Iraq: la Babele geopolitica
Dopo nove anni, l’Iraq torna a essere un paese libero. Ma libero da chi? Quello appena iniziato sarà infatti un anno particolarmente difficile per un paese ormai stretto nella morsa geopolitica di attori regionali e internazionali che sembrano aver ipotecato il suo futuro.
Il ritiro delle truppe americane dall’Iraq avrà come prima e diretta conseguenza l’esecuzione della pena capitale per Tareq Aziz, ex-vice ministro del governo di Saddam Hussein e accusato di essere tra gli ideatori della campagna di persecuzione contro la comunità sciita in Iraq negli anni ‘90. A dichiararlo è stato Saad Yousef al-Muttalibi, consigliere del premier Nouri al-Maliki.
Un’altra conseguenza della dipartita dei soldati statunitensi riguarda invece la questione dei dissidenti del gruppo dei Mujaheddin del popolo iraniano (MKO).
Di qualche giorno fa la notizia che il campo di Ashraf, nella provincia di Diyala a maggioranza sciita, sarà completamente smantellato (su richiesta del governo iraniano) e molto probabilmente ricollocato provvisoriamente a Camp Liberty, fino a poco tempo fa base operativa Usa nei pressi di Baghdad.
L’attuale leader del movimento, Massoud Rajavi, ha però annunciato che tutti i mujaheddin del popolo rimarranno ad Ashraf, anche a costo della loro stessa vita.
La complessa situazione irachena appare quindi ben lontana dal risolversi.
Il paese è circondato da attori regionali che in questi anni di occupazione americana hanno incrementato la loro influenza politica ed economica, molto spesso attraverso la nomina di persone vicine ai loro interessi strategici.
Ma il paese che ha sicuramente guadagnato un enorme vantaggio geo-strategico dalla caduta del regime baathista è l’Iran, e non a caso Saddam Hussein prima di essere giustiziato il 30 dicembre 2006 si scagliò violentemente contro tutti i "traditori", riferendosi ad "americani e persiani".
Il Wali al-Faqih anche per l'Iraq?
L’influenza iraniana si è concretata attraverso l’instaurazione di legami fortissimi con diversi esponenti politici di estrazione sciita, in primis il premier iracheno Nouri al-Maliki, nonché leader del partito al-Dawa che fa parte dell’attuale coalizione di governo.
Ma la lunga mano di Teheran, come era facile immaginare, è entrata anche nella sfera confessionale irachena, influenzando molti esponenti religiosi e finanziando diversi movimenti, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare noto come ‘esercito del Mahdi’.
Esistono inoltre legami più che evidenti con il Consiglio supremo islamico iracheno (ISCI), il cui leader Sayyed Ammar al-Hakim è capo di un’altra formazione armata conosciuta come ‘brigate al-Badr’.
Inoltre, secondo alcune dichiarazioni rilasciate da un dissidente iraniano al quotidiano arabo Asharq al Awsat, l’Iran starebbe facendo pressioni anche all’interno del clero sciita iracheno per la nomina dell’Ayatollah Hashemi Shahroudi a capo del Consiglio religioso sciita, nel tentativo di marginalizzare Ali al-Sistani, spesso critico nei confronti del premier al-Maliki e indirettamente anche verso la politica iraniana in Iraq.
Che cosa rimane agli americani?
Una cartina tornasole di quello che attende gli americani in Iraq l’ha data il 29 dicembre scorso Baha al Araaji, presidente del blocco parlamentare iracheno al-Ahrar, raggruppamento sciita filo-iraniano, che ha minacciato di denunciare il vice presidente americano Biden se entrerà nel paese senza visto.
Con il ritiro delle truppe americane, Washington si ritrova infatti con poche carte da giocare nel tentativo di restare nel paese con un ruolo attivo.
Gli unici alleati in grado di garantirgli una sorta di rappresentanza nel variegato sistema politico iracheno sono i curdi di Barzani e del presidente Talabani. Ma anche su questo fronte la penetrazione iraniana è stata decisiva nel cercare di rompere lo storico legame con gli Usa.
Il presidente della regione autonoma (KRG), Massoud Barzani, in un incontro bilaterale con l'iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha affermato: “Non dimenticheremo l’aiuto del popolo e del governo iraniano durante i difficili momenti passati dall’Iraq. Per preservare la nostra vittoria abbiamo bisogno dell’assistenza e della guida iraniana”.
Una dichiarazione che sembra lasciare poco spazio alle interpretazioni e che fornisce una nuova lettura delle relazioni tra il KRG e il governo iraniano.
