Iraq: minoranze ancora nel mirino, continua la persecuzione
La lettura del rapporto 2010 dell’Iraq Minorities Organization (IMO) a cura di Mumtaz Lalani dal titolo “Ancora nel mirino: continua la persecuzione delle minoranze in Iraq” è realmente ricco di dati importanti. Parliamo infatti di bahá’í, cristiani, armeni, comunità di colore, caldei assiri, circassi, Kaka’i, curdi faili, palestinesi, comunità ebraica, comunità shabak, rom, turkmeni, mandei sabei e yazidi.
di Rino Finamore
Il rapporto, svolto attraverso questionari somministrati in arabo e in tutte le lingue delle minoranze etniche irachene, analizza i vari tipi di violazioni e minacce, nonché le zone geografiche nelle quali si concentrano maggiormente.
Una delle pratiche più sviluppate è sicuramente quella degli arresti arbitrari e delle persecuzioni, che secondo il rapporto riguardano soprattutto le zone di Nineveh e Kirkuk ai danni di yazidi e shabak.
Altra piaga delle violenze sulle minoranze etniche è sicuramente quella di genere: il rischio che corrono le donne di alcune minoranze arriva a livelli molto alti, come nel caso della comunità degli armeni e degli assiri, laddove la percentuale delle restrizioni sulla libertà di movimento al femminile sfiora o supera l’80 per cento.
Non manca l’analisi degli attacchi agli edifici religiosi, a congregazioni e clero. I dati su quest’aspetto rivelano che tutte le minoranze si sentono libere di professare la loro religione e di seguire le proprie tradizioni, anche se allo stesso tempo affermano di credere che sia i loro rappresentanti religiosi che i luoghi sacri siano continuamente sotto attacco.
Un altro aspetto assolutamente negativo documentato dal rapporto riguarda le cosiddette 'tattiche di assimilazione', che mirano all’identificazione forzata delle diverse minoranze all’identità araba o curda, garantendo un sistema di impunità generalizzato per i responsabili di crimini contro le minoranze etniche.
Sul nuovo Stato iracheno pesa anche il problema degli sfollati o meglio degli internally displaced persons (IDPs), che secondo i dati del ministero iracheno e del governo della regione curda monitorati dall’UNHCR e dallo IOM, al 2010 raggiungevano i 2.800 milioni di casi, 250 mila dei quali appartenengono proprio a minoranze etniche, in condizioni di vulnerabilità estrema.
Molto legato alle condizioni degli IDPs c’è il problema della disputa per le proprietà possedute prima della migrazione forzata, gestito dalla Commission for resolution of real property disputes (CRRPD), nonostante i dati che si riferiscono al 2009 rilevino che siano stati risolti soltanto mille casi pari al 2,27% di decisioni rese effettive.
Elemento fondamentale per l’integrazione delle minoranze è sicuramente la possibilità di poter ricevere un’educazione nella propria lingua materna.
Molto interessante è il documentario “20 miles closer to Niveveh” prodotto dalla INL Production e dalla Assyrian Aid Society of America (disponibile su Youtube in anteprima e in versione completa inviando una email di richiesta all’indirizzo ishtarissa@yahoo.com) sul problema educativo della minoranza assira in Iraq.
Secondo il rapporto l’utilizzo della lingua materna delle minoranze etniche è molto rara, dove soltanto la comunità di armeni, seguita da turkmeni e yazidi, vanta una percentuale che supera il 50 per cento di educazione in lingua madre, e quasi mai nel caso dell’accesso al lavoro dove con una percentuale superiore al 60 per cento tutte le minoranze denunciano una completa assenza di possibilità di accesso al mondo del lavoro con un curriculum vitae nella propria lingua.
Rispetto all’educazione religiosa poi, i figli di genitori appartenenti a minoranze etniche non sono costretti a ricevere un’educazione islamica ma non hanno diritto a seguire un’educazione religiosa ufficiale nella propria religione.
Nel caso invece degli IDPs, un rapporto UNHCR 2009 denuncia dei tassi di assenteismo scolastico del 42 per cento tra le ragazze e del 47 per cento tra i ragazzi sotto i 14 anni.
Infine, per l’accesso al mondo del lavoro e ai servizi sanitari le percentuali di discriminazione dovute all’origine etnica e a motivi religiosi nelle posizioni di amministrazione pubblica sono altissime per tutte le minoranze, oltre l’80 per cento, con picchi del 90 per cento nel caso delle comunità di shabak e curdi faili.
Resta quindi vigile l’occhio della comunità internazionale, soprattutto per quanto riguarda le decisioni di ritorno dei richiedenti asilo in fuga nel territorio del Kurdistan, dove, molto probabilmente potrebbero essere vittime di persecuzione.
9 dicembre 2011
| Allegato | Dimensione |
|---|---|
| MRG_IraqRep_June10_FINAL.pdf | 1.43 MB |
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