Iraq. Cosa accade nel campo profughi per siriani (curdi) di Domiz
Nei giorni scorsi abbiamo visitato Domiz, che dista circa 10 km da Dohuk (Kurdistan iracheno), il primo campo che in questa area ha accolto i profughi curdo-siriani dell’esodo del 2004. Ora quel campo non c’è più, perché nel 2007 il governo regionale (Krg) ha costruito delle case in muratura, dove oggi alloggiano 130 famiglie.
testo di Ettore Acocella - Un ponte per.... - e Pierluigi Giorgi*
Il nuovo campo profughi sorge accanto al vecchio, ed è stato allestito nell'ultimo mese dal dipartimento del Krg che si occupa dei rifugiati, in collaborazione con l'UNCHR.
Secondo le informazioni che abbiamo ottenuto – ma che non sono verificabili – in questo momento ci sarebbero ben tre punti di entrata dal nord della Siria verso l'Iraq, e un centro a Zumar, dove vengono registrate le persone che valicano la frontiera.
Non siamo però riusciti a capire che fine fanno i profughi siriani non-curdi, se vanno altrove o se non ne arrivano proprio.
Negli ultimi due mesi Zumar ha accolto circa 3.500 profughi, parte dei quali si trovano ora nei due campi di Dohuk (oltre a Domiz esiste un campo in un’altra zona della città), mentre gli altri sono ospiti di alcune famiglie di Erbil e di altre città del Kurdistan iracheno. Probabilmente ci sono dei profughi non registrati, ma non siamo riusciti ad avere altre informazioni.
Il campo è costituito da circa 100 tende dell’UNCHR, dove - a detta dei responsabili – avrebbero trovato rifugio 230 famiglie; sull'altro lato della strada ci sono invece 4 grandi tendoni pieni di materassi e poco altro, in cui vivono 600 uomini, in maggioranza giovani disertori o scappati prima di iniziare il servizio di leva.
In attesa che sia pronta una cucina da campo, il cibo viene distribuito una volta al giorno. All'arrivo ogni famiglia riceve 100 mila dinari iracheni (circa 90 dollari) e ogni singolo 50 mila dinari iracheni (circa 45 dollari), dopodiché non sono previsti altri contributi.
Tutti i profughi sono in attesa di chiarire il loro status legale nel Kurdistan iracheno, perché al momento non hanno il permesso di soggiorno, e senza documento non potranno lavorare, così come andare a scuola e muoversi da una città all'altra (lo richiedono ai check-point).
Dalle interviste realizzate da una nostra collega, le famiglie presenti nei campi profughi esprimono tutte le stesse preoccupazioni e richieste, tra cui la scuola per i bambini, i servizi sanitari (l'ospedale è troppo lontano e se ci sono emergenze di notte non c’è neanche un mezzo per raggiungerlo) e le problematiche legate all’arrivo dell'estate (condizionatori, frigoriferi, per esempio).
I ragazzi che abbiamo incontrato, tutti tra i 20 e i 30 anni, vengono dai villaggi curdi al confine tra Siria ed Iraq, e la maggior parte di loro vorrebbe tornare nel proprio paese, quando la situazione si sarà stabilizzata.
Ci hanno raccontato che per arrivare sino a qui hanno camminato per 3-8 ore, a seconda del villaggio di provenienza.
Un gruppo formato da 10 o 20 persone si affida a una “guida” (le cifre variano tra i 500 e gli 800 dollari a persona), che li accompagna sino al confine, indicandogli poi la strada da seguire. Presumibilmente la cifra pagata serve a corrompere la border police su entrambi i lati del confine.
Essere curdi in Siria non è mai stato facile – ci hanno spiegato -, ma la situazione è precipitata nell'ultimo anno.
Rispetto a quanto sta accadendo nel loro paese, ci hanno detto che durante i primi mesi di insurrezione, le manifestazioni contro il governo di Assad erano congiunte. Poi tra le ‘fila degli arabi’ si sarebbero infiltrati dei gruppi dell'Islam politico, con la conseguenza che da allora i due gruppi si sarebbero divisi.
Ci hanno mostrato alcuni filmati fatti con il cellulare, in cui si vede la polizia del governo di Baghdad che cerca di rimpatriare i profughi siriani, con relativi tafferugli tra la polizia irachena e le milizie curde.
La nostra personale impressione, necessariamente parziale, è che il teorema per cui il premier Al-Maliki cerca di conservare dei rapporti amichevoli con la Siria di Assad appare confermato.
L'accoglienza delle autorità del nord - il campo non è un inferno come altri, ci sono servizi essenziali e prospettive di miglioramento - è funzionale al messaggio che il Krg vorrebbe far passare: il Kurdistan iracheno è la casa di tutti i curdi.
Il risultato è che però sta salendo la tensione tra il Krg e il governo di Baghdad.
Ma, al di là di queste considerazioni, crediamo che la condizione peggiore la stiano vivendo tutti questi giovani ragazzi soli, quasi tutti di cultura medio-alta, ammassati in spazi angusti, lontani dai loro affetti, senza soldi né possibilità di lavorare o di muoversi.
Mentre le famiglie e i bambini riescono in qualche modo ad adattarsi a questa situazione, la rabbia e la frustrazione di alcuni di loro potrebbe far degenerare una situazione già precaria.
* Pierluigi Giorgi è autore anche della foto
26 aprile 2012
