Iraq, Baghdad, periferia di Tehran

Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq
Il sequestro, e la liberazione, dell’ostaggio britannico Peter Moore mostrano quanto sia ormai diventata pervasiva l’influenza iraniana nel “nuovo Iraq”

di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq, 5 gennaio 2010

E’ una delle vicende più intricate del già complicato panorama iracheno. Ma anche, probabilmente, una delle più rivelatrici. E delle più inquietanti. Peter Moore, ostaggio britannico nelle mani dei suoi rapitori da oltre due anni e mezzo, è tornato in libertà, sano e salvo, il 30 dicembre, dopo che tre delle quattro guardie del corpo sequestrate assieme a lui – nel maggio 2007, in pieno centro di Baghdad – erano state riconsegnate cadaveri alle autorità di Londra.

E’ l’unica certezza: il resto sono punti interrogativi, più o meno grossi – il più grosso, quello sollevato da una inchiesta del Guardian: dietro il sequestro dei cinque britannici c’è l’Iran?

Secondo le conclusioni a cui è arrivato il quotidiano britannico, sì. Ne è sicuro “al 90%” anche il generale David H. Petraeus, che oggi è a capo del CENTCOM, il comando centrale Usa la cui area di operazioni comprende l’intero Medio Oriente e arriva fino all’Afghanistan.

Gli altri – Foreign Office in testa – negano. Ma l’interrogativo resta, ed è pesante.

Karbala – Bassora - Baghdad

I fatti: Moore viene sequestrato, con le sue quattro guardie del corpo, il 29 maggio 2007, all’interno di un edificio del ministero delle Finanze iracheno. E’ un esperto di informatica, e in Iraq lavora per la Bearing Point, una società statunitense – sta installando, in particolare, un sistema sofisticato che dovrebbe consentire al ministero di monitorare il flusso dei soldi che entrano: miliardi di dollari in introiti della vendita del petrolio e aiuti internazionali al governo di Baghdad.

Le testimonianze raccolte dal Guardian – per la precisione dalla GuardianFilms [video] – sono precise, e parlano di un’operazione di tutto rispetto: un gruppo di un centinaio di uomini vestiti con la divisa del ministero degli Interni che fanno irruzione nell’edificio ed escono indisturbati portandosi via i cinque, sfrecciando per le vie della capitale irachena in un convoglio di Land Cruiser Toyota.

A questo punto è necessario fare un passo indietro. Karbala, sud Iraq, gennaio 2007, pochi mesi prima del sequestro. Un commando attacca una base Usa, uccidendo cinque americani. E’ un’operazione molto sofisticata – e anche molto sfacciata.

Il 20 marzo vengono arrestati a Bassora Qais al Khazali e il fratello Laith, assieme a un membro degli Hezbollah libanesi.

Due mesi dopo il sequestro dei cinque britannici a Baghdad.

Nel dicembre 2007 e febbraio 2008 la Tv satellitare al Arabiya manda in onda due video degli ostaggi – nel secondo si vede Moore chiedere al premier britannico Gordon Brown la liberazione di nove iracheni in cambio del rilascio suo e dei suoi compagni di prigionia.

Da allora si susseguono gli appelli dei familiari – mentre, con tutta probabilità, si tratta per la loro liberazione.

“Riconciliazione nazionale”

E’ solo nel giugno scorso che compaiono i primi corpi – quelli di Jason Swindlehurst e Jason Creswell, due delle guardie. Consegnati all'ambasciata britannica in Iraq, l’autopsia accerterà che sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco.

Intanto il governo di Baghdad ha avviato colloqui per la “riconciliazione nazionale” con Asaib Ahl al Haqq, ovvero la “Lega dei virtuosi”, il gruppo accusato di avere eseguito il sequestro. Sono ‘sadristi’ staccatisi dalla casa madre: fanno parte dei cosiddetti “gruppi speciali” – sciiti, appoggiati dall’Iran.

Si impegnano a rinunciare alla violenza e a partecipare al “processo politico”. I primi esponenti iniziano a uscire dal carcere: fra loro c’è Laith al Khazali, uno dei tre arrestati a Bassora nel marzo 2007. Mentre emerge sempre più chiaramente che il prezzo per il rilascio di Moore, il più prezioso degli ostaggi britannici, è la liberazione di Qais al Khazali, il leader del gruppo. Che è nelle mani degli americani.

