Iraq, i numeri ribaltano le previsioni: dopo il ritiro si muore come nel 2011
Mentre sul numero delle vittime il governo gioca al ribasso, pubblichiamo il resoconto di tre giorni di sangue a Baghdad e le statistiche delle organizzazioni irachene.
di Angela Zurzolo
In Iraq si guardava con terrore a gennaio.
Con il ritiro delle truppe statunitensi si era fatta decisamente più forte la paura della guerra confessionale. Sebbene non si possa dire che essa sia stata ancora scongiurata, dalle statistiche relative ai morti e agli attacchi registrati nel primo mese del nuovo anno è emerso un dato significativo.
Due organizzazioni che operano sul territorio hanno dichiarato che il numero delle vittime è già aumentato nel 2012 rispetto all'anno precedente.
L'Iraq body count's dichiara che nei 31 giorni esaminati ci sono stati 458 morti contro i 371 di dicembre.
Numeri sensibilmente superiori a quelli diffusi dai ministeri iracheni, secondo i quali ci sarebbero stati 151 morti, ovvero solo quattro in più rispetto al mese precedente.
Gennaio è stato funestato da tre giorni di sangue: il 5 un attentatore suicida si è fatto esplodere tra i pellegrini sciiti nella città di Batha, nella provincia di Dhi Qar, uccidendo ben 45 persone che erano dirette alla Karbala durante l'Arbayeen, una festa in commemorazione della morte dell'Imam Hussein Ibn Ali.
Nello stesso giorno, un'autobomba ha ucciso 15 persone nel distretto di Kadhimiya, a nordovest di Baghdad. Simultaneamente, a Sadr City (importante quartiere della capitale) una motocicletta saltava in aria insieme a 13 lavoratori che si trovavano nel nordest della città.
Il 14 gennaio, è toccato a Zubayr e a 64 persone che si stavano recando alla Moschea Khatwa, meta molto frequentata da chi non può fare il pellegrinaggio a Kerbala. Poi il 27 altre 28 vittime uccise da una deflagrazione nei pressi dell'ospedale di Zafaraniya.
Sebbene sia troppo presto per fare un'analisi comparata, se la situazione dovesse restare immutata si avrebbe una media di 369 morti al mese e 11,9 al giorno, perfettamente in linea con il 2011.
8 febbraio 2012
La decisione del blocco sunnita Iraqiya di interrompere il boicottaggio dei lavori parlamentari potrebbe essere letta come la fine della crisi irachena. Ma non lo sarà. Nel migliore dei casi potremmo parlare dell’inizio di una tregua. Ora il paese è a un bivio.
La stampa internazionale sembra preoccuparsi solo di come finirà lo scontro tra il premier Nouri al-Maliki e il vicepresidente sunnita Tariq al-Hashemi. Eppure c'è qualcosa di molto più importante di cui i media non si stanno accorgendo. Parliamo della forza dei tanti iracheni che stanno sacrificando la loro vita per dare un nuovo futuro alla loro nazione. Ecco la testimonianza di Terry Kay Rockefeller (September 11th Families for Peaceful Tomorrows) e Ismaeel Dawood, Un ponte per ...
Riceviamo l'appello di un gruppo di attivisti, accademici, educatori, giornalisti e rappresentanti di molte organizzazioni irachene, uniti per lanciare un'iniziativa per la pacificazione del paese e scongiurare una guerra civile.
Feriti da colpi di arma da fuoco, arrestati illegalmente, malmenati: sono i giornalisti che operano nel Kurdistan iracheno. Il 16 gennaio avevamo
E' stata una vera e propria “occupazione”: la parola agli studenti delle università irachene, che raccontano i timori della società e rivelano il fallimento dell'intervento statunitense. Criminalità aumentata, conflitti confessionali, corruzione, povertà e molto malcontento. E la situazione sta per degenerare. Tanti, troppi gli interrogativi ancora aperti.
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.