Iraq: tutto questo sangue si poteva evitare?

Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?

 

 

 

di Francesca Manfroni

 

“Contesto fermamente questo approccio perché penso che spinga l’Iraq a perdersi. La responsabilità è soprattutto della politica messa in atto dall’amministrazione americana a partire dal 2003”, ribatte Myriam Benraad, ricercatrice dell’Istituto internazionale di ricerche per la pace di Ginevra (GIPRI).

Secondo le sue analisi, il rovesciamento del regime di Saddam Hussein avrebbe potuto non generare quel caos che regna tutt'ora nel paese.

Di certo Washington non ha tenuto molto conto del fatto che l’Iraq, oltre a essere un epicentro dello sciismo, è da sempre un importante punto di riferimento per tutto il mondo sunnita. Baghdad è stata la capitale del Califfato Abbaside, che alcuni musulmani considerano l’età dell’oro dell’Islam.

Ma soprattutto gli americani sembrano non aver capito che una nazione irachena esisteva dal lontano 1932.

Sebbene il paese sia stato ‘creato’ dalla potenza mandataria attorno a tre antiche province ottomane Baghdad, Bassora e Mossul -  la rivoluzione contro la corona britannica ha rappresentato - secondo la Benraad - un passaggio fondamentale per la riappropriazione di un progetto nazionale iracheno. 

La ricercatrice sottolinea come l’appartenenza identitaria si sia misurata anche in occasione dell’invasione americana del 2003. La contestazione all’occupazione è stata trasversale ed è scoppiata nei quartieri popolari di Baghdad a maggioranza sciita, non in quelli sunniti.   

Eppure l’amministrazione Bremer, spinta da una Casa Bianca che dopo l’11 settembre vedeva nei sunniti la spina dorsale del terrorismo internazionale di matrice islamica - ha semplificato la straordinaria complessità irachena, liquidando tutti i sunniti come potenziali fedelissimi del regime di Saddam Hussein.

'L’incomprensione' americana dell’Iraq si è tradotta in una scelta che può aiutare a capire gli eventi di oggi. 

La de-baatificazione, quella che doveva essere “una semplice pulizia dei peggiori elementi del regime di Saddam”, ha portato il paese sull’orlo del baratro.

E’ su questo pretesto che si gioca ancora oggi la partita politica nazionale: il premier al-Maliki accusa il vicepresidente Tariq al-Hashimi di essere coinvolto in atti di terrorismo compiuti da “presunti baatisti”. Senza contare che questa scelta (incosciente) ha gettato nella fauci della guerra civile una massa di uomini che di mestiere facevano i soldati e che da un giorno all’altro si sono trovati a formare parte di quella resistenza armata che ha combattuto l’occupazione americana. 

E se anche la stampa a stelle e strisce continua a dimenticare (o peggio negare) 80 anni di storia, deve comunque ammettere che il ripetuto intervento americano nel paese (si contano almeno due guerre del Golfo) ha lasciato dietro di sé un Iraq ridotto a brandelli e abbandonato in mano a dei politici corrotti, nella migliore tradizione occidentale.

Nell’ormai lontano 2003 “abbiamo scritto che la guerra in preparazione contro l’Iraq rappresentava un triplo affronto al diritto internazionale, ai diritti dell’uomo, alla democrazia. Oggi aggiungerei anche all’intelligenza”, sottolinea Gabriel Galice vicepresidente del consiglio della Fondazione del GIPRI.

 

16 gennaio 2012