia, a guardare bene, il suo rilascio sembra più un semplice diversivo, che non mette in discussione gli strumenti repressivi che il regime ha a disposizione per mantenere il controllo sulla piazza.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
L’ultima nave è partita dal North Carolina (Usa) il 26 settembre scorso. Direzione Suez, Egitto. Scalo tecnico a Cagliari, Italia, il 15 novembre. Ultima in termini di tempo. Sette tonnellate di armi e munizioni, tra cui manganelli di gomma, gas lacrimogeni e fumogeni. Tutto made in Usa, tutto autorizzato dal dipartimento di Stato americano. Mittente la Combined System, Inc. Destinatario l’esercito egiziano.
L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.
Dopo nove mesi di rivoluzione permanente, il paese s'interroga sulla strada da percorrere. E le risposte sono molte, e tutte diverse: "Sono un militare e i miei soldi arrivano dal popolo egiziano: tutto l’esercito è pagato dalle tasse della gente. Anche Tantawi".
Continua a restare vivo il filo rosso che lega le rivolte nordafricane e i movimenti di protesta occidentali, un collegamento che si evidenzia nei valori ma anche nei mezzi utilizzati per reprimerli e ancora nella solidarietà che i giovani dimostrano tra loro.
Israele è spaventato dall’onda islamista, ma non esclude il dialogo. Intanto i giornali salutano il risultato delle elezioni egiziani con titoli che parlano di “uragano”, “diluvio” o “tsunami”.
Mancano soltanto poche ore per la fondazione ufficiale di “We Are Egypt”, e attraverso la pagina
Gli islamisti ostacolano l’uguaglianza di genere, ma niente paura: c'è l'attivismo al femminile. In un momento in cui ci si aspetta, dopo le elezioni, un Parlamento dominato dai partiti islamici, il movimento resta ottimista sul futuro della battaglia per i diritti delle donne.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
In Egitto una seconda, lunga e determinata fase di contestazioni sembra aver disorientato ancora di più che in passato gli analisti, mentre il processo elettorale prosegue. Ne riflettiamo con Gennaro Gervasio, professore alla British University del Cairo, che sta seguendo in prima persona gli avvenimenti di questi ultimi mesi.
Molti dei manifestanti di piazza Tahrir sono stati gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tante le persone ricoverate con sintomi di asfissia e reazioni allergiche, senza contare i traumi al volto e agli arti provocate dalle "armi" made in Usa.
Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.
Come è cambiata la vita in Egitto dopo la rivoluzione, e che cosa succederà alle elezioni parlamentari in programma alla fine del mese? Ce lo racconta David Ignatius sul
"E' forse un segno di questi tempi che la nostra percezione dei moti arabi sia stata accompagnata da un profondo senso di ansia. Se infatti abbiamo guardato alle rivolte come esempi suggestivi di un cambiamento politico, fin dall'inizio le abbiamo percepite anche come delle rivoluzioni fragili".