Iraq, il dilemma di Maliki: "lascio o raddoppio?"
La decisione del blocco sunnita Iraqiya di interrompere il boicottaggio dei lavori parlamentari potrebbe essere letta come la fine della crisi irachena. Ma non lo sarà. Nel migliore dei casi potremmo parlare dell’inizio di una tregua. Ora il paese è a un bivio.
La decisione di Iraqiya rappresenta indubbiamente una ‘fessura’ che potrebbe permettere di avviare un processo per la risoluzione definitiva di alcune criticità del sistema. Se tutte le parti cogliessero questa opportunità, ci sarebbe una reale speranza per l'Iraq.
Se invece, come sembra più probabile, i politici non approfitteranno di questo spiraglio di luce, il paese continuerà a barcollare tra una crisi e l'altra, con la conseguenza che la situazione potrebbe sfociare in una guerra civile, in una dittatura instabile o uno dei tanti Stato ‘in fallimento’.
Per questo è importante capire cosa è effettivamente sta accadendo nello scenario politico iracheno.
Il blocco Iraqiya ha concluso il boicottaggio parlamentare, ma non quello delle riunioni del Consiglio dei ministri. Perché?
Perché in Parlamento si doveva discutere del bilancio annuale, e la leadership sunnita non poteva certo permettersi di lasciarsi scappare la sua ‘fetta di torta’.
Sul fronte governativo resta invece il muro contro muro: i ministri che fanno capo a Iraqiya sono ancora ufficialmente sospesi per ordine del primo ministro, e se Maliki non farà un passo indietro, Iraqiya si ritirerà dal Parlamento.
Quindi non è azzardato affermare che le sorti del paese dipendono sempre di più dalle scelte che opererà il premier: se fosse disposto a fare alcune concessioni a Iraqiya, forse sarebbe possibile disinnescare la crisi attuale, avviando un più ampio processo di riconciliazione nazionale.
Purtroppo Maliki sembra interpretare la decisione di Iraqiya come una sua vittoria personale, e continua a non mostrare alcun segno di cedimento, nonostante l’abbassamento dei toni rispetto alle ultime settimane.
A dimostrazione di ciò, il premier prosegue il suo attacco contro il vice presidente Tariq al-Hashimi e contro i curdi che continuano a ‘proteggerlo’ nel nord del paese.
Maliki ha rifiutato di convocare una conferenza nazionale per risolvere l'attuale impasse, come proposto dal leader curdo Massoud Barzani, soluzione che invece aveva riscosso il consenso della leadership di Iraqiya.
Un braccio di ferro che cela secondo alcuni una vera e propria resa dei conti: curdi e sunniti temono che il primo ministro possa diventare il nuovo dittatore del paese, e per questo non mollano sul ‘caso Hashimi’.
E’ qui che entra in gioco l’America. In linea con la politica adottata sin dall’inizio dell’occupazione nel 2003, Washington persiste nella sua convinzione che il vero problema del paese è proprio Iraqiya e la leadership sunnita.
La Casa Bianca sta quindi tentando di dividere il partito, per convincere quelli che considera i “buoni” a unirsi a un nuovo governo un po’ più piccolo e più agile dell’ingombrante esecutivo di unità nazionale che l'amministrazione statunitense ha promosso nel 2010.
Forse l'unica buona notizia è che la manovra americana quasi certamente non funzionerà. In primo luogo se c’è qualcosa che la crisi ha dimostrato è proprio l'inizio della fine dell’influenza Usa sul paese, visto il tentativo fallito di sostituire la presenza militare con quella politica o economica (ricordiamo che l’ambasciata americana in Iraq è la più grande del mondo).
In seconda battuta, c’è da considerare che il blocco sunnita appare, almeno per ora, fermamente unito dalla minaccia che rappresenta oggi Maliki: un possibile nuovo dittatore pronto ad opprimere i sunniti nello stesso modo in cui Saddam ha oppresso gli sciiti.
Ma perché il premier non sembra intenzionato a fare un passo indietro? Perché si gioca una partita troppo importante, quella per il potere: sebbene se ne parli molto poco, sul piatto c’è la questione del decentramento regionale, un diritto sancito dalla Costituzione (vedi lo statuto di semi-autonomia del Kurdistan iracheno), e di cui si stanno facendo interpreti proprio alcuni degli esponenti di Iraqiya.
