Iraq, la parola agli studenti: "gli americani ci lasciano con povertà, corruzione e una grave crisi"
E' stata una vera e propria “occupazione”: la parola agli studenti delle università irachene, che raccontano i timori della società e rivelano il fallimento dell'intervento statunitense. Criminalità aumentata, conflitti confessionali, corruzione, povertà e molto malcontento. E la situazione sta per degenerare. Tanti, troppi gli interrogativi ancora aperti.
di Angela Zurzolo
Per il 50, 6% degli studenti iracheni, il ritiro delle truppe statunitensi presenti sul territorio è un vero e proprio “sollievo”.
A sostenerlo sono i risultati delle statistiche pubblicate dal centro di ricerca “Tammuz organization for social development” e dal “Center of maslah for human resources development”.
Le interviste sono state raccolte su un campione di 1.257 studenti tra i 15 e i 25 anni, provenienti dai governatorati di Baghdad, Erbil, Anbar e Dhi Qar.
Sentita dal 77% come una vera e propria ''occupazione'', la presenza degli Stati Uniti nel paese sembra rivelare ora tutta l'inadeguatezza del suo operato.
La situazione nel paese è più instabile che mai.
Tante le preoccupazioni per la sicurezza nei prossimi mesi. La minaccia delle milizie armate è ancora dietro l'angolo.
E sono dure anche le critiche degli studenti alla condotta del governo voluto dagli Stati Uniti in questi anni. Oltre il 93% di loro definisce le autorità "corrotte".
I due terzi degli intervistati denunciano inoltre che l'unico risultato della presenza americana in Iraq è stato quello di aumentare povertà, disoccupazione e criminalità.
Il conflitto confessionale è tutt'altro che un ricordo del recente passato, mentre l'illegalità e la corruzione sarebbero all'ordine del giorno.
Dopo aver subito un processo di marginalizzazione che dal regime si è prolungato "fino agli anni dell'occupazione", gli studenti hanno avuto la possibilità di esprimere apertamente la loro opinione in merito alla politica e alla società in un momento di particolare tensione per il paese.
Per molti, il ritiro delle truppe non è che un atto formale che sancisce una “ridistribuzione delle forze” tra i vari poteri.
Discordanti i dati relativi alle previsioni per la sicurezza in Iraq dopo la partenza delle truppe: il 42% sostiene di non avere paura di un possibile peggioramento, mentre il 39,5% dice di essere molto preoccupato.
Per la metà dei ragazzi, il governo iracheno ha “una limitata capacità” di mantenere da solo la sicurezza senza il sostegno delle forze alleate. Il 60% sostiene che il ritiro delle truppe lascerà ampio spazio all'ingerenza di altri paesi nelle questioni interne.
Inoltre, solo il 15% degli studenti crede che le milizie armate non riappariranno sulla scena. Per il 36,7% ci sarà invece un loro massiccio ritorno.
Per il 67, 1 % dei giovani, l'intolleranza religiosa, i conflitti settari ed etnici, durante questi otto anni, sarebbero stati largamente diffusi.
Significativo però il fatto che alla domanda “siete d'accordo sulla possibilità che gli esperti militari americani addestrino le forze irachene dopo il ritiro?”, il 59% abbia risposto negativamente.
Stesso parere è stato espresso per quanto riguarda la volontà di fornire agli addestratori militari statunitensi l'immunità legale.
Anche secondo le dichiarazioni degli studenti universitari iracheni, la criminalità sarebbe aumentata.
Infine, va menzionato quel risicato 10% che sostiene che nel paese siano state messe le fondamenta per la democrazia, e che l'Iraq sia passato da un periodo di tirannia ad un'era di libertà.
Forse, la spiegazione risiede in quel 14% che risponde “non mi riguarda” alla domanda: “Quali sono le tue sensazioni nel guardare andar via le truppe dall'Iraq?”
24 gennaio 2011
La Banca centrale irachena ha dichiarato di essere sotto “attacco valutario”. Nelle aste della banca degli ultimi mesi è aumentato vertiginosamente l’acquisto di dollari statunitensi, che finirebbero per foraggiare il mercato nero di Siria e Iran.
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
La questione della legge sugli idrocarburi in Iraq sembra essere ancora lontana dal trovare una soluzione. Il Parlamento ha deciso di posticipare il dibattito sulla bozza presentata dal governo, a causa della reiterata assenza alle sedute dei membri della lista di opposizione Iraqiya. Da parte loro i sunniti chiedono infatti un "nuovo intervento" degli Stati Uniti.
L'obiettivo doveva essere una parlamentare turkmena (sunnita), ma a essere colpito è stato il vescovo di Kirkuk, mons. Sako. Gli attentatori provenivano da Baghdad, due sono stati uccisi e uno è agli arresti. Intanto in tutto il paese cresce la tensione tra sunniti e sciiti, ma a rimetterci sono anche le tante minoranze che vivono da sempre in Iraq.
Uno scandalo rischia di travolgere l'attuale segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. Come primo ministro danese - in carica dal 2001 al 2009 - Rasmussen avrebbe infatti autorizzato il trasferimento di prigionieri iracheni alle autorità di Baghdad, pur sapendo che queste persone sarebbero state barbaramente torturate.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.