Iraq, parlarne agli uomini è tabù. Nonne che praticano le mutilazioni genitali
Nel Kurdistan iracheno sono le nonne paterne a tramandare alle nipoti il trauma. Sono proprio le suocere a spingere le madri ad organizzare il rito della mutilazione genitale femminile. In una trappola psicologica, le vittime diventano aguzzine per sfuggire alla marginalizzazione sociale.
di Angela Zurzolo
Il 77,6% delle madri assiste, ma raramente attua la mutilazione. Ad Erbil, nel Kurdistan del nord, è il 35,6% delle nonne paterne ad impugnare la lama del rasoio contro le giovani nipoti.
A Suleimaniya, invece, ci sono le “anziane” - mutilatrici genitali 'professionali'. Nel 41,0% dei casi, sono loro che, spostandosi di villaggio in villaggio, attuano il 'rituale' in cambio di un piccolo compenso.
Ma l'ordine parte dalle suocere, mentre le madri subiscono la loro azione di convincimento e organizzano la pratica brutale, condannata dal diritto internazionale, nonché, recentemente, anche dal governo locale.
E gli uomini? I padri, i fratelli, gli zii sono a conoscenza di ciò che accade?
Nei governatorati di Suleimaniya, Germyan e Kirkuk, le donne intervistate sostengono che il 78,6% dell'altro sesso è a conoscenza di ciò che accade, sebbene a Erbil la maggioranza degli uomini sembra ignorare il problema.
Qui, dove l'Islam si fonde al nazionalismo curdo di stampo tradizionalista, la mutilazione è ancora un tabù e l'ignoranza degli uomini diventa sempre più colpevole.
In quest'area, “la sfera religiosa e quella profana non sono separate”, “gli insegnamenti dell'Islam si combinano con i valori morali prevalenti che guidano la vita quotidiana della regione”.
Sovrapponendosi alla tradizione, la religione diventa parte di un sistema di pensiero secondo il quale 'ciò che è sempre stato, deve ancora essere'.
Su questo ordine precostituito, vigilano le nonne paterne, cui è affidato il ruolo di preservare i principi morali della comunità.
Significativamente, nell'intero Kurdistan iracheno e soprattutto ad Erbil, i due terzi delle donne intervistate credono che le mutilazioni genitali femminili possano avere fine solamente nel momento in cui gli uomini vi si oppongano.
Ma quali sono le conseguenze per chi prova a sfuggire alla mutilazione genitale?
Da un'intervista risulta che la prima forma di ricatto deriva dalla disapprovazione sociale. Soprattutto ad Erbil, dove famiglia, clan e tribù, sono più forti che negli altri governatorati.
L'esclusione è la paura più grande. Solo il 21% afferma esplicitamente che è impossibile sottrarsi alla pratica.
Eppure, secondo il report “Female genital mutilation in Iraqi Kurdistan” di Wadi, “l'affermazione che non ci siano conseguenze per chi si rifiuta spiega quanto sia aliena a queste donne l'idea di potersi opporre alla comunità. La nozione di conflitto tra valori comunitari e scelta individuale è praticamente impensabile per loro”.
Nonostante le tante antenne sui tetti, la tv a casa non c'è
La mutilazione genitale femminile nel Kurdistan iracheno, con diverse percentuali a seconda dei governatorati nelle sue svariate forme (amputazione: 1 della clitoride, 2 della clitoride e delle labbra 3 della clitoride e delle labbra interne ed esterne) è attuata nella stessa misura sia nelle città che nelle zone rurali.
“Una delle ragioni può essere che la migrazione nelle città ha avuto origine in maniera forzata e collettiva”, spiega il report.
“Spesso, intere comunità dei villaggi venivano spostate in nuovi quartieri urbani. I costumi e le tradizioni, però, incluse le forme ritualizzate di violenza come le MGF, venivano conservate e forse anche accresciute, dal momento che consentivano a questa gente di preservare il sentimento di unità, continuità e identità”.
Ed è così che nelle aree rurali, il 37,7% delle madri ha sottoposto le figlie alla mutilazione. Con una differenza di soli tre punti con quelle appartenenti ad aree urbanizzate.
Difficile stabilire correlazioni tra il grado di educazione e la pratica violenta. Tuttavia, si è osservato un calo delle mutilazioni tra i gruppi più giovani, con il diminuire dell'analfabetismo.
Secondo i sondaggi, tra le figlie degli agricoltori si verifica un più elevato tasso di mutilazioni (79,7%), a fronte di un più alto tasso di analfabetismo (62,5%).
A livello politico sono stati fatti molti passi in avanti per condannare tale pratica. La totale mancanza di accesso ai media, però, nuoce al processo di informazione.
Più di un quarto delle donne della regione è analfabeta e non ha a disposizione né libri, né giornali, né internet.
Nelle zone più remote, questi servizi sono inesistenti. E in molte case non c'è elettricità. A Kirkuk, succede che alcuni mettano un'antenna sul tetto solo per fingere di avere la tv e lustrare il prestigio familiare.
Spesso è la radio a raggiungere la gente, ma le donne vengono a conoscenza delle mutilazioni genitali solamente da altre donne. Che per la maggior parte, sostengono di non avere avuto conseguenze sulla loro salute mentale e fisica dopo aver subito tale pratica.
Un dato smentito chiaramente da molti studi, secondo cui tra le vittime è molto alto il livello delle patologie psicologiche di origine traumatica.
Credenze religiose o tradizione?
Il report di Wadi afferma che coloro che ricorrono alle mutilazioni genitali femminili nella regione siano per il 75,4% sunniti. Seguono gli sciiti, con il 23,1%, e i kakai con il 39,4%.
Per il 74.8% si tratta di donne curde. Una sola donna su otto è di origine araba e due su nove turkmena. Su 40 donne non curde, nessuna ha figlie mutilate.
Le cause del fenomeno, in realtà, sono da rintracciare in una singolare saldatura tra uniformità dell'identità comunitaria e credenze religiose interpretate in base a sistemi tradizionali su base clanica e tribale.
Nonostante a livello teologico molte riflessioni abbiano ribadito che le mutilazioni genitali femminili non facciano parte dei precetti dell'Islam, molte donne continuano ad indicare nei mullah l'origine della diffusione della pratica. A Garmyan e a Kirkuk, l'88,6% ne è fermamente convinta.
Eppure, solo il 6% delle donne intervistate afferma di aver mai ascoltato direttamente delle autorità religiose parlare in favore delle mutilazioni genitali femminili.
Il 23,9% sostiene che si tratta della società in generale, mentre il 19% punta il dito contro le madri e il 21,0% contro le donne della famiglia. Raramente si parla di influenza esercitata dal padre o dai maschi della famiglia.
Come fare ordine tra questi dati? Tradizione e religione sono indicati nella stessa misura come principali motivi che spingono al rispetto del rituale.
Quindi la 'colpa' potrebbe essere di un'errata interpretazione della religione che ha dato origine ad una tradizione, ora difficilmente modificabile, perché introiettata come principio morale.
Onore e virtù si misurano così anche in base al rispetto della mutilazione genitale femminile.
20 marzo 2012
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