Iraq, bilancio 2012: il petrolio diventa l'unico vero investimento per lo sviluppo del paese
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
Poco prima che terminasse il 2011, il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato la bozza di bilancio per l’anno appena iniziato, prevedendo una spesa di 117 mila miliardi di dinari (circa 100 miliardi di dollari), il 22% in più rispetto al 2011.
I settori più 'favoriti' dall’allocazione di denaro sono energia, sicurezza e servizi sociali.
L’Iraq dipende ancora quasi esclusivamente dal petrolio per le sue entrate. Il bilancio prevede che gli introiti del settore oil raggiungeranno quest'anno la cifra di 102 mila miliardi di dinari (circa 87 miliardi di dollari), sulla base di proiezioni dell’esportazione di greggio, che parlano di circa 2,6 milioni di barili al giorno a un prezzo di 85 dollari al barile.
Il deficit previsto è di 15 mila miliardi di dinari (circa 13 miliardi di dollari). Il Consiglio dei ministri prevede di tamponare il deficit con una combinazione di risorse in eccesso del bilancio 2011, riserve esistenti e prestiti del Fondo monetario internazionale.
La bozza di bilancio è passata ora al Parlamento, che negli anni passati ha spesso effettuato significativi cambiamenti alle allocazioni di risorse prima di dare l’approvazione finale.
Le proiezioni di grandi entrate da parte del Consiglio arrivano alcune settimane dopo che il ministro del Petrolio ha annunciato che le esportazioni giornaliere di ottobre 2011 erano state le più basse dell’anno.
Le esportazioni si sono risollevate a novembre, fino a raggiungere la media di 2,135 milioni di barili al giorno. Malgrado questa tendenza altalenante, le entrate del governo sembrano aver superato gli 82 miliardi dei dollari di spesa previsti dal bilancio del 2011, che tra l’altro aveva sovrastimato le esportazioni medie dell’anno a 2,2 milioni di barili al giorno, sottostimando i prezzi del petrolio (76,5 dollari al barile).
In sostanza, il governo non aveva previsto le cosiddette “primavere” e i loro effetti sul mercato del petrolio.
La crescita dell’esportazione del petrolio prevista per il 2012 sembra contare su due fattori: un’espansione delle infrastrutture per l’esportazione e un crescente flusso di entrate dalla regione semi-autonoma del Kurdistan.
Per quanto riguarda il primo elemento, il ministero del Petrolio iracheno conta di espandere la capacità di esportazione del paese di 700 mila barili al giorno già nel 2012, grazie ai contratti multimiliardari firmati con la australiana Leighton Offshore e con la italiana Saipem, fino a raggiungere un aumento di 4,5 milioni di barili esportati al giorno nel 2014.
Finora, il flusso delle esportazioni di greggio è stato rallentato perlopiù da carenze logistiche e infrastrutturali: da una parte gli oleodotti non hanno subito la necessaria manutenzione per anni; dall’altra, in cattive condizioni climatiche le navi nel Golfo arabo settentrionale subiscono spesso ritardi poiché non sono in grado di attraccare ai vecchi approdi delle coste irachene.
Un altro limite è stato il braccio di ferro tra il governo regionale del Kurdistan, che ha firmato contratti per idrocarburi con 43 imprese straniere, e il governo centrale, che reclama per sé soltanto il diritto di firmare simili accordi e definisce illegali i contratti curdi.
Malgrado la necessità urgente di una soluzione, la questione rimane aperta.
Nel frattempo, la bozza di bilancio per il 2012 sembra focalizzare le priorità sul settore energetico, in cui viene allocato il 17% del budget (20 mila miliardi di dinari, circa 17 miliardi di dollari).
Subito dopo l’energia, la sicurezza riceverà 17 mila miliardi di dinari (14 miliardi di dollari) e i servizi sociali 15 mila miliardi di dinari (13 miliardi di dollari).
Le priorità di spesa riflettono le ansie e le ambizioni del governo, che è riuscito a sopravvivere alle minacce delle primavera arabe promettendo migliori servizi.
Le proteste hanno raggiunto le strade irachene a gennaio e febbraio del 2011, quando migliaia di cittadini hanno manifestato per chiedere una maggiore disponibilità di energia elettrica, sicurezza, nonché un programma di distribuzione di razioni di cibo.
Il nuovo bilancio continua anche il programma dei petro-dollari con cui i governatorati produttori ricevono un dollaro per ogni barile di petrolio o gas equivalente fornito alla produzione del paese. Il costo del programma nel 2012 sarà, secondo le stime, di circa 1.700 miliardi di dinari (1,4 miliardi di dollari).
Il settore agricolo, il maggior 'datore di lavoro' oltre al governo, che occupa più del 20% della forza lavoro nel paese, riceverà soltanto 2.400 miliardi di dinari (2 miliardi di dollari). Per fare un paragone, il settore petrolifero occupa soltanto l’1% della popolazione e riceverà un budget di quasi venti volte maggiore.
Stupisce infine il dato sull’acqua e l’impianto fognario, che riceverà soltanto 3.800 miliardi di dinari (circa 3 miliardi di dollari): la carenza d’acqua rimane un grave problema in Iraq, una piaga che si ripercuote non soltanto a livello sociale, ma anche sulle attività dei settori agricolo e industriale.
16 gennaio 2012
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
La questione della legge sugli idrocarburi in Iraq sembra essere ancora lontana dal trovare una soluzione. Il Parlamento ha deciso di posticipare il dibattito sulla bozza presentata dal governo, a causa della reiterata assenza alle sedute dei membri della lista di opposizione Iraqiya. Da parte loro i sunniti chiedono infatti un "nuovo intervento" degli Stati Uniti.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Le autorità irachene e i dirigenti della Shell e della Mitsubishi hanno annunciato di aver concluso l’accordo sulla produzione di gas di complemento dai giacimenti di Basra. Si tratta di un accordo storico, non soltanto per le sue controversie, durate anni, ma anche per ciò che creerà: una joint venture senza precedenti che fornirà alla Shell il controllo della maggior parte del gas del paese.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
Secondo i dati ufficiali del ministero del petrolio, negli ultimi due mesi la performance delle esportazioni di greggio iracheno non avrebbe offerto risultati positivi. Tuttavia, anche qui la crisi globale ha generato un paradosso: a meno esportazioni sono corrisposti più guadagni. E il governo cerca altro denaro da investire.
La struttura attuale dell’economia irachena non sembra offrire alternative al settore degli idrocarburi. E mentre il ministero dell’Agricoltura iracheno cerca di attirare investimenti, continua il decadimento di settori un tempo chiave, come quello della palma da dattero, e delle condizioni ambientali del paese in generale.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo). 