Iran: gli Usa hanno problemi interni? Rilanciamo la questione iraniana

Il complotto iraniano sventato dall’FBI ha rialzato la tensione tra Washington e Teheran. Ma alla base di questa vicenda dal sapore di spy-story, ci sono molte ragioni politiche. Il contesto mediorientale è in rapido cambiamento e gli Usa stanno giocando la carta della propaganda per indebolire il regime degli Ayatollah. Obiettivo principale, distrarre l’opinione pubblica dalla politica interna?
 

 

di Luca Bellusci

 

L'intrigo

Il 22 settembre scorso, Shane Bauer e Josh Fattal sono giunti negli Usa dopo circa due anni passati nelle carceri iraniane con l’accusa di spionaggio.

Le lunghe trattative per la liberazione dei due cittadini americani trovarono una risposta convincente quando, il 20 settembre a New York per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad affermò che i due americani sarebbero stati liberati molto presto.

Grazie alla collaborazione del sultano dell'Oman e dell'ambasciatore della Svizzera in Iran, i due ragazzi furono liberati in un momento molto particolare: l’Iran era sotto la lente internazionale e un gesto di collaborazione avrebbe raffreddato le crescenti tensioni sulla questione nucleare.

Il 28 settembre, Manssor Arbabsiar, 56enne iraniano naturalizzato americano, prese un volo per Città del Messico. Al suo arrivo le autorità messicane gli rifiutarono l'ingresso nel paese e il giorno dopo fu costretto a prendere un aereo e tornare indietro all'aeroporto Jfk di New York.

Ad attendere Arbabsiar all’aeroporto gli agenti dell’FBI. Una volta catturato, il cittadino americano avrebbe confessato di essere l’organizzatore di un piano per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington.

Il 5 ottobre gli agenti federali convincono Arbabsiara a contattare la controparte iraniana, l’agente delle brigate “al Quds” (corpo speciale dei Pasdaran) Gholam Shakun, per incastrarlo con le mani nel sacco.

Sembrerebbe la sceneggiatura di un film, ma è tutto vero, o quasi. Secondo alcune fonti, lo stesso Arbabsiar potrebbe essere un agente al servizio degli Usa, utilizzato per creare un contatto con gli iraniani.

La versione data dalle autorità federali americane ha inoltre alcuni punti oscuri, come ad esempio il ruolo del narcos messicano contattato da Arbabsiar, un agente infiltrato della DEA che, sin dal primo giorno, avrebbe registrato le telefonate intercorse tra lui e il cittadino americano di origine iraniana. Strano.

Fatto sta che questo intrigo internazionale gioca tutto a favore degli Usa, o meglio dell’amministrazione Obama. Il dossier sul complotto iraniano che avrebbe dovuto uccidere l'ambasciatore saudita a Washington arriverà presto sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

A proporlo, hanno riferito fonti diplomatiche occidentali, sono principalmente Stati Uniti e Arabia Saudita che "hanno concordato sul fatto che una macchinazione del genere costituisce una flagrante violazione", non soltanto "delle norme e del diritto" ma anche "dell'etica internazionale". In arrivo, quindi, nuove sanzioni per l’Iran concordate d’intesa con l’Unione europea.

 

Le preoccupazioni della Casa Bianca

La popolarità del presidente americano è in caduta libera da diverso tempo ed egli stesso ha ammesso di essere consapevole di partire sfavorito per le elezioni di “midterm” nel 2012.

Il tasso di disoccupazione in Usa è al 9% dallo scorso maggio e circa il 45% dei 14 milioni di disoccupati è senza impiego da almeno sei mesi. Anche Wall Street sta accusando il colpo, con gli “indignados” americani fuori dai palazzi e con i bonus dei banchieri attesi in calo per il secondo anno consecutivo.

Ad aggravare ulteriormente l’immagine del presidente americano c’è la recente bocciatura in Senato del pacchetto per il rilancio dell'occupazione, un progetto da 447 miliardi di dollari incentrato su sgravi fiscali e nuovi investimenti pubblici.

Il 12 ottobre scorso al Senato, Obama non ha raggiunto il quorum dei 60voti necessario per avviare l’iter legislativo, nell'aula controllata dai repubblicani (voti a favore 50 e 49 contrari). Questo smacco politico interno coincide con una situazione piuttosto “allarmante” in politica estera, dove sono aperte questioni cruciali come il ritiro delle truppe in Iraq, la stabilizzazione dell’Egitto, la questione palestinese e il progressivo isolamento di Israele.

Alla ventilata possibilità di un’azione militare contro Teheran, il portavoce del Pentagono, John Kirby, ha affermato: "Le forze armate Usa hanno da lungo tempo sottolineato le loro preoccupazioni sull'influenza maligna dell'Iran nella regione ma riguardo a questo caso, si tratta di una questione giudiziaria e diplomatica".

La dichiarazione del Pentagono giunge poche ore dopo l’affermazione del vice presidente americano Joe Biden, che in un’intervista non aveva escluso l’opzione militare in risposta a questo affronto.

 

Iran, il regime in bilico

Anche sul versante iraniano i problemi non mancano. Il governo iraniano ha condannato come falsità le accuse rivolte dagli Usa in merito allo sventato attentato. L’Ayatollah Kamenei ha affermato come la politica americana cerchi di attrarre l’attenzione su questioni estere piuttosto che affrontare il movimento degli indignati americani che da diverse settimane ormai circondano i palazzi di Wall Street.

In politica interna continua la bagarre contro la presidenza: pochi giorni fa un deputato parlamentare iraniano, Ali Motahari, ha dato le dimissioni per protestare contro il fallito tentativo di convocare una riunione parlamentare con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, per interrogarlo su diverse questioni, compresa quella di corruzione.

 

La politica estera iraniana

Dopo lo scandalo finanziario che ha colpito alcuni membri dello staff di Ahmadinejad, il regime sembra vacillare sotto la pressione internazionale anche a causa della ridefinizione di alcune importanti alleanze, come nel caso turco e siriano, dove l’Iran sta perdendo terreno.

Recentemente anche la tensione tra Teheran e Riad si è aggravata ulteriormente, vista la posizione contraria araba a una rivisitazione dei prezzi all’interno dell’OPEC, dove l’Iran ha chiesto a gran voce di rivedere al rialzo il costo del greggio al fine di risollevare l’economia statale.

E sono sempre le relazioni con l’Arabia Saudita ad avere la centralità della politica estera iraniana in quest’ultimo periodo. Nello specifico, è stato programmato un incontro tra Iran, Arabia Saudita e Kuwait sulla definizione dei confini marittimi nel Golfo, in discussione dal 1960.

Nell'area in questione rientra anche la riserva di gas “Dorra”, che secondo una stima avrebbe riserve per 200 miliardi di metri cubi.

 

Conclusioni

L’amministrazione Obama si ritrova perciò in una fase molto delicata e per aumentare i propri consensi interni dovrà necessariamente rivedere le proprie strategie in Medio Oriente, considerando come le lobby ebraiche americane siano tra i principali sostenitori del presidente.

Per questo motivo, l’acuirsi delle tensioni tra Wasghington e Teheran potrebbe fare gioco a Israele, che scalpita per un intervento risolutore contro il programma nucleare iraniano ma anche per stabilizzare con la forza una regione in pieno sconvolgimento geopolitico.

 

photo by Nima Fatemi on flickr

13 ottobre 2011