In settembre arriva un altro corpo – ancora una delle guardie, Alec Maclachlan.

Poi, il 30 dicembre, la liberazione di Moore.
 

Fin qui i fatti.

Sono stati i “Guardiani della rivoluzione”

E l’Iran?  Che c’entra in tutto questo.

Molto, secondo il Guardian. Stando alle conclusioni dell’inchiesta del quotidiano britannico, per la quale ci sono voluti ben 18 mesi, tutta l’operazione sarebbe stata orchestrata da Tehran, in particolare dai potentissimi “Guardiani della rivoluzione”.

Non solo – i cinque ostaggi, compreso Moore, sarebbero stati portati in Iran, dove avrebbero trascorso almeno una parte della loro lunga prigionia, ma facendo in modo, viene sottolineato, che non capissero dove si trovavano.

Immediata la smentita del Foreign Office – che parla di “speculazioni”. Non c’è nessuna prova del coinvolgimento iraniano nel sequestro dei cinque, dicono da Londra. Il Segretario agli Esteri, David Miliband, si dice sicuro che a sequestrare i cinque è stato un gruppo iracheno.

Fanno eco da Baghdad: gli iraniani non c’entrano.

Ma il generale Petraeus insiste, e dopo alcune dichiarazioni rese alla BBC, rincara la dose nella cerimonia del 1 gennaio a Baghdad – quella che vede il battesimo della nuova United States Force-Iraq.

“Potete citarmi quando dico che, secondo le valutazioni della nostra intelligence, [Moore] ha sicuramente trascorso in Iran, come minimo, parte del tempo in cui è stato ostaggio”, dice ai giornalisti.

Fonti autorevoli

Le fonti che il Guardian è riuscito a rintracciare sono autorevoli: un ex membro dei “Guardiani della rivoluzione”, che oggi vive in Europa, parla di “sequestro iraniano, guidato dai Guardiani della rivoluzione, eseguito dalla ‘Forza al Quds’ [l’unità incaricata delle operazioni di intelligence all’estero NdR]”.

Dello stesso avviso un ministro – in carica – del governo di Baghdad, che ha stretti legami con Tehran. “E’ stata un’operazione dei Guardiani della rivoluzione”, dice al quotidiano britannico, senza pesare le parole – e sottolinea che “non si può pensare per un istante che questi gruppi di miliziani di Sadr City possano avere eseguito un sequestro di così alto livello come questo”.

Per arrivare alla liberazione di Moore, Sami al Askari, politico iracheno sciita molto vicino al premier Nuri al Maliki, che negoziava per conto del governo di Baghdad, sarebbe volato ripetutamente a Tehran per andare a trattare con il leader dei sequestratori - nella città santa iraniana di Qom.

Anche se adesso nega, e sostiene che le trattative si sono svolte sempre all’interno dell’Iraq.

Quanto alla “Lega dei virtuosi”, si tratterebbe di una filiazione diretta della “Forza al Quds”, che opera secondo gli ordini che arrivano da Tehran.

Interrogativi senza risposta

E gli interrogativi non sono finiti.

C’è stato uno scambio di prigionieri dietro la liberazione di Moore, ora rientrato felicemente in Gran Bretagna dove ha riabbracciato i familiari, chiedendo, comprensibilmente, di essere lasciato in pace?

Alan McMenemy, il quarto degli agenti della sicurezza, di cui ancora non si sa nulla, è ancora vivo, o ne verrà riconsegnato solo il corpo, come per gli altri tre? Le voci che circolano in questi giorni a Baghdad parlano di sviluppi imminenti.

Quello che è certo è che Qais al Khazali, il leader della “Lega dei virtuosi” è stato consegnato dagli americani agli iracheni poche ore prima che Moore venisse liberato, e adesso è libero a sua volta – dopo soli tre giorni in custodia.

Accuse per poterlo tenere in carcere non ce n’erano, secondo la magistratura di Baghdad.

Per lui, ex portavoce di Muqtada al Sadr, poi diventato uomo di punta degli iraniani in Iraq, già si prevede un futuro in politica.

Un altro colpo messo a segno da Tehran.

Fonti: Guardian, BBC News, Channel 4

Il video dell’inchiesta del Guardian