Iran: sanzioni, omicidi mirati e sabotaggi, 'la guerra al regime' è già iniziata
Continua il teatrino del Consiglio di sicurezza sulla vicenda delle sanzioni all'Iran. Il gruppo degli interventisti, Stati Uniti e Francia in testa, ha preparato una risoluzione, che per il momento sta incontrando il veto di Russia e Cina. Ma la guerra economica portata avanti dagli USA e dall’UE è integrata anche da azioni clandestine per sabotare il programma nucleare, e tutto ciò non fa altro che esasperare un paese che dimostra un’incredibile tenuta nonostante le numerose carenze democratiche.
Lo scorso 23 gennaio il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE ha formulato un nuovo pacchetto di sanzioni che colpisce ulteriormente il settore finanziario ed economico dell’Iran: congelamento di tutti i fondi della Banca centrale, ma soprattutto stop incondizionato a ulteriori investimenti nel settore petrolifero e cessazione di tutti i contratti di fornitura entro il primo luglio del 2012.
Insomma, gli Stati dell’Unione Europea questa volta fanno sul serio.
La ragione principale che sta dietro a questo duro intervento diplomatico è il programma di ricerca nucleare che Teheran porta avanti da diverso tempo, e che secondo molti avrebbe come fine ultimo quello di creare armamenti nucleari.
L’Iran è un attore di rilievo nel proprio contesto regionale ed è circondato da paesi che a loro volta hanno un ruolo di primo piano nello scacchiere geopolitico dell’Asia.
La corsa al nucleare di Teheran perciò andrebbe inquadrata all’interno di questo quadro, che vede come protagonisti il Pakistan (nucleare), l’India (nucleare) e la Cina (nucleare).
Se a questi attori, che in buona parte condividono interessi economici con il regime degli ayatollah, si aggiunge poi Israele (nucleare?), ecco che si spiega il perché della pressione delle alte sfere militari della comunità internazionale, che vedono nell’Iran 'atomico' un rischio troppo grande per l’incolumità di Tel Aviv e dell'intero mondo occidentale.
“Nome in codice: Operazione calamita”
Allora si corre ai ripari. Ormai da diverso tempo il Mossad (servizi segreti israeliani) conduce operazioni clandestine, coadiuvate dalla CIA, per fermare il programma di ricerca nucleare iraniano.
Circa due settimane fa è avvenuta l’ultima esecuzione misteriosa di un chimico, Mostafa Ahmadi Roshan, a capo di un programma per l’arricchimento dell’uranio nella centrale di Natanz, ucciso da un esplosivo collocato sull’auto in movimento: una tecnica già utilizzata in passato, grazie ad una calamita attaccata all’autoveicolo da motociclisti mascherati.
Una guerra silenziosa perciò, che si combatte ad armi impari poiché l’opinione pubblica internazionale non ha coscienza di ciò che realmente accade e dipinge, per inerzia o per scarsa informazione, l’Iran come unico fautore di attività militari e operazioni segrete, come quella sventata l’ottobre scorso dall’FBI ai danni di Mansoor Arbassiar, e volta a colpire obiettivi arabi e israeliani in territorio americano.
L'elenco delle eliminazioni “mirate” ai danni di cittadini iraniani riproduce invece in modo piuttosto esaustivo la strategia dei servizi segreti occidentali: l'ingegnere Ali Mahmoudi Mimand, morto nel 2001 per una misteriosa esplosione all'interno della base militare di Shahid Hemat; Ardenshir Hassenpour, ucciso da una fuga di gas radioattivo nel febbraio 2007; lo scienziato nucleare Shahram Amiri, scomparso nel dicembre 2009; Massud Ali-Mohammadi, mentore accademico di Mostafa Ahmadi Roshan, assassinato a Teheran nel gennaio 2010.
Sanzioni, utili a chi?
Il pacchetto di misure per contrastare il programma nucleare ha provocato le dure reazioni del governo iraniano che, tramite il vicepresidente della commissione esteri e sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, Mohammad Kossari, è tornato a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz: "Se vi saranno problemi nella vendita del petrolio iraniano, lo Stretto verrà senz'altro chiuso", ha avvertito il parlamentare.