Unico fermo alleato degli americani ( e della Turchia) rimane il presidente iracheno Jalal Talabani, vuoi anche per il ruolo politico che sta assumendo suo figlio Qubad, che attualmente rappresenta il governo curdo a Washington.
Come aggirare il trattato SOFA
In più di un'occasione Talabani ha ricordato come il supporto militare americano sia necessario contro le minacce ‘esterne’ alla stabilità del paese.
Un appoggio ‘ideale’ che però sterebbe diventando anche materiale per l’agenzia iraniana Press Tv, secondo cui sarebbe in atto un dispiegamento di soldati americani in una base situata a nord della regione curda irachena.
Nello specifico si tratterebbe di uno stanziamento di circa 8 mila militari Usa, supportati da 125 elicotteri e 28 droni, un tentativo di aggirare il trattato SOFA, che sancisce invece il ritiro delle truppe Usa da tutto il territorio iracheno entro e non oltre il 31 dicembre 2011.
Elezioni anticipate?
Sul fronte interno, dopo la crisi che si è aperta negli ultimi giorni del 2011, si attende ora una conferenza per la creazione di una nuova coalizione di unità nazionale che tenti di superare la grave impasse politica in cui versa il governo di Baghdad, anche se si fanno sempre più insistenti le voci sulla possibilità di riccorere ad elezioni anticipate.
Ad appoggiare questa opzione sarebbero ormai in tanti, da Allawi a Moqtada al-Sadr, passando per Massoud Barzani, e con la 'benedizione' di Teheran.
2 gennaio 2012
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
Un sondaggio del Christian peacemaker team fa luce sull'opinione dei curdi sui curdi sotto assedio da parte dei bombardamenti iraniani e turchi, tesi a piegare la guerriglia del Pkk e del Pjak. Se in questi mesi il governo regionale curdo iracheno è apparso quantomeno 'confuso' sul tipo di risposta da dare ad Ankara e Teheran, i curdi che vivono nel nord dell'Iraq hanno invece delle idee molto chiare.
L’ultimo convoglio militare americano ha lasciato l'Iraq, facendo calare il sipario su una missione lunga quasi nove anni. La colonna di blindati ha attraversato il confine, alle prime luci dell'alba di ieri. I militari sono stati accolti dal bagliore dei flash dei tanti accorsi per immortalare gli ultimi istanti di una guerra che ha cambiato il volto di tutta una regione, ridefinendone i contorni e gli equilibri.
Sono sempre più diffuse le voci secondo cui la Blackwater, la nota compagnia “fornitrice di soluzioni di sicurezza”, intenderebbe ritornare a operare in Iraq, il paese da cui era stata bandita nel 2007. Per riuscirci, ha cambiato il suo nome in Academi.
I numeri di questa tragica realtà sono il risultato di una ricerca sul campo durata tre anni, durante i quali sono state raccolte numerose testimonianze dirette, anche grazie all'intermediazione delle organizzazioni femminili.
Processate George W. Bush. E’ questo l’appello lanciato da diverse organizzazioni, tra cui Amnesty International, dopo la sentenza del Tribunale di Kuala Lumpur (in Malesia), che ha confermato le imputazioni per crimini di guerra e torture rivolte all’ex presidente Usa e all’ex premier Tony Blair. Intanto, Bush salta un incontro in Svizzera per 'precauzione'.
La lettura del rapporto 2010 dell’Iraq Minorities Organization (IMO) a cura di Mumtaz Lalani dal titolo “Ancora nel mirino: continua la persecuzione delle minoranze in Iraq” è realmente ricco di dati importanti. Parliamo infatti di bahá’í, cristiani, armeni, comunità di colore, caldei assiri, circassi, Kaka’i, curdi faili, palestinesi, comunità ebraica, comunità shabak, rom, turkmeni, mandei sabei e yazidi.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Nuovi scontri interreligiosi nella Regione del Kurdistan fanno riemergere il timore per ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Il secolare mosaico etnico e religioso iracheno sembra un ricordo sbiadito di un passato ormai lontano.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
La notizia è stata ripresa solo dall’americana CBS, ma il primo processo per crimini di guerra contro Bush e Blair potrebbe fare luce sulla guerra in Iraq del 2003, individuandone cause e responsabilità.
L’imminente partenza degli Stati Uniti dall’Iraq sembra aprire le porte all’influenza iraniana sul paese, sia a livello politico che economico. Tuttavia, si tratta di un processo già in atto da qualche anno, e precisamente dalla caduta di Saddam Hussein.