Storie di despoti mediorientali e di violenze contro i migranti

Durante l'anno scorso siamo stati testimoni di un cambiamento radicale in quasi tutto il Medio Oriente. E da quando il 'potere della gente' riempie le strade, in ogni angolo della regione si reclamano diritti, tranne che per i migranti. 

 

 

di Rino Finamore

 

I migranti del Medio Oriente, dai lavoratori domestici a quelli impegnati nelle costruzioni, sono degli attori invisibili, nonostante gli abusi compiuti ai loro danni siano ampiamente documentati. 

I regimi mediorientali illiberali incoronano la gerarchia dell'oppressione perpetrando violazioni dei diritti umani, generando politiche discriminatorie e favorendo l'oppressione.

All'inizio di quest'anno, in Bahrein, due migranti filippini hanno presentato una richiesta di risarcimento per essere stati 13 mesi senza stipendio.

Il loro datore di lavoro non era uno cittadino sconosciuto di uno sperduto quartiere, né tantomeno un supervisore di fabbrica senza controllo, bensì un membro della famiglia reale.

Nel 2009 un video pervenuto di contrabbando dagli Emirati Arabi Uniti mostrava la tortura di un commerciante afghano nelle mani di due “invertebrati”, la bestia e il suo servo che tentavano di tenere nascosti i loro odiosi crimini in un deserto sperduto.

Frustavano il commerciante ripetutamente, lo ferivano con le unghie, lo impalavano con uno sprone elettrico per il bestiame, gli passavano sopra con un automobile, e concludevano la loro tortura letteralmente massaggiando con del sale le sue ferite aperte.

Il primo sadico di questa storia è il principeSheikh Issa Bin Zayed al-Nahyan, fratello del presidente degli Emirati e principe di Abu Dhabi.

Gli ufficiali kuwaitiani sembrano essere in competizione con la loro controparte del Golfo. In un caso un poliziotto offriva i suoi servizi a tre finanziatori per picchiare a morte un migrante asiatico.

In un altro due dipendenti del ministro della Difesa rapivano, violentavano e torturavano una donna indonesiana.

La donna riusciva a scappare usando l'unico modo a sua disposizione, la stessa strada che molti migranti vittime di abusi sono costretti a percorrere, il suicidio.

I colpevoli sono stati interrogati dalle autorità, ma la loro pena resta sconosciuta, scomparsa nell'oscurità come molti altri casi di abusi sui migranti in Kuwait.

In Israele, il paese che si aggrappa alla sua “democratica” denominazione per nascondere l'occupazione della Palestina, i domestici impiegati dalla moglie del primo ministro Netanyahu hanno rivelato le prove dei degradanti abusi psicologici subiti da Sara.

Una domestica ha raccontato di come la signora Netanyahu la costringesse a cambiarsi e lavarsi moltissime volte al giorno e a fare incessantemente commenti sulla bellezza e sull'intelligenza della donna.

Oltre a soffrire attacchi fisici e psicologici, era sottopagata. Un'altra ex domestica ha intentato causa contro la famiglia Netanyahu per il mancato pagamento dell'indennità di fine rapporto, dei contributi e degli straordinari, tutti stabiliti per legge.

Alla luce della nuova legge israeliana che permette le detenzione per un periodo di tempo indefinito per tutti i migranti anche per piccole infrazioni, il trattamento degradante da parte dei Netanyahu non deve sorprendere.

In Libia, gli atroci crimini contro l'umanità della famiglia Gheddafi sono stati indiscriminati; Shwygar Mullah era la tata nella casa di Hannibal Gheddafi. Mullah ha rivelato alla Cnn le atroci torture perpetrate dalla moglie Aline Skaf.

Skaf le ha versato dell'acqua bollente sul corpo per due volte, la più recente per aver rifiutato di picchiare suo figlio. Sembra inoltre che abbia costretto la tata a dormire fuori senza cibo né acqua per due giorni. Mullah ha sopportato un anno intero questi costanti abusi fisici senza essere pagata.

Un'altra vittima che porta delle cicatrici simili a quelle di Mullah è stato intervistato in Sudan, dopo essere scappato. L'uomo ha subito le torture di Skaf dopo aver rotto per errore alcuni pezzi della lavatrice.

