Iraq: gli eroi dimenticati dalla stampa internazionale

La stampa internazionale sembra preoccuparsi solo di come finirà lo scontro tra il premier Nouri al-Maliki e il vicepresidente sunnita Tariq al-Hashemi. Eppure c'è qualcosa di molto più importante di cui i media non si stanno accorgendo. Parliamo della forza dei tanti iracheni che stanno sacrificando la loro vita per dare un nuovo futuro alla loro nazione. Ecco la testimonianza di Terry Kay Rockefeller (September 11th Families for Peaceful Tomorrows) e Ismaeel Dawood, Un ponte per ...

 

 

di Terry Kay Rockefeller e Ismaeel Dawood*

 

 

Durante l'Arbaeen, il giorno sacro sciita, che è stato celebrato lo scorso 5 gennaio, un attentatore suicida ha ucciso 47 pellegrini nel governatorato di Dhi Qar, nel sud dell'Iraq.

Due ufficiali dell'esercito, il tenente Nazhan Faleh al-Jabouri e il vice-sergente Ali Ahmad al-Sabi hanno affrontato il terrorista prima che la bomba esplodesse.

Entrambi sono morti per impedire che il kamikaze uccidesse molte più persone di quelle che effettivamente è riuscito a colpire. Questi eroi non erano sciiti né originari del sud.

Entrambi sunniti, Nazhan era nato a Kirkuk, mentre Ali veniva da Diyala. Quindi erano semplicemente iracheni.

La madre di Nazhan è apparsa in televisione per esprimere l'orgoglio di avere un figlio che ha deciso di sacrificare la sua vita per l'Iraq. Il popolo iracheno si è stretto intorno ai familiari di questi eroi dimenticati dalla stampa internaziona, e in migliaia hanno partecipato ai loro funerali. 

E questo non è un episodio isolato.

La distanza tra quello che veramente accade nelle strade del paese e il comportamento dei politici iracheni è in gran parte responsabilità degli Stati Uniti.

Fin dai primi giorni dell'occupazione, l'amministrazione statunitense ha imposto un linguaggio che ha creato delle divisioni che non appartenevano alla vita reale degli iracheni, almeno in quel momento.

Espressioni come "triangolo sunnita" hanno distolto l'attenzione dal vero motivo che ha spinto la popolazione, indipendentemente dalla sua confessione religiosa, a resistere all'invasione americana, e che va ricercato nella costante violazione dei diritti fondamentali e nell'umiliazione inferta a un intero popolo.

Dalle torture dei prigionieri di Abu Ghraib all'assedio di Falluja, fino ad arrivare alle punizioni collettive di Najaf, Sadr City, e Mosul.

Prima dell'invasione del 2003 nessuno ha mai chiesto agli iracheni se erano sunniti o sciiti, anche perché i matrimoni misti erano molto comuni. Si viveva pacificamente anche con cristiani, turcomanni, yazidi e assiri, tutti uniti contro una dittatura sanguinaria che soffocava la libertà di un intero popolo.

Dopo la caduta di Saddam, il paese è stato ridisegnato secondo delle linee confessionali che prima non esistevano, così come non esisteva al-Qaeda.

Dal 2003 in poi l'Iraq è diventato un campo di battaglia ed è questo il vero risultato delle politiche condotte durante l'occupazione, aggravate dall'opportunismo di al-Qaeda e delle milizie che fanno capo all'Islam politico.

L'interesse principale degli americani era quello di creare una narrazione politica che giustificasse lo staziamento delle loro truppe nel paese.

Tragicamente, nel 2006, il conflitto confessionale è diventato realtà, grazie a una classe politica che da quando si è impossessata del potere non ha fatto altro che scavare ancora di più nel solco creato dall'amministrazione americana.

Gli iracheni sono stati traditi due volte. Dopo la liberazione dalla dittatura di Saddam, a cui è seguita una sanguinaria occupazione, e ora con il ritiro delle truppe statunitensi, che hanno lasciato dietro di sé un fragile sistema politico basato sulle divisioni confessionali.

Per risorgere l'Iraq ha bisogno di grandi cambiamenti, partendo da elezioni anticipate, gestite dagli iracheni, ma con il supporto di un partner internazionale affidabile come l'Unione europea.

Gli iracheni vogliono vivere in pace e in democrazia, vogliono trasparenza e la fine della corruzione, servizi e sicurezza. Per questo lottano ogni giorno, sacrificando la loro vita. 

La società civile irachena sta portando avanti importanti battaglie, da Sulaimaniya a Mosul, da Bassora a Baghdad, e in molte altre città che hanno partecipato alla "Primavera irachena", per impedire il ritorno della dittatura e perché la religione non venga asservita agli interessi politici.

 

 

* Entrambi gli autori appartengono all'Iniziativa di Solidarietà con la Società Civile Irachena (ICSSI).
 

 

2 febbraio 2012