Le domande per il riconoscimento di nuove regioni federali sono drammaticamente aumentate, e per evitare di ‘perdere’ le province sunnite, Maliki può solo imporre lo scrupoloso rispetto delle procedure stabilite dalla legge, e nel frattempo cercare di ‘eliminare’ (con metodi legali e illegali) i leader che sostengono l’avvio di tale processo.
Sta di fatto che al di là dello scenario attuale, le ragioni della crisi vanno ricercate (come più volte sottolineato) nel fallimento delle politiche condotte dall’amministrazione americana a partire dal 2003, nella devastante faida interconfessionale degli anni 2005-2007, dalla cui ferite non smette di sgorgare sangue, e nei ‘cattivi’ propositi della leadership al potere: dalla strumentalizzazione politica del fattore religione all’indifferenza nei confronti delle legittime rivendicazioni della società civile (vedi il recente caso della legge che non tutela la libertà di stampa), passando per la corruzione di tutti gli apparati statale e governativi (l’Iraq è il paese più corrotto della regione Mena).
E poi ancora casi di torture, arresti arbitrari e violenze contro le minoranze.
4 febbraio 2012
La stampa internazionale sembra preoccuparsi solo di come finirà lo scontro tra il premier Nouri al-Maliki e il vicepresidente sunnita Tariq al-Hashemi. Eppure c'è qualcosa di molto più importante di cui i media non si stanno accorgendo. Parliamo della forza dei tanti iracheni che stanno sacrificando la loro vita per dare un nuovo futuro alla loro nazione. Ecco la testimonianza di Terry Kay Rockefeller (September 11th Families for Peaceful Tomorrows) e Ismaeel Dawood, Un ponte per ...
L’allarme era stato lanciato nel corso degli ultimi mesi, proprio mentre l’esercito statunitense stava ritirando le sue ultime truppe. Ora si è trasformato in una vera e propria emergenza che sta trascinando i giornalisti iracheni “in un incubo legale”, che minaccia la libertà d’espressione in tutto il paese.
Il presidente Obama ha dovuto rispondere dei droni inviati a protezione dei diplomatici americani in Iraq. Lo scandalo è stato sollevato da un dossier del New York Times e ha provocato l'immediata reazione delle autorità di Baghdad: “I cieli dell’Iraq sono iracheni”.
Per il Guardian è "Frizzante e scioccante… Troppo febbrile e macabro per essere un reportage, questo crudele, divertente e inquietante esordio ha colpi di scena che atterriranno ogni mente". E' “Il matto di piazza della Libertà”, dello scrittore iracheno Hassan Blasim, in uscita a febbraio per la collana Altriarabi. Blasim ci ricorda che in Iraq "tutto può ancora accadere" e che questa storia merita di essere raccontata.
Riceviamo l'appello di un gruppo di attivisti, accademici, educatori, giornalisti e rappresentanti di molte organizzazioni irachene, uniti per lanciare un'iniziativa per la pacificazione del paese e scongiurare una guerra civile.
Feriti da colpi di arma da fuoco, arrestati illegalmente, malmenati: sono i giornalisti che operano nel Kurdistan iracheno. Il 16 gennaio avevamo
E' stata una vera e propria “occupazione”: la parola agli studenti delle università irachene, che raccontano i timori della società e rivelano il fallimento dell'intervento statunitense. Criminalità aumentata, conflitti confessionali, corruzione, povertà e molto malcontento. E la situazione sta per degenerare. Tanti, troppi gli interrogativi ancora aperti.
La Banca centrale irachena ha dichiarato di essere sotto “attacco valutario”. Nelle aste della banca degli ultimi mesi è aumentato vertiginosamente l’acquisto di dollari statunitensi, che finirebbero per foraggiare il mercato nero di Siria e Iran.
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
L'obiettivo doveva essere una parlamentare turkmena (sunnita), ma a essere colpito è stato il vescovo di Kirkuk, mons. Sako. Gli attentatori provenivano da Baghdad, due sono stati uccisi e uno è agli arresti. Intanto in tutto il paese cresce la tensione tra sunniti e sciiti, ma a rimetterci sono anche le tante minoranze che vivono da sempre in Iraq.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione. 