Iraq: se il braccio della morte lavora a tempo pieno

All'alba di un solo giorno già 14 esecuzioni. Ma il governo iracheno promette di fare anche peggio. HRW chiede che vengano resi noti i documenti processuali dei condannati e pretende che si faccia chiarezza. Confessioni estorte con la forza e processi che non rispettano gli standard internazionali e si finisce nel braccio della morte anche per aver danneggiato beni pubblici.

 

 

di Angela Zurzolo

 

“Il governo iracheno sembra aver dato il via libera ad esecuzioni a volontà”, denuncia Joe Stork, vice direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente, che chiede a Baghdad: “una moratoria immediata su tutte le esecuzioni e una revisione del proprio sistema di giustizia penale viziato.

Dall'inizio del 2012, l'Iraq ha già condannato a morte 65 prigionieri.

L'8 febbraio, in un solo giorno, sono state eseguite 14 condanne. A raccontarlo è  un funzionario del ministero della Giustizia, che avverte: “Ce ne saranno molte altre nelle settimane che verranno”.

Secondo le Nazioni Unite, dal 2004, in Iraq, ci sono state almeno 1.200 condanne a morte.

Terrorismo, rapimento, omicidio ma non solo - anche danneggiamento di beni pubblici - sono tra i 50 reati punibili con la morte.

Human Rights Watch teme che i tribunali iracheni stiano ammettendo come prove confessioni anche quelle ottenute con metodi coercitivi.

Del resto i processi penali nel paese violano spesso le garanzie minime del giusto processo.

Human Rights Watch chiede quindi che “il governo renda nota l'identità, i luoghi, lo stato di tutti i prigionieri che sono nel braccio della morte, i delitti per i quali sono stati condannati, i documenti processuali  attraverso i quali sono stati accusati e condannati, nonché i dettagli di tutte le esecuzioni imminenti”.

 

 

18 febbraio 2012