Iran: gli Ayatollah in affanno, inseguendo le rivolte
La storia a volte è più veloce di chi la vuole comandare. Capita così che i cambiamenti arrivino dalla strada e a volte siano i potenti della terra a dover inseguire gli eventi, provando in ogni caso a governarli. Esiste un momento in cui la necessità di cambiare strategia per mantenere le posizioni acquisite genera un attimo di confusione in cui le manovre politiche, un tempo scaltre, appaiono goffe. È quanto è successo all’Iran davanti alle rivolte arabe.
di Maria Letizia Perugini
L’impressione è che il paese, così intento a portare avanti la sua propaganda contro Stati Uniti e Israele non si sia accorto che il mondo intorno stava cambiando. È l’analisi di Rami Khouri sul Daily Star Lebanon.
Un tempo Stati Uniti e Iran erano i protagonisti indiscussi del palcoscenico arabo, poi le luci si sono spente. Ad un tratto l’agenda politica mediorientale non è più stata dettata dalle minacce atomiche iraniane e dagli embarghi americani, con forza i movimenti della piazza si sono messi di traverso e allora i nuovi protagonisti sono diventati i popoli di Egitto, Tunisia, Siria e di nuovo la Palestina, con la sua iniziativa presso le Nazioni Unite.
Che ne è stato della strategia iraniana?
Secondo Rami Khouri del Daily Star Lebanon, l’Iran, colto di sorpresa dagli arabi in rivolta sta perdendo terreno almeno su quattro fronti.
Il primo campo in cui questa situazione si riflette riguarda i movimenti e gli Stati che ora iniziano a criticare apertamente il paese di Khomeini: è in atto una vera e propria campagna anti-iraniana guidata dall’Arabia Saudita che passa attraverso l’opposizione a Hezbollah in Libano, l’indebolimento o il rovesciamento del regime di Assad in Siria, e soprattutto attraverso il supporto al re in Bahrain, per il quale si sta mobilitando anche il consiglio del Golfo.
Collegata a questo versante è la situazione in Siria e Libano. La caduta di Assad potrebbe generare conseguenze imprevedibili per il collegamento Siria-Hebollah-Iran. Il supporto logistico fornito dall’Iran al movimento sciita verrebbe meno.
Il terzo e il quarto versante riguardano la perdita di fascino della propaganda iraniana. Se un tempo l’Iran rappresentava un baluardo unico e una guida per gli arabi nell’opposizione a Stati Uniti e Israele, in questi mesi questo ruolo è stato assunto dalla Turchia, in modo più concreto di quanto abbia mai fatto l’Iran.
Infine le rivolte delle piazze hanno espresso la volontà araba di stabilire sistemi politici maggiormente democratici, rendendo il modello iraniano sempre meno attraente.
L’impressione è quella di un paese che non è riuscito ad adeguarsi agli eventi in movimento. Quella iraniana appare come una rivoluzione invecchiata, che non riesce più ad attirare l’entusiasmo dei giovani. Dopo 30 anni la spinta rivoluzionaria dei khomeinisti sembra appesantita e priva di fascino.
L'attuale capo politico, Mahmoud Ahmadinejad, propugnatore della lotta alla corruzione, è ora coinvolto in uno scandalo finanziario senza precedenti. La classe politica appare sempre più proiettata sul fronte interno, dove le elezioni parlamentari della primavera 2012 e le presidenziali del 2013 hanno fatto entrare il paese in una lunga stagione di campagna elettorale.
Gli attuali governati allora sono concentrati a scrollarsi di dosso le ombre degli scandali dei mesi scorsi per restare ben saldi sulle proprie poltrone e poter continuare a ripetere le proprie litanie contro l’Occidente.
5 ottobre 2011