Hormuz ha un valore strategico enorme, se si considera che circa il 20% del petrolio mondiale (e il 40% di quello regionale) transiti proprio in quelle acque.
La chiusura dello Stretto avrebbe perciò serie ripercussioni economiche per molti paesi, soprattutto europei.
Ma la decisione di inasprire ulteriormente le sanzioni contro l’Iran è sembrata anche una presa di posizione contro le polemiche rivolte all’UE, soprattutto da parte israeliana, di non fare abbastanza per contrastare il programma nucleare iraniano.
Nello specifico, le polemiche furono rivolte all’Italia dal quotidiano Yedioth Ahronot, che in un articolo denunciava come nonostante le promesse fatte da Silvio Berlusconi per contrastare il regime di Teheran, durante una visita fatta in Israele nel febbraio 2010, il volume degli scambi commerciali tra Italia e Iran fosse aumentato esponenzialmente: nella prima metà del 2010 le importazioni dall’Iran crebbero fino a 2mld di euro.
Lo stesso discorso vale per altri paesi dell’Unione, compresa la Germania di Angela Merkel.
C’è un altro aspetto che non andrebbe sottovalutato. Con le ultime sanzioni che entreranno a pieno regime dal primo luglio di quest’anno, molte economie europee potrebbero rischiare il collasso, e tra queste l’Italia è quella che rischia maggiormente insieme a Grecia e Spagna.
Secondo i dati forniti dall’Opec e relativi agli introiti derivati dall’importazione di petrolio, il nostro 'Bel Paese' è precisamente al terzo posto dopo Gran Bretagna e Germania per quanto concerne le accise sul petrolio importato, con le quotazioni attuali del greggio che si aggirano intorno ai 111 dollari a barile.
La chiusura di tutti i contratti di fornitura dall’Iran porterà secondo alcuni analisti il prezzo del petrolio a una soglia di 120 – 130 dollari al barile, con un costo aggiuntivo per il settore industriale e dei trasporti, già messi in ginocchio in Italia dagli ultimi interventi del governo.
Inoltre, anche le major nostrane del petrolio subiranno dei duri contraccolpi da queste sanzioni: l’Italia nel 2011 è stata il primo importatore europeo di greggio con circa 185 mila barili al giorno.
In verità già nel 2010, dopo l’annuncio americano del Comprehnsive Iran Sanctions, Accountability, and Divestement Act (CISADA), che andava a integrare l’Iran Sanctions Act del ’96, alcune compagnie europee annunciarono la decisione di interrompere investimenti nella Repubblica islamica per paura di sanzioni unilaterali da parte americana: tra queste l’Eni decise di mettere in stand-by lo sviluppo della terza fase del giacimento onshore di Darquain.
Certo, le sanzioni contribuiscono a indebolire il governo di Ahmadinejad, ma stando a quanto riferito da alcuni intervistati dall’emittente satellitare Al-Jazeera, di certo non propriamente filo-governativa, per l’opinione pubblica iraniana le recenti sanzioni andranno a colpire più gli interessi europei che quelli di Teheran.
Un’opinione piuttosto condivisibile, giacché l’Iran può contare comunque su altri paesi per la vendita del proprio petrolio: Cina (550,000 b/g), Giappone (327,000 b/g), India (310,000 b/g) e Turchia (196,000 b/g) (fonte: Mojnews Agency).
Nel 2011 è proprio il colosso asiatico a essere diventato il primo importatore di petrolio, situazione che ha consentito all’Iran di diversificare maggiormente i propri acquirenti, conquistando nuove fette di mercato tra le economia emergenti dell’Asia.
Non a caso, l’esportazione di greggio iraniano nel continente ha rappresentato il 73% del totale dell’ultimo anno.
Oltre alla Cina, c'è un altro paese che sicuramente trarrà beneficio da queste nuove sanzioni: la Russia.
Il Cremlino ha già vinto la sua battaglia principale per il monopolio energetico sull’Europa battendo, di fatto, il progetto 'Nabucco' a favore del proprio 'South Stream'. E il blocco del petrolio iraniano favorirà quasi con certezza l’Ural russo.
Come affermato anche dal nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi, l’Italia persegue la strategia del “doppio binario”, cioè sanzioni e dialogo con Teheran sul programma nucleare.
