Iraq: la legge sugli idrocarburi infiamma lo scontro politico
La questione della legge sugli idrocarburi in Iraq sembra essere ancora lontana dal trovare una soluzione. Il Parlamento ha deciso di posticipare il dibattito sulla bozza presentata dal governo, a causa della reiterata assenza alle sedute dei membri della lista di opposizione Iraqiya. Da parte loro i sunniti chiedono infatti un "nuovo intervento" degli Stati Uniti.
Risale al 2007 la prima bozza di legge federale sugli idrocarburi, formulata dal Consiglio dei ministri iracheno. Sebbene l’urgenza di stabilire delle norme comuni di gestione delle risorse fosse sempre più stringente, il disaccordo tra l'autorità centrale e quelle del governatorato del Kurdistan, così come lo scontro interno tra diversi partiti curdi, non rese possibile l’adozione della legge.
Per quattro anni il dialogo è rimasto in una fase di stallo, fino al 2011, quando lo scorso settembre il governo di al-Maliki ha presentato una nuova bozza di legge al Parlamento.
Tuttavia, è notizia di questi giorni che il comitato per il petrolio e il gas del Parlamento iracheno ha deciso di posticipare il dibattito sulla bozza per la continua assenza dei membri della lista Iraqiya, considerando che per diventare legge necessita del consenso di tutti i partiti.
L'esponente parlamentare Susan al-Saad ha dichiarato ad AKnews che "sebbene Iraqiya non possa essere tenuta al margine di una questione così importante, tuttavia l’urgenza di una tale legge, che sta causando uno stato di crisi tra il ministero del Petrolio e i governi locali, imporrà di prendere decisioni anche senza il blocco sunnita".
Tensioni che sono esplose dopo che le autorità del Kurdistan avevano rifiutato la bozza di legge sugli idrocarburi approvata dal governo federale in agosto. Allora la regione semiautonoma ritenne che la bozza fosse troppo sbilanciata a favore di Baghdad, in termini di gestione dei contratti petroliferi e dei proventi.
Su questo problema, già di per sé complicato, s'innestano poi le recenti schermaglie tra alcuni esponenti della lista Iraqiya e il premier Nouri al-Maliki, che stanno trascinando il paese in una pericolosa crisi politica.
Il casus belli sembra essere la questione del vicepresidente sunnita Tareq al-Hashemi, membro di Iraqiya, accusato di essere il mandante di una serie di attentati in Iraq e pertanto bersagliato ben presto da un mandato di cattura.
Ora Hashemi si trova proprio in Kurdistan, e le autorità locali hanno fatto sapere che non consegneranno l’ormai ex vicepresidente se non prima che siano state divulgate le prove della sua colpevolezza.
Nel frattempo, tutti i membri della lista Iraqiya stanno esercitando forti pressioni su al-Maliki, ma anche sugli Stati Uniti.
All’inizio di gennaio, il capofila della lista Iraqiya, Ayad Allawi, il presidente del Parlamento, Osama al-Najifi, e il ministro delle Finanze, Rafi al-Issawi, hanno inviato una lettera al New York Times, rivolta alla Casa Bianca, in cui chiedevano un intervento americano per contrastare le politiche di al-Maliki e formare un nuovo governo.
Lo scontro politico iracheno attorno alla legge sugli idrocarburi diventa così 'tridimensionale', con il governo di al-Maliki costretto a fronteggiare da una parte le spinte autonomistiche del Kurdistan, e dall’altra l’opposizione sempre più serrata della lista guidata da Allawi.
Con il Kurdistan restano aperte diverse questioni territoriali e legate alla gestione delle risorse, tra cui l’affaire ExxonMobil, e la firma di una serie di contratti petroliferi tra le autorità curde e le compagnie straniere che Baghdad considera "illegali".
Tuttavia, proprio la mancanza di una legge federale sugli idrocarburi rende estremamente indeterminati i margini di azione delle diverse autorità che amministrano oggi l'Iraq.
Si è venuta così a creare una situazione di caos, in cui le parti coinvolte nello scontro politico tentano di approfittare della confusione per cercare di strappare brandelli di potere in un paese che sembra destinato alla lacerazione.
E mentre si susseguono gli attentati in varie parti del paese, la carenza di sicurezza e l’indeterminatezza legislativa su quale organo detenga la competenza della gestione delle risorse e su quali contratti utilizzare, rendono estremamente difficile l’attrazione di ulteriori investimenti nell’industria petrolifera irachena.
12 gennaio 2012
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
Secondo i dati ufficiali del ministero del petrolio, negli ultimi due mesi la performance delle esportazioni di greggio iracheno non avrebbe offerto risultati positivi. Tuttavia, anche qui la crisi globale ha generato un paradosso: a meno esportazioni sono corrisposti più guadagni. E il governo cerca altro denaro da investire.
L’imminente partenza degli Stati Uniti dall’Iraq sembra aprire le porte all’influenza iraniana sul paese, sia a livello politico che economico. Tuttavia, si tratta di un processo già in atto da qualche anno, e precisamente dalla caduta di Saddam Hussein.
La struttura attuale dell’economia irachena non sembra offrire alternative al settore degli idrocarburi. E mentre il ministero dell’Agricoltura iracheno cerca di attirare investimenti, continua il decadimento di settori un tempo chiave, come quello della palma da dattero, e delle condizioni ambientali del paese in generale.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo). 