Iran all’ombra del pavone: ecco cosa si muove nella Repubblica islamica
23 settembre 2011
di Marta Ghezzi
Intervista con Antonello Sacchetti*, esperto di società e politica iraniane.
Un po’ defilato rispetto ai riflettori dei media internazionali, la Repubblica islamica vive una fase politica molto particolare.
Il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, negli Stati Uniti per partecipare alla 66esima assemblea Onu, ha chiesto la fine delle sanzioni economiche contro il suo paese. E' di questi giorni la notizia delle indagini a suo carico per corruzione e frode fiscale. Spenti per il momento i riflettori sulle centrali nucleari, cosa sta succedendo in Iran?
Un po’ defilato rispetto ai riflettori dei media internazionali, l’Iran vive una fase politica molto particolare. Sulla scena politica nazionale s'incontrano tre contendenti: i conservatori filo Ahmadinejad, i conservatori anti Ahmadinejad e vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei e i riformisti. Questi ultimi sono però molto deboli.
Da mesi i due leader dell’Onda Verde Mir-Hussein Mousavi e Mehdi Karroubi sono agli arresti domiciliari. Nella primavera 2012 si voterà per il Majles, il parlamento iraniano, che al momento è dominato da una maggioranza di conservatori che non vedono di buon occhio il presidente Ahmadinejad. Il parlamento ha un ruolo istituzionale e politico non primario ma comunque importante: negli ultimi due anni da lì sono arrivate stoccate molto forti contro il presidente.
Da oggi l’Iran è di fatto in una lunghissima campagna elettorale, perché poi, nella primavera 2013, si rivota per le presidenziali. Dopo due mandati, Ahmadinejad non si può ricandidare, per cui la lotta di successione è quanto mai aperta. Il presidente contava molto su Esfandiar Rahim Mashai, suo capo gabinetto (nonché consuocero). Ma il primo a cadere sotto i colpi degli scandali è stato proprio lui. Clima molto incerto, dunque.
L'analista BBC Laura Trevelyan definisce oggi la liberazione dei due escursionisti americani come una 'coreografia della magnanimità del potere'. Ahmadinejad è in cerca di consensi sul piano internazionale?
Sì, e non è nemmeno una novità. Se andiamo a rivedere tutti i casi simili degli ultimi anni, Ahmadinejad ha sempre indossato i panni della colomba. Persino sulla querelle nucleare è sempre stato più incline alla trattativa di quanto non lo sia la Guida Suprema Khameni che per la Costituzione iraniana ha l’ultima parola in politica estera.
Credi che dopo l'Onda Verde del 2009 le cose siano cambiate in Iran? Come?
Indubbiamente la crisi post elettorale del 2009 è stata un trauma per l’Iran. Al momento, l’unico dato politico effettivo è che i riformisti sembrano tagliati fuori dei giochi. D’altra parte, si sono dovuti muovere su un crinale pericolosissimo che presentava loro solo due alternative: essere antisistema e quindi subire la messa al bando, oppure continuare a cercare una riforma che “salvasse” la repubblica islamica. Anche su questo dilemma si gioca il futuro immediato del Paese. D’altra parte, dobbiamo ricordare che il cardine del sistema non è il presidente, ma la Guida. Dopo Khomeini c’è stato solo Khamenei, ormai vecchio e molto malato. C’è chi giura che dopo di lui non ci sarà un’altra figura unica come Guida, ma ci si avvierà a una forma di potere collegiale. È una situazione molto complessa.
Potremmo dire che il risveglio iraniano di due anni fa, con le piazze piene di gente e i filmati girati con i telefonini, sia stata la prova generale di quella che oggi chiamiamo la 'Primavera araba'?
È stato sicuramente un esempio per molti paesi mediorientali: un movimento in buona parte spontaneo, non ideologico e “dal basso”. La differenza sta nella diversa stratificazione dei regimi. Perché quello iraniano non è crollato? Non è solo per la repressione, ma perché coinvolge maggiori settori della popolazione. Possiamo parlare di consenso o – se preferite – di convenienza.
Dopo l'arresto della scorsa settimana dei sei registi iraniani, accusati di collaborare segretamente con la BBC Persian e di raccogliere informazioni per screditare l'immagine dell'Iran e dell'Islam, e quello illustre di Jafar Parahi, quale pensi che sia la posizione del governo circa la globalizzazione dell'informazione e l'irruenza dei nuovi media?
Posizione contraddittoria. L’Iran per anni ha favorito lo sviluppo dei nuovi media, tanto che è uno dei Paesi più sviluppati del Medio Oriente in questo senso. Oggi però si sta per dare avvio a una rete web nazionale che dovrebbe sostituire l’accesso alla rete mondiale. Una scelta assolutamente illogica e perdente, che taglierebbe le gambe dell’economia iraniana, già afflitta da altri problemi. L’Iran è uno dei paesi più cambiati dalla globalizzazione: la diversità delle ultime generazioni (oggi maggioranza) sta proprio in una grande attenzione per l’esterno, favorita moltissimo dai nuovi media. Non credo che esistano politiche repressive in grado di stroncare questa tendenza.
*Antonello Sacchetti, fondatore e direttore della rivista on line Il cassetto - L'informazione che rimane, esperto di società e politica iraniane, ha scritto tre libri sull'Iran: I ragazzi di Teheran (2006), Misteri persiani (2008) e Iran. La resa dei conti (2009), tutti per Infinito Edizioni.
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