Oltre ad un bagno di acqua bollente e alla privazione forzata del sonno, gli sono state stirate le mani nella parte interna dalle guardie di Skaf.

Considerando che coloro che ricoprono incarichi di governo hanno il privilegio della privacy e dell'influenza, sono pochi i casi di abuso che riescono ad arrivare all'attenzione dei media e a raggiungere l'opinione pubblica.

Ciononostante, in quelle rare situazioni in cui gli abusi dei governi riescono a passare la censura, la reazione generale del pubblico appare apatica.

Sebbene costruiscano le loro case, accudiscano i loro figli e lavorino nelle loro industrie, i migranti rimangono delle vittime senza nome, membri di un “altro” gruppo che non merita l'attenzione pubblica.

Questo è il risultato della realtà politica regionale. Come possono i governi, le organizzazioni, e gli attivisti realizzare un cambio positivo in paesi i cui leader hanno personalmente disprezzato il concetto di “diritti dei migranti”, al massimo dimostrando un'indifferenza economicamente-informata alla loro condizione?

Gli accordi internazionali e bilaterali siglati per proteggere i lavoratori migranti spesso si traducono in più tangibili e raramente efficaci numeri.

Le agenzie di governi esteri possono ottenere dei risultati positivi, ma il loro successo è spesso limitato dalle negoziazioni caso per caso.

Raramente possono raggiungere il tipo di legislazione a larga scala necessaria per proteggere i migranti dallo sfruttamento di tutti i giorni, perché ciò richiederebbe l'affermazione dell'uguaglianza universale, che questi regimi negano ai loro stessi cittadini.

Come possono i capi politici essere persuasi a spendere risorse per incoraggiare le persone a trattare i lavoratori migranti con rispetto, a mettere in pratica leggi che siano accompagnate da delle pene sostanziali che assicurino il giusto trattamento dei lavoratori stranieri, quando così spudoratamente rifiutano di riconoscere ai lavoratori migranti la loro stessa umanità?

Quando i re, i sultani, e gli stessi “rappresentanti democratici” vedono i processi politici come una moneta di scambio dell'ultima ora, piuttosto che un mezzo di progresso sociale ed economico

Questa infausta realtà non toglie comunque niente alle battaglie che stanno affrontando gli attivisti, le ong e i governi-esportatori di migranti per tentare di cambiare le politiche in materia di immigrazione.

Ma l'emergere di una qualsiasi sembianza di equità sociale o giustizia economica richiede una revisione dell'intero sistema politico, nonché una ridefinizione dei concetti di umanità, rimuovendo tutte le eccezioni.

La primavera araba rappresenta forse il catalizzatore più importante per migliorare lo status dei migranti, perché l'apertura del sistema politico rappresenta un'opportunità straordinariamente significativa.

Una politica che abbraccia tutti i suoi cittadini nella democrazia permette il dialogo legittimo; quando i cittadini vengono coinvolti nel funzionamento del loro Stato, quando diventano i creatori piuttosto che le vittime del loro stesso sistema legale, la realizzazione della loro propria umanità sarà inevitabilmente seguita dal riconoscimento degli altri, e dalla conseguente promulgazione dei diritti universali piuttosto che di quelli esclusivi.

Alcuni cittadini continuano a vedere i diritti dei migranti come una causa secondaria da trattare come un 'effetto collaterale' degli imminenti cambiamenti politici.

Ma dato che il potere dei despoti diminuisce e il popolo ha ora la facoltà di condannare i suoi oppressori, è possibile ripensare il concetto di umanità e chiedere ai governi che riconoscano tutti gli essere umani come uguali.

I lavoratori migranti rappresentano una delle comunità più emarginate del Medio Oriente, e per questo andrebbero sostenuti e difesi in maniera ancora più forte di quanto si sia fatto finora.

 

20 marzo 2012

 In Egitto la vera battaglia non si combatte per le strade

In Egitto la vera battaglia non si combatte per le strade

Il 3 febbraio ho fatto un giro nel centro del Cairo per vedere come stessero procedendo le lotte in strada. Sono riprese, per la terza volta, dopo gli eventi di Port Said, durante i quali sono morte 74 persone. Non era la prima volta che il Consiglio supremo delle forze armate (SCAF) veniva accusato di incitare alla violenza o di non ostacolarla. 

