Iraq, Kurdistan: l'anno nero dell'informazione, giornalisti sotto attacco
Feriti da colpi di arma da fuoco, arrestati illegalmente, malmenati: sono i giornalisti che operano nel Kurdistan iracheno. Il 16 gennaio avevamo riportato le allarmanti dichiarazioni rilasciate da Rahman Gharib, direttore del Centro curdo per la difesa dei giornalisti. Ora il Metro Center diffonde il report completo e denuncia: l'attacco alla libertà di stampa si sta facendo sempre più forte. Per la prima volta nella storia della regione, è stato incendiato anche un canale televisivo. Le forze di sicurezza non hanno nessun timore della giustizia e operano apertamente, anche in divisa, sotto gli occhi di tutti.
di Angela Zurzolo
Picchiati dalla polizia, lapidati dai manifestanti, feriti con armi da fuoco, arrestati illegalmente, privati delle loro telecamere e spesso minacciati di morte: il bilancio degli attacchi ai giornalisti nel Kurdistan iracheno è inquietante.
Si tratta del più alto record di violazioni degli ultimi due decenni dell'amministrazione curda.
Il “Report annuale di Metro Center sulle violazioni attuate nei confronti dei giornalisti nella regione del Kurdistan iracheno nel 2011” registra ben 359 testimonianze di professionisti che si sono scontrati con l'impossibilità di svolgere il loro lavoro.
Non solo pistole puntate contro, anche bombe sotto le macchine, assalti alle case e incendi ai canali televisivi.
Chi sta attuando questo vero e proprio attacco alla libertà di stampa nel Kurdistan iracheno? Tante le testimonianze che puntano il dito contro le forze di sicurezza.
Spesso, agiscono con indosso ancora l'uniforme e violano la legge che sancisce che “Chiunque umili o abusi di un giornalista usando la sua autorità, risponde della stessa accusa di assalto, nello svolgimento del loro dovere, ai garanti dell'interesse dei civili”.
Hemin Abdulatif, corrispondente della testata telematica Dastur, e Ari Mohammed Nouri dell'agenzia Metrography, sono stati feriti da colpi di arma da fuoco nel quartiere di Sulaimaniya, di fronte la sede del Partito democratico curdo.
Durante un attacco delle forze di sicurezza ai manifestanti sono stati colpiti anche i giornalisti Chinoor Mohammed Amin dell'Hawlati ed Hawry Khalil. Stessa sorte per il direttore del Zinar Magazine.
Non solo proiettili. Quest'anno, per la prima volta nella storia curda, un canale televisivo privato è stato dato alle fiamme.
Il 20 febbraio 2011, la Nalia radio and television (Nrt) che ha sede a Sulaimaniya, è stata incendiata, subendo un danno pari a dieci milioni di dollari.
La causa è facilmente individuabile nella trasmissione di immagini relative alle proteste che si erano tenute nella capitale.
“E' stato un giorno buio per la storia del giornalismo curdo”, si legge nel rapporto del Metro Center. Twana Osman, direttrice generale del canale televisivo privato, ha raccontato: “Circa cinquanta uomini armati hanno attaccato la Nrt, sparando contro l'equipments e dando fuoco a tutti e tre i piani dell'edificio. Una guardia notturna è stata ferita”.
Il governo regionale del Kurdistan (Krg), dopo dieci mesi dall'accaduto, dichiara di non essere ancora pronto a rivelare i risultati delle sue indagini.
“Non ci dovrebbero essere scuse per chi nasconde le responsabilità nel caso dell'incendio alla Nrt. I risultati delle indagini dovrebbero essere pubblicati, altrimenti le autorità dovrebbero almeno spiegare le ragioni che si nascondono dietro questo comportamento”, ha dichiarato il Metro Center.
E ancora: telecamere rotte, nastri e rullini delle macchine fotografiche sui quali erano impresse immagini sconvenienti, sequestrati e cancellati.
La verità nel Kurdistan iracheno deve essere nascosta a tutti i costi.
“Se non mantieni il silenzio, ti spareremo in bocca e ti forzeremo a lasciare Erbil. Non ci facciamo sentire per un po' e tu attacchi il governo come ti pare”: tante le chiamate anonime come queste che perseguitano i giornalisti che lavorano nel nord del paese.
“Minacciano di uccidermi”, dice Diladar Harki, e il giornalista Soran Omar si dice sicuro di essere stato preso di mira per aver "parlato di corruzione", riferendosi a un funzionario in particolare”.
Tante le storie come quelle di Rebin Hardi, direttore dell'Awene Company, picchiato da un uomo in uniforme nera con il calcio di una pistola nella testa. Il giornalista ha dichiarato: “Questo attacco è parte di quelli attuati contro i giornalisti e gli intellettuali”.
La denuncia di Metro Center si unisce a quella di altre organizzazioni internazionali che operano per la difesa dei diritti dei giornalisti nel Kurdistan iracheno.
Human Rights Watch ha rivelato che “gli ufficiali e le forze di sicurezza stanno portando avanti un vero e proprio assalto alla libertà dei giornalisti”, e ha chiesto agli ufficiali della Krg di “fermare la repressione attuata nei confronti dei giornalisti attraverso cause per diffamazione, detenzione illegale e minacce di morte”.
All'appello si unisce anche Amnesty International, che da molto tempo condanna gli attacchi alla libertà di stampa e di parola nel Kurdistan iracheno.
25 gennaio 2012
La Banca centrale irachena ha dichiarato di essere sotto “attacco valutario”. Nelle aste della banca degli ultimi mesi è aumentato vertiginosamente l’acquisto di dollari statunitensi, che finirebbero per foraggiare il mercato nero di Siria e Iran.
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
L'obiettivo doveva essere una parlamentare turkmena (sunnita), ma a essere colpito è stato il vescovo di Kirkuk, mons. Sako. Gli attentatori provenivano da Baghdad, due sono stati uccisi e uno è agli arresti. Intanto in tutto il paese cresce la tensione tra sunniti e sciiti, ma a rimetterci sono anche le tante minoranze che vivono da sempre in Iraq.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.