Iraq, il dilemma di Maliki: "lascio o raddoppio?"

La decisione del blocco sunnita Iraqiya di interrompere il boicottaggio dei lavori parlamentari potrebbe essere letta come la fine della crisi irachena. Ma non lo sarà. Nel migliore dei casi potremmo parlare dell’inizio di una tregua. Ora il paese è a un bivio.

 

 

 

di Francesca Manfroni

 

La decisione di Iraqiya rappresenta indubbiamente una ‘fessura’ che potrebbe permettere di avviare un processo per la risoluzione definitiva di alcune criticità del sistema. Se tutte le parti cogliessero questa opportunità, ci sarebbe una reale speranza per l'Iraq.

Se invece, come sembra più probabile, i politici non approfitteranno di questo spiraglio di luce, il paese continuerà a barcollare tra una crisi e l'altra, con la conseguenza che la situazione potrebbe sfociare in una guerra civile, in una dittatura instabile o uno dei tanti Stato ‘in fallimento’.

Per questo è importante capire cosa è effettivamente sta accadendo nello scenario politico iracheno.

Il blocco Iraqiya ha concluso il boicottaggio parlamentare, ma non quello delle riunioni del Consiglio dei ministri. Perché?

Perché in Parlamento si doveva discutere del bilancio annuale, e la leadership sunnita non poteva certo permettersi di lasciarsi scappare la sua ‘fetta di torta’.

Sul fronte governativo resta invece il muro contro muro: i ministri che fanno capo a Iraqiya sono ancora ufficialmente sospesi per ordine del primo ministro, e se Maliki non farà un passo indietro, Iraqiya si ritirerà dal Parlamento. 

Quindi non è azzardato affermare che le sorti del paese dipendono sempre di più dalle scelte che opererà il premier: se fosse disposto a fare alcune concessioni a Iraqiya, forse sarebbe possibile disinnescare la crisi attuale, avviando un più ampio processo di riconciliazione nazionale.

Purtroppo Maliki sembra interpretare la decisione di Iraqiya come una sua vittoria personale, e continua a non mostrare alcun segno di cedimento, nonostante l’abbassamento dei toni rispetto alle ultime settimane.

A dimostrazione di ciò, il premier prosegue il suo attacco contro il vice presidente Tariq al-Hashimi e contro i curdi che continuano a ‘proteggerlo’ nel nord del paese.

Maliki ha rifiutato di convocare una conferenza nazionale per risolvere l'attuale impasse, come proposto dal leader curdo Massoud Barzani, soluzione che invece aveva riscosso il consenso della leadership di Iraqiya.

Un braccio di ferro che cela secondo alcuni una vera e propria resa dei conti: curdi e sunniti temono che il primo ministro possa diventare il nuovo dittatore del paese, e per questo non mollano sul ‘caso Hashimi’.

E’ qui che entra in gioco l’America. In linea con la politica adottata sin dall’inizio dell’occupazione nel 2003, Washington persiste nella sua convinzione che il vero problema del paese è proprio Iraqiya e la leadership sunnita.

La Casa Bianca sta quindi tentando di dividere il partito, per convincere quelli che considera i “buoni” a unirsi a un nuovo governo un po’ più piccolo e più agile dell’ingombrante esecutivo di unità nazionale che l'amministrazione statunitense ha promosso nel 2010.

Forse l'unica buona notizia è che la manovra americana quasi certamente non funzionerà. In primo luogo se c’è qualcosa che la crisi ha dimostrato è proprio l'inizio della fine dell’influenza Usa sul paese, visto il tentativo fallito di sostituire la presenza militare con quella politica o economica (ricordiamo che l’ambasciata americana in Iraq è la più grande del mondo).

In seconda battuta, c’è da considerare che il blocco sunnita appare, almeno per ora, fermamente unito dalla minaccia che rappresenta oggi Maliki: un possibile nuovo dittatore pronto ad opprimere i sunniti nello stesso modo in cui Saddam ha oppresso gli sciiti.

Ma perché il premier non sembra intenzionato a fare un passo indietro? Perché si gioca una partita troppo importante, quella per il potere: sebbene se ne parli molto poco, sul piatto c’è la questione del decentramento regionale, un diritto sancito dalla Costituzione (vedi lo statuto di semi-autonomia del Kurdistan iracheno), e di cui si stanno facendo interpreti proprio alcuni degli esponenti di Iraqiya.

Le domande per il riconoscimento di nuove regioni federali sono drammaticamente aumentate, e per evitare di ‘perdere’ le province sunnite, Maliki può solo imporre lo scrupoloso rispetto delle procedure stabilite dalla legge, e nel frattempo cercare di ‘eliminare’ (con metodi legali e illegali) i leader che sostengono l’avvio di tale processo. 

Sta di fatto che al di là dello scenario attuale, le ragioni della crisi vanno ricercate (come più volte sottolineato) nel fallimento delle politiche condotte dall’amministrazione americana a partire dal 2003, nella devastante faida interconfessionale degli anni 2005-2007, dalla cui ferite non smette di sgorgare sangue, e nei ‘cattivi’ propositi della leadership al potere: dalla strumentalizzazione politica del fattore religione all’indifferenza nei confronti delle legittime rivendicazioni della società civile (vedi il recente caso della legge che non tutela la libertà di stampa), passando per la corruzione di tutti gli apparati statale e governativi (l’Iraq è il paese più corrotto della regione Mena).

E poi ancora casi di torture, arresti arbitrari e violenze contro le minoranze.  
 

 

 

4 febbraio 2012