D’altronde anche l’AIEA, l’Agenzia internazionale sul nucleare, non ha dimostrato con certezza l’esistenza di un programma militare parallelo, sebbene esistano forti sospetti.
Nel frattempo è prevista la visita di una delegazione di alto livello proprio dell'Aiea in Iran, precisamente dal 29 al 31 gennaio. Alla guida della delegazione ci saranno il capo degli ispettori, Herman Nackaerts, e il numero due Rafael Grossi.
Secondo alcune indiscrezioni, obiettivo della missione non sarà visitare gli impianti nucleari iraniani, ma rilanciare i colloqui sul dossier, fortemente sostenuti dal rappresentante della politica estera europea Catherine Ashton.
Venti di guerra sull’Iran e ipocrisie 'all’occidentale'
“The Iranian oil embargo: does this mean war?”: così titola un articolo sul quotidiano online del The Guardian, a firma di Julien Borger.
Ormai anche la stampa europea interpreta come una “velata dichiarazione di guerra” la mossa diplomatica dell’UE di inasprire le sanzioni nei confronti dell’Iran. Un clima perciò tutt’altro distensivo che di certo non porterà a un significativo riavvicinamento nelle prossime settimane.
In tutto questo complesso gioco diplomatico, che rischia di tramutarsi in qualcosa di ben più pericoloso, il ministero degli Esteri italiano ha annunciato che il nostro paese è entrato ufficialmente nel “Gruppo degli Amici della Mediazione”, costituito su iniziativa di Finlandia e Turchia, con lo scopo di favorire la mediazione come strumento di prevenzione e soluzione pacifica delle controversie.
Tra gli altri paesi membri figurano Giappone, Germania, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Messico, Belgio e Brasile, mentre fra le organizzazioni regionali sono rappresentate l’Unione Africana, la Lega Araba, l’Asean, l’Unione Europea, l’OSA, l’Organizzazione di cooperazione Islamica e l’OSCE.
Le finalità di questo nuovo gruppo suonano piuttosto familiari e associabili ad altri ben più noti organismi.
Questo non è un buon presagio.
26 gennaio 2012
E' proprio la FederPetroli Italia a lanciare l’allarme: le recenti sanzioni dell'Unione nei confronti del greggio iraniano metteranno in una situazione critica il sistema di approvvigionamento energetico italiano, incidendo pesantemente sul suo costo, a vantaggio dei mercati asiatici emergenti.
Venerdì scorso l’azienda di dispositivi per le telecomunicazioni Huawei Technologies Co. ha reso pubblici i suoi piani di riduzione progressiva degli affari in Iran, per aver ‘scoperto’ che la polizia usava la sua tecnologia di rete mobile per tracciare i movimenti e arrestare i dissidenti.
Lo sconvolgimento geopolitico che ha attraversato tutto il 2011 con molta probabilità caratterizzerà anche per l’anno che sta per arrivare. Sembra che la 'primavera araba' sia destinata a trasformarsi in un lungo 'inverno persiano'. Ne parliamo con Michele Brunelli*.
Il confronto che oppone l’Iran a diversi paesi si sta consumando soprattutto sul piano politico ed economico. Tuttavia, mentre diverse voci discutono attorno all’attivazione dell’opzione militare, lo scontro si sta sviluppando anche a un livello più nascosto: quello informatico.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo).
Non è ancora tempo di rottura per Iran e Turchia. Nonostante negli ultimi mesi le relazioni tra i due paesi sembrassero essersi deteriorate, come conseguenza della posizione critica assunta da Ankara nei confronti del regime siriano, i rapporti bilaterali non sono ancora stati messi in discussione.
"Fatico a credere che la Casa Bianca creda davvero a un Iran che voglia colpire l'America, tanto più sul suolo americano. La partita è un'altra, e si gioca su un altro terreno. E gli Usa la stanno perdendo. Intervista a
Il complotto iraniano sventato dall’FBI ha rialzato la tensione tra Washington e Teheran. Ma alla base di questa vicenda dal sapore di spy-story, ci sono molte ragioni politiche. Il contesto mediorientale è in rapido cambiamento e gli Usa stanno giocando la carta della propaganda per indebolire il regime degli Ayatollah. Obiettivo principale, distrarre l’opinione pubblica dalla politica interna?
di Luca Bellusci