Iraq: la Babele geopolitica

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Dopo nove anni, l’Iraq torna a essere un paese libero. Ma libero da chi? Quello appena iniziato sarà infatti un anno particolarmente difficile per un paese ormai stretto nella morsa geopolitica di attori regionali e internazionali che sembrano aver ipotecato il suo futuro. 
 

 

 

di Luca Bellusci

Il ritiro delle truppe americane dall’Iraq avrà come prima e diretta conseguenza l’esecuzione della pena capitale per Tareq Aziz, ex-vice ministro del governo di Saddam Hussein e accusato di essere tra gli ideatori della campagna di persecuzione contro la comunità sciita in Iraq negli anni ‘90. A dichiararlo è stato Saad Yousef al-Muttalibi, consigliere del premier Nouri al-Maliki.

Un’altra conseguenza della dipartita dei soldati statunitensi riguarda invece la questione dei dissidenti del gruppo dei Mujaheddin del popolo iraniano (MKO).

Di qualche giorno fa la notizia che il campo di Ashraf, nella provincia di Diyala a maggioranza sciita, sarà completamente smantellato (su richiesta del governo iraniano) e molto probabilmente ricollocato provvisoriamente a Camp Liberty, fino a poco tempo fa base operativa Usa nei pressi di Baghdad.

L’attuale leader del movimento, Massoud Rajavi, ha però annunciato che tutti i mujaheddin del popolo rimarranno ad Ashraf, anche a costo della loro stessa vita.

La complessa situazione irachena appare quindi ben lontana dal risolversi.

Il paese è circondato da attori regionali che in questi anni di occupazione americana hanno incrementato la loro influenza politica ed economica, molto spesso attraverso la nomina di persone vicine ai loro interessi strategici.

Ma il paese che ha sicuramente guadagnato un enorme vantaggio geo-strategico dalla caduta del regime baathista è l’Iran, e non a caso Saddam Hussein prima di essere giustiziato il 30 dicembre 2006 si scagliò violentemente contro tutti i "traditori", riferendosi ad "americani e persiani".

 

Il Wali al-Faqih anche per l'Iraq?

L’influenza iraniana si è concretata attraverso l’instaurazione di legami fortissimi con diversi esponenti politici di estrazione sciita, in primis il premier iracheno Nouri al-Maliki, nonché leader del partito al-Dawa che fa parte dell’attuale coalizione di governo.

Ma la lunga mano di Teheran, come era facile immaginare, è entrata anche nella sfera confessionale irachena, influenzando molti esponenti religiosi e finanziando diversi movimenti, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare noto come ‘esercito del Mahdi’.

Esistono inoltre legami più che evidenti con il Consiglio supremo islamico iracheno (ISCI), il cui leader Sayyed Ammar al-Hakim è capo di un’altra formazione armata conosciuta come ‘brigate al-Badr’.

Inoltre, secondo alcune dichiarazioni rilasciate da un dissidente iraniano al quotidiano arabo Asharq al Awsat, l’Iran starebbe facendo pressioni anche all’interno del clero sciita iracheno per la nomina dell’Ayatollah Hashemi Shahroudi a capo del Consiglio religioso sciita, nel tentativo di marginalizzare Ali al-Sistani, spesso critico nei confronti del premier al-Maliki e indirettamente anche verso la politica iraniana in Iraq.

 

Che cosa rimane agli americani?

Una cartina tornasole di quello che attende gli americani in Iraq l’ha data il 29 dicembre scorso Baha al Araaji, presidente del blocco parlamentare iracheno al-Ahrar, raggruppamento sciita filo-iraniano, che ha minacciato di denunciare il vice presidente americano Biden se entrerà nel paese senza visto.

Con il ritiro delle truppe americane, Washington si ritrova infatti con poche carte da giocare nel tentativo di restare nel paese con un ruolo attivo.

Gli unici alleati in grado di garantirgli una sorta di rappresentanza nel variegato sistema politico iracheno sono i curdi di Barzani e del presidente Talabani. Ma anche su questo fronte la penetrazione iraniana è stata decisiva nel cercare di rompere lo storico legame con gli Usa.

Il presidente della regione autonoma (KRG), Massoud Barzani, in un incontro bilaterale con l'iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha affermato: “Non dimenticheremo l’aiuto del popolo e del governo iraniano durante i difficili momenti passati dall’Iraq. Per preservare la nostra vittoria abbiamo bisogno dell’assistenza e della guida iraniana”.

Una dichiarazione che sembra lasciare poco spazio alle interpretazioni e che fornisce una nuova lettura delle relazioni tra il KRG e il governo iraniano.

Unico fermo alleato degli americani ( e della Turchia) rimane il presidente iracheno Jalal Talabani, vuoi anche per il ruolo politico che sta assumendo suo figlio Qubad, che attualmente rappresenta il governo curdo a Washington.

 

Come aggirare il trattato SOFA

In più di un'occasione Talabani ha ricordato come il supporto militare americano sia necessario contro le minacce ‘esterne’ alla stabilità del paese.

Un appoggio ‘ideale’ che però sterebbe diventando anche materiale per l’agenzia iraniana Press Tv, secondo cui sarebbe in atto un dispiegamento di soldati americani in una base situata a nord della regione curda irachena.

Nello specifico si tratterebbe di uno stanziamento di circa 8 mila militari Usa, supportati da 125 elicotteri e 28 droni, un tentativo di aggirare il trattato SOFA, che sancisce invece il ritiro delle truppe Usa da tutto il territorio iracheno entro e non oltre il 31 dicembre 2011. 

 

Elezioni anticipate?

Sul fronte interno, dopo la crisi che si è aperta negli ultimi giorni del 2011, si attende ora una conferenza per la creazione di una nuova coalizione di unità nazionale che tenti di superare la grave impasse politica in cui versa il governo di Baghdad, anche se si fanno sempre più insistenti le voci sulla possibilità di riccorere ad elezioni anticipate. 

Ad appoggiare questa opzione sarebbero ormai in tanti, da Allawi a Moqtada al-Sadr, passando per Massoud Barzani, e con la 'benedizione' di Teheran.

 

2 gennaio 2012