Iraq. Se il Kurdistan minaccia di interrompere la produzione di petrolio
Le esportazioni di greggio dalla regione semi-autonoma del Kurdistan sono scese a 50 mila barili al giorno e potrebbero interrompersi nel giro di un mese, se il governo centrale non pagherà il miliardo e mezzo miliardi di dollari che deve ai produttori locali. Parola delle autorità curde.
di Giovanni Andriolo
Il governo regionale del Kurdistan ha invitato le compagnie straniere, inclusa la British Petroleum, a non stringere accordi separati con Baghdad per lo sviluppo di giacimenti petroliferi nella città di Kirkuk e nei dintorni.
La vicenda è soltanto l’ultimo capitolo di una lunga disputa sui contratti e sui proventi dell'oro nero tra Baghdad e il Kurdistan, contraddistinta da contese sui pagamenti, sui meccanismi di condivisione di profitti, nonché dal rifiuto da parte di Baghdad di riconoscere decine di contratti firmati dalle autorità curde con imprese straniere.
Ora le autorità curde decidono di remare nuovamente contro il governo centrale, che si era invece impegnato ad incentivare una politica di aumento della produzione nell’intero paese, che - secondo i dati della BP - si conferma il detentore della quinta riserva di greggio al mondo.
Hussain Gholam, vice direttore generale della compagnia statale North Oil Company, spiega come la BP sia in trattative per aumentare la produzione del pozzo di Kirkuk fino a 580.000 barili al giorno entro il 2014, più del doppio della produzione attuale.
Ora il ministro curdo per le risorse naturali dichiara, tramite il sito Internet ufficiale, di aver diminuito le esportazioni di petrolio, che precedentemente ammontavano a 175 mila barili al giorno, a causa dei costi di produzione e dei re-investimenti delle compagnie produttrici, ormai resi impossibili dai ritardi nei pagamenti da parte di Baghdad.
Il Kurdistan esporta il petrolio attraverso un oleodotto controllato dal governo centrale, che nel 2011 ha fruttato 514 milioni di dollari.
Da parte sua il ministro delle finanze iracheno, Rafih Al-Issawi, ha cercato di tranquillizzare la controparte curda, sostenendo di aver già allocato 558 milioni di dollari del bilancio annuale per pagare le compagnie straniere che lavorano nella regione semi-autonoma, e che tali fondi saranno stanziati non appena sarà terminata una revisione dei conti ufficiale.
Resta però saldo il rifiuto di 'fare affari' con le imprese che operano nella regione curda, come insegna il caso ExxonMobil, che lo scorso anno aveva stretto accordi con le autorità curde per alcuni progetti di esplorazione, sollevando le ire di Baghdad. Poi a inizio marzo 2012 è giunta al ministero del petrolio iracheno una lettera, con cui la compagnia statunitense informava di aver “congelato” l’accordo con il Kurdistan.
Tuttavia, il governo iracheno ha comunque confermato di voler perseguire nel proprio intento di escludere la Exxon dalle prossime gare di appalto, fino a quando non saranno forniti maggiori dettagli sulla questione.
Per ora la situazione sembra quasi senza via d'uscita, così come si è impantanata la legge sugli idrocarburi per la regolamentazione dell’intero settore, bloccata da diversi anni per gli stessi motivi per cui oggi le autorità curde minacciano lo stop alle esportazioni di greggio.
2 aprile 2012
