Iraq: tutto questo sangue si poteva evitare?
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
“Contesto fermamente questo approccio perché penso che spinga l’Iraq a perdersi. La responsabilità è soprattutto della politica messa in atto dall’amministrazione americana a partire dal 2003”, ribatte Myriam Benraad, ricercatrice dell’Istituto internazionale di ricerche per la pace di Ginevra (GIPRI).
Secondo le sue analisi, il rovesciamento del regime di Saddam Hussein avrebbe potuto non generare quel caos che regna tutt'ora nel paese.
Di certo Washington non ha tenuto molto conto del fatto che l’Iraq, oltre a essere un epicentro dello sciismo, è da sempre un importante punto di riferimento per tutto il mondo sunnita. Baghdad è stata la capitale del Califfato Abbaside, che alcuni musulmani considerano l’età dell’oro dell’Islam.
Ma soprattutto gli americani sembrano non aver capito che una nazione irachena esisteva dal lontano 1932.
Sebbene il paese sia stato ‘creato’ dalla potenza mandataria attorno a tre antiche province ottomane Baghdad, Bassora e Mossul - la rivoluzione contro la corona britannica ha rappresentato - secondo la Benraad - un passaggio fondamentale per la riappropriazione di un progetto nazionale iracheno.
La ricercatrice sottolinea come l’appartenenza identitaria si sia misurata anche in occasione dell’invasione americana del 2003. La contestazione all’occupazione è stata trasversale ed è scoppiata nei quartieri popolari di Baghdad a maggioranza sciita, non in quelli sunniti.
Eppure l’amministrazione Bremer, spinta da una Casa Bianca che dopo l’11 settembre vedeva nei sunniti la spina dorsale del terrorismo internazionale di matrice islamica - ha semplificato la straordinaria complessità irachena, liquidando tutti i sunniti come potenziali fedelissimi del regime di Saddam Hussein.
'L’incomprensione' americana dell’Iraq si è tradotta in una scelta che può aiutare a capire gli eventi di oggi.
La de-baatificazione, quella che doveva essere “una semplice pulizia dei peggiori elementi del regime di Saddam”, ha portato il paese sull’orlo del baratro.
E’ su questo pretesto che si gioca ancora oggi la partita politica nazionale: il premier al-Maliki accusa il vicepresidente Tariq al-Hashimi di essere coinvolto in atti di terrorismo compiuti da “presunti baatisti”. Senza contare che questa scelta (incosciente) ha gettato nella fauci della guerra civile una massa di uomini che di mestiere facevano i soldati e che da un giorno all’altro si sono trovati a formare parte di quella resistenza armata che ha combattuto l’occupazione americana.
E se anche la stampa a stelle e strisce continua a dimenticare (o peggio negare) 80 anni di storia, deve comunque ammettere che il ripetuto intervento americano nel paese (si contano almeno due guerre del Golfo) ha lasciato dietro di sé un Iraq ridotto a brandelli e abbandonato in mano a dei politici corrotti, nella migliore tradizione occidentale.
Nell’ormai lontano 2003 “abbiamo scritto che la guerra in preparazione contro l’Iraq rappresentava un triplo affronto al diritto internazionale, ai diritti dell’uomo, alla democrazia. Oggi aggiungerei anche all’intelligenza”, sottolinea Gabriel Galice vicepresidente del consiglio della Fondazione del GIPRI.
16 gennaio 2012
Uno scandalo rischia di travolgere l'attuale segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. Come primo ministro danese - in carica dal 2001 al 2009 - Rasmussen avrebbe infatti autorizzato il trasferimento di prigionieri iracheni alle autorità di Baghdad, pur sapendo che queste persone sarebbero state barbaramente torturate.
Bambini e giovanissimi travolti dal terrorismo e dalla guerra, vite spezzate e famiglie distrutte. E' questo il filo rosso che unisce la Palestina all'Iraq in “Festa di rovine”, l’ultimo libro di Miriam Marino*.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
L’ultimo convoglio militare americano ha lasciato l'Iraq, facendo calare il sipario su una missione lunga quasi nove anni. La colonna di blindati ha attraversato il confine, alle prime luci dell'alba di ieri. I militari sono stati accolti dal bagliore dei flash dei tanti accorsi per immortalare gli ultimi istanti di una guerra che ha cambiato il volto di tutta una regione, ridefinendone i contorni e gli equilibri.
Sono sempre più diffuse le voci secondo cui la Blackwater, la nota compagnia “fornitrice di soluzioni di sicurezza”, intenderebbe ritornare a operare in Iraq, il paese da cui era stata bandita nel 2007. Per riuscirci, ha cambiato il suo nome in Academi.
I numeri di questa tragica realtà sono il risultato di una ricerca sul campo durata tre anni, durante i quali sono state raccolte numerose testimonianze dirette, anche grazie all'intermediazione delle organizzazioni femminili.
Secondo i dati ufficiali del ministero del petrolio, negli ultimi due mesi la performance delle esportazioni di greggio iracheno non avrebbe offerto risultati positivi. Tuttavia, anche qui la crisi globale ha generato un paradosso: a meno esportazioni sono corrisposti più guadagni. E il governo cerca altro denaro da investire.
Processate George W. Bush. E’ questo l’appello lanciato da diverse organizzazioni, tra cui Amnesty International, dopo la sentenza del Tribunale di Kuala Lumpur (in Malesia), che ha confermato le imputazioni per crimini di guerra e torture rivolte all’ex presidente Usa e all’ex premier Tony Blair. Intanto, Bush salta un incontro in Svizzera per 'precauzione'.
La lettura del rapporto 2010 dell’Iraq Minorities Organization (IMO) a cura di Mumtaz Lalani dal titolo “Ancora nel mirino: continua la persecuzione delle minoranze in Iraq” è realmente ricco di dati importanti. Parliamo infatti di bahá’í, cristiani, armeni, comunità di colore, caldei assiri, circassi, Kaka’i, curdi faili, palestinesi, comunità ebraica, comunità shabak, rom, turkmeni, mandei sabei e yazidi.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
La notizia è stata ripresa solo dall’americana CBS, ma il primo processo per crimini di guerra contro Bush e Blair potrebbe fare luce sulla guerra in Iraq del 2003, individuandone cause e responsabilità.
L’imminente partenza degli Stati Uniti dall’Iraq sembra aprire le porte all’influenza iraniana sul paese, sia a livello politico che economico. Tuttavia, si tratta di un processo già in atto da qualche anno, e precisamente dalla caduta di Saddam Hussein.
La struttura attuale dell’economia irachena non sembra offrire alternative al settore degli idrocarburi. E mentre il ministero dell’Agricoltura iracheno cerca di attirare investimenti, continua il decadimento di settori un tempo chiave, come quello della palma da dattero, e delle condizioni ambientali del paese in generale.