 

 

 

 

di Maria Golia* - traduzione a cura di Angela Zurzolo

 

Al calar della notte, il 2 febbraio, le proteste sono esplose diventando scontro aperto in strada con le forze di sicurezza, vicino il ministero dell'Interno del Cairo, appena fuori Piazza Tahrir.

Ho superato alcuni venditori di anticaglia che gridavano “bykia!Bykia!”, che significa “vecchia”, una parola ricorrente quando lo spirito cosmopolita del Cairo era forte e la gente poteva permettersi di buttare via quelle cose che sembravano troppo consunte per poter essere aggiustate.

In questi giorni i venditori di 'bikya' sono ovunque, ma sono fortunati se riescono a trovare un vecchio frigo, un televisore o qualcosa da vendere come rottame.

Un coro appropriato alle strade devastate che avevo di fronte a me, piene di fango per la recente pioggia, cosparse di vetro, macerie e spazzatura incastrata tra i rotoli di filo spinato, con i magazzini carbonizzati e le finestre frantumate.

L'odore del legno bruciato e le lacrime provocate dai gas lacrimogeni faceva sì che io guardassi la strada come attraverso un velo fatto di 'leggera brezza'.

Dal primo anniversario della rivolta che rovesciò l'ex presidente Hosni Mubarak, le proteste che rivendicano la fine del dominio dei militari si sono fatte più pressanti.

Lo SCAF si è molto 'impegnato' a mettere fine ai sit-in, con la forza e con la censura della stampa e dei media.

Nonostante la sua reputazione di organizzazione 'efficiente',  il Consiglio ha gestito il processo per la preparazione delle elezioni in maniera inetta.

Le votazioni per i distretti e le procedure elettorali sono stati lasciati all'incertezza, la campagna elettorale è stata limitata alle settimane in cui erano presenti gli osservatori internazionali. I discorsi sul divieto di far partecipare i membri dell'ex Partito nazionale democratico e sulla proibizione della formazione di partiti religiosi si è risolta nel nulla.

Ma l'emozione rimane forte, dal momento che la gente si rende conto che il buco che hanno scavato è più profondo di quanto pensassero e il futuro che sembrava così promettente lo scorso anno deve ancora concretizzarsi.

Nel momento in cui mi sono avvicinata al ministero dell'Interno, ho visto uomini che sembrava stessero combattendo. I loro volti erano coperti da una sostanza calcarea che si spalma per cercare di attenuare gli effetti dei gas lacrimogeni. Una sorta di pittura di guerra.

Un giovane su una sedia a rotelle stava cercando di venire accanto a me. Ha raggiunto una macchina bruciata e ci è salito sopra, tirandosi sù con la sola forza delle braccia. Lì, in bilico per la sua lotta, sembrava felice e sembrava aver dimenticato il suo handicap, così come altri uomini e ragazzi che ho visto combattere e mostrare coraggio e forza fisica per dimenticare, anche solo per un momento, le loro debolezze.

La vera battaglia non è per le strade ma dentro gli egiziani, che hanno dimenticato i loro veri punti di forza, l'accordo mostrato lo scorso anno in piazza Tahrir e la tradizione della nonviolenza.

Il cambiamento nella psiche dell'Egitto sin dal suo simbolico parricidio necessita di una valutazione.

La leadership autoritaria in Egitto è sempre stata opprimente, ma la gente non ha mai fatto affidamento su di essa, abbandonando la sua responsabilità civile verso lo Stato o verso Dio – con dei risultati con i quali adesso si deve confrontare.

La questione della responsabilità è il cuore della questione: dove finisce lo Stato e dove inizia la gente?

Questa è una rivoluzione che mette in discussione questi ruoli.

Gli egiziani stanno cercando di liberarsi dai meccanismi stessi dai quali dipendevano. Molti desiderano che Mohammed Hussein Tantawi, comandante in capo dello SCAF, cada come Mubarak e che si arrivi subito alle presidenziali.

Senza una pausa di riflessione, gli egiziani sembrano destinati a ripetersi, passando dalla caduta di un despota all'altro, ma senza riuscire a porre fine una volta per tutte al dispotismo. 

*Maria Golia è una americana che vive al Cairo.
 

11 febbraio 2011