Iraq. E' guerra di oleodotti, tra Baghdad ed Erbil
Nel confronto tra il governo iracheno e la regione semiautonoma del Kurdistan, il controllo degli oleodotti ha rappresentato, finora, un vantaggio commerciale per Baghdad. Presto, tuttavia, le cose potrebbero cambiare. E nel frattempo, la Turchia...
di Giovanni Andriolo
Sono già iniziati i lavori per la costruzione di un oleodotto interamente curdo che, secondo i progetti, in circa due anni riuscirà a trasportare il greggio dai giacimenti del Kurdistan a un deposito a quattro chilometri dal confine con la Turchia.
E’ il ministro curdo per le Risorse naturali, Ashti Hawrami, ad annunciare il progetto, spiegando che l’oleodotto non uscirà dai confini del territorio del Kurdistan e porterà il greggio fino al deposito di lavorazione di Feyshkhabour, di proprietà e gestione dell’impresa norvegese DNO.
Da lì, il greggio sarà trasferito alla stazione finale dell’oleodotto che connette l'Iraq alla Turchia, dal lato iracheno.
Sebbene non esistano piani formali per evitare quest’ultimo collegamento controllato da Baghdad, sembra che i governi e le imprese private da entrambi i lati del confine curdo - turco stiano cercando una soluzione.
Le autorità curde hanno espresso la volontà di stringere accordi bilaterali con la Turchia per l’esportazione di risorse energetiche.
Tra questi, una proposta prevede l’esportazione del greggio in Turchia, che a sua volta si impegna a raffinarlo e a inviarlo di nuovo in Kurdistan una volta lavorato: in questo modo, Erbil e Ankara progettano di aggirare il controllo di Baghdad sulle esportazioni.
A questo riguardo, al Arabiya riporta una recente dichiarazione di Seerwan Abubaqr, consigliere del ministero curdo delle Risorse naturali, secondo cui agli inizi di luglio sarebbero già cominciate le esportazioni di “quantità limitate” di greggio verso la Turchia per essere raffinate.
Il governo iracheno, da parte sua, non sembra favorevole a questa collaborazione commerciale.
Il ministro del Petrolio iracheno, Abd al-Karim Luaybi, avrebbe già contattato il suo omologo turco, Taner Yildiz, per ricordargli l’impegno di rispettare l’autorità di Baghdad, nelle relazioni commerciali con l’Iraq e con i suoi territori.
Nel frattempo, il governo del Kurdistan ha annunciato un piano per la costruzione di un secondo oleodotto per l’esportazione, e di un’estensione del gasdotto già in costruzione per collegare la stazione di Erbil a quella di Dohuk, nel nord del paese.
I piani del Kurdistan sembrano gettare benzina sul fuoco nelle relazioni con il governo di Baghdad, che pretende il controllo totale delle risorse prodotte in territorio curdo.
I rapporti tra le due autorità sono già tesi per la questione dei contratti che il Kurdistan ha firmato lo scorso ottobre con l’impresa statunitense ExxonMobil, per l’esplorazione di sei blocchi di territorio curdo alla ricerca di risorse energetiche.
Dallo scorso aprile, inoltre, l’esportazione del petrolio curdo verso l’Iraq è stata interrotta a causa di una disputa tra Baghdad e Erbil sui pagamenti.
Da allora, il Kurdistan vende il petrolio sul mercato interno per diminuire la propria dipendenza da Baghdad.
Se è indubbio che una nuova apertura delle esportazioni restituirebbe più introiti alla regione semiautonoma, un accordo con le istituzioni di un paese confinante, la Turchia appunto, potrebbe rendere ancora più complicato questo scontro, trasportandolo da un contrasto interno a un confronto a livello internazionale.
Secondo i dati riportati da Iraq Oil Report, il Kurdistan possiede una capacità di raffinazione ufficiale di circa 66 mila barili al giorno.
Non mancano piani di aumento della produzione, sulla scia delle analoghe politiche perseguite da Baghdad: secondo tali progetti, alla fine del 2012 la capacità della raffineria di Bazian, presso Suleimaniya, verrà aumentata da 20 mila barili al giorno a 35 mila; così come la raffineria di Kalak, a Erbil, passerà da 40 mila barili giornalieri a 75 mila.
La posta in gioco, dunque, è destinata a diventare sempre più alta per gli investitori internazionali che, come la Turchia, preferirebbero aggirare la “mediazione” di Baghdad sull’esportazione di energia dal vicino Kurdistan.
La costruzione del nuovo oleodotto curdo coincide con i piani turchi di aggiungere un nuovo oleodotto che parta dal confine con l’Iraq e raggiunga il porto di Ceyhan, sul Mediterraneo.
Attualmente, ci sono già due oleodotti che trasportano il greggio iracheno lungo quel percorso.
Tuttavia, le autorità turche tengono a precisare come l’iniziativa della costruzione del terzo oleodotto si opera dell’impresa Calik Energy, e non del governo di Ankara, che non avrebbe ancora firmato alcun contratto con le autorità del Kurdistan per l’esportazione diretta.
Malgrado ciò, lo scorso aprile il presidente del governo del Kurdistan Massoud Barzani ha incontrato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, e i due avrebbero discusso di diverse questioni, tra le quali anche quella della cooperazione energetica e dei piani infrastrutturali.
Una Turchia che starebbe giocando sul filo del rasoio, mentre il governo iracheno continua a considerare illegali tutti contratti petroliferi firmati dalle autorità curde con imprese straniere.
Secondo l’interpretazione convenzionale della legge irachena, la sola autorità autorizzata a vendere il petrolio iracheno sarebbe l’impresa statale State Oil Marketing Organization (SOMO).
Questa lettura univoca è stata recentemente contestata dal ministro curdo delle risorse naturali, Ashti Hawrami, secondo il quale il Kurdistan potrebbe teoricamente vendere il proprio petrolio all’estero, qualora gli introiti fossero equamente distribuiti in tutte le regioni irachene.
Nel frattempo, Seerwan Abubaqr rincara la dose e avverte Baghdad: “Se saremo costretti, esporteremo il petrolio anche in Iran”.
12 luglio 2012

Il governo iracheno è determinato a evitare che altre imprese petrolifere straniere, seguendo l’esempio della ExxonMobil, possano concludere contratti con il governo regionale del Kurdistan, malgrado il divieto di Baghdad. Nel frattempo, l’affare Exxon continua a minare i rapporti tre le due autorità.
La compagnia statale cinese CNPC sta