Iraq: supremo tribunale respinge ricorso contro la legge sulla (non) libertà di stampa
L’allarme era stato lanciato nel corso degli ultimi mesi, proprio mentre l’esercito statunitense stava ritirando le sue ultime truppe. Ora si è trasformato in una vera e propria emergenza che sta trascinando i giornalisti iracheni “in un incubo legale”, che minaccia la libertà d’espressione in tutto il paese.
La legge che dovrebbe tutelare la libertà d'informazione e gli operatori della stampa non rispetta gli standard internazionali e viola la Costituzione irachena, ed è per questo che è stata impugnata da un’associazione di giornalisti iracheni, con il sostegno di tutta la piattaforma dell’Iraqi Civil Society Initiative (ICSSI), di cui fa parte Un ponte per…, e dell’americana Committee to Protect Journalists (CPJ), che ne chiedono l'immediata abrogazione.
La legge, approvata in Parlamento nel mese di agosto, dopo le forti pressioni degli ultimi anni per attuare una riforma dei media, non offre alcuna protezione significativa per i giornalisti, oltre a imporre notevoli restrizioni rispetto alla definizione stessa di chi esercita la professione e alle modalità di accesso alle informazioni.
La nuova normativa, entrata in vigore nel mese di novembre, è stata fortemente contestata dalle molte organizzazioni che si battono per la libertà di stampa ed è stata oggetto di un ricorso - respinto due giorni fa all’unanimità - dal Supremo Tribunale Federale.
Va inoltre sottolineato che in Iraq restano in vigore alcune leggi del periodo di Saddam Hussein, come il codice penale del 1969, che criminalizza il reato di diffamazione, e la legge del 1968 sulle pubblicazioni, che consente di incarcerare i giornalisti fino a sette anni per “insulti” al governo.
“La legge sulla tutela della libertà di stampa non riesce a proteggere i giornalisti”, dichiara Mohamed Abdel Dayem, coordinatore del CPJ per il Medio Oriente e il Nord Africa. “Il governo non ha fatto altro che impilare una legge scritta male sulle due vecchie norme di Saddam già restrittive. Il risultato è un incubo legale per i giornalisti”.
La Società per la difesa della libertà di stampa ha quindi sfidato il governo, portando la legge fino al Supremo Tribunale Federale, per chiederne l'immediata abrogazione.
Il presidente dell'associazione, Oday Hatem*, dichiara a Un ponte per… “che questa legge potrebbe essere utilizzata come uno strumento per limitare fortemente la libertà dei media” ed è per questo che la sua organizzazione continuerà la battaglia contro il Tribunale.
“Non potendo rifiutare la nostra obiezione legale alla legge in questione, - ci spiega Oday - la Corte si è rifiutata di esprimersi sul caso con un pretesto, facendo appello alla mancata registrazione della nostra associazione presso il registro delle organizzazioni non governative irachene, che però dipende direttamente dall’ufficio del primo ministro”. “Se continueranno a respingere il caso ricorreremo ai tribunali internazionali, e sono pronto a pagare con la mia vita per la libertà di stampa”.
Secondo la legge, che si compone di 19 articoli, è abilitato a esercitare la professione solo colui che lavora come giornalista a tempo pieno, escludendo di fatto coloro che hanno un contratto part-time, così come i blogger e tutti gli altri soggetti impegnati nella diffusione delle notizie.
La normativa in questione, che non offre alcun tipo di compensazione nei casi di morte o ferimento, impone tra l'altro agli operatori dell'informazione di registrarsi "in base alla legge", ma senza specificare a quale normativa si debba fare riferimento. Si stabilisce inoltre che i giornalisti possono godere del "diritto di ottenere informazioni, notizie, dichiarazioni e statistiche ... entro i limiti della legge", ma anche qui omettendo una chiara indicazione delle normative da prendere in considerazione.
Queste sono solo alcune delle ambiguità contestate, ma nei prossimi giorni Un ponte per…, con il supporto dell’ICSSI e della stessa Società per la difesa della libertà di stampa, diffonderà un dossier completo sulla situazione del diritto d’informazione in Iraq.
*Presidente della Society For Defending Press Freedom, Baghdad (Iraq), è stato uno dei giovani partecipanti al Percorso Mediterraneo del Forum 1000 Giovani per la Pace. Quella di Oday Hatem Mahdi è una storia di assurdità, coercizione e soprusi, che nasce sotto il segno della violenza di Stato e attraversa due generazioni della sua famiglia. Suo padre era stato arrestato e torturato dal governo di Saddam. Anni dopo, lo stesso trattamento è toccato a Oday. La sua odissea carceraria è continuata fino all'amnistia generale del 2002. Tre anni dopo, ha fondato la Society for Defending Press. Da allora le intimidazioni sono all’ordine del giorno, soprattutto dopo i numerosi articoli scritti sull'influenza iraniana in Iraq.
In allegato l'appello.
2 febbraio 2012
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