"In Bahrein nessun prigioniero politico, ma solo criminali"
Si può essere condannati all'ergastolo per aver chiesto la democrazia? In Bahrain sì. Il re infatti sembra confondere i “prigionieri politici” con i “criminali”. Ecco tutti i capi d'accusa che sono valsi la condanna a vita per alcuni dei leader delle manifestazioni pro-democrazia.
di Angela Zurzolo
Centinaia di attivisti sono stati sottoposti a processi iniqui. Agli imputati è stato negato il diritto ad un avvocato e alla difesa. Una farsa, le indagini sulle accuse di tortura e maltrattamento attuate durante gli interrogatori in carcere.
A denunciarlo è Human Rights Watch nel suo ultimo report: “No Justice in Bahrain", che documenta tutte le violazioni compiute nei processi di alto profilo che hanno riguardato 21 attivisti politici e altre 20 persone, tra dottori e personale medico.
Un infermiere è stato condannato per aver “incitato all'odio contro il regime” e “distrutto un bene mobile a sostegno di una finalità terroristica”. Tradotto: ha semplicemente calpestato una foto del primo ministro.
Un esponente della National democratic action society, Sharif, verrà punito con cinque anni di galera per aver incoraggiato assemblee, manifestazioni e sit-in, e per aver aver chiesto l'instaurazione di “una Repubblica”, denunciando “l'esistenza di una discriminazione confessionale e tribale nel paese”.
E' andata peggio ad Hassan Mushaima, leader di Al Haq, condannato a vita per aver espresso il suo desiderio di vivere in “una Repubblica democratica”.
Abdulhadi al Khawaja, avvocato per i diritti umani e leader dell'opposizione politica, si è aggiudicato invece un ergastolo per aver “invocato il rovesciamento del regime, la disobbedienza civile, lo sciopero generale e le marce contro i palazzi del potere”.
L'uomo avrebbe “insultato l'esercito” e “messo in discussione l'integrità del sistema giudiziario”.
Giovani come il blogger Ali Abdulemam, sono stati processati in contumacia senza prove. Anche l'attivista per i diritti umani Abdul Ghani al Khanjar è stato riconosciuto colpevole di tentato rovesciamento del governo, sebbene le uniche prove presentate dall'accusa consistessero in un file che conteneva “una revisione critica della Costituzione e di alcune leggi”.
Nonostante l'evidenza, il re Hamad bin Isa Al Khalifa si dice convinto che non esistono “prigionieri politici in quanto tali in Bahrain", dal momento che nel suo paese "le persone non vengono arrestate per aver espresso le proprie opinioni". "Noi abbiamo solo criminali”, ha ribadito il monarca.
Le affermazioni di Human Rights Watch si basano però su oltre 50 interviste ad imputati, avvocati della difesa e a osservatori, nonché sull'esame dei verdetti e degli atti giudiziari.
“Processi militari e civili iniqui e grossolani sono stati un elemento fondamentale della repressione delle manifestazioni a favore della democrazia in Bahrain”, insiste Joe Stork, vicedirettore di HRW per il Medio Oriente.
“Il governo dovrebbe porre rimedio alle centinaia di condanne ingiuste pronunciate lo scorso anno, fermando i procedimenti contro tutti i condannati per motivi politici e adottando misure efficaci per porre fine alla tortura nelle prigioni”.
Quattro settimane di massicce manifestazioni in Bahrain si erano concluse nel marzo 2011 con la repressione delle forze di sicurezza dello Stato sotto il comando della famiglia regnante Al Khalifa.
Il 15 marzo, un decreto dava infatti inizio a tre mesi di “Stato di sicurezza nazionale”, durante i quali il re conferiva ampi poteri al comandante in capo delle forze di difesa del Bahrain, Field Marshal Khalifa bin Ahmad al Khalifa.
Con il decreto sono stati aperti dei tribunali militari speciali, denominati “Corti nazionali di sicurezza”, per indagare e perseguire i crimini contro la sicurezza nazionale, commessi “in sfida alle procedure del decreto”. Le corti erano presiedute da un ufficiale militare e da due giudici civili, nominati dal comandante in capo delle forze di difesa.
Gli esiti delle indagini di Human Rights Watch confermano quindi i risultati del rapporto della Commissione indipendente di inchiesta diffusi nel novembre del 2011, istituita con regio decreto del giugno 2011, alla quale hanno partecipato cinque giuristi internazionali e numerosi esperti di diritti umani.
Il 1° giugno, il re ha revocato lo stato di sicurezza nazionale e ha trasferito ai tribunali Corte penale civile i procedimenti e gli appelli degli imputati coinvolti nei disordini politici.
“Re Hamad dovrebbe esaminare i Tribunali militari speciali che ha istituito per decreto prima di affermare che in Bahrain non esistono i prigionieri politici. Caso dopo caso, le persone sono state condannate per il loro credo politico, per gli slogan pronunciati e per aver aderito a manifestazioni pacifiche che, come lo stesso principe aveva proclamato pubblicamente, dovevano essere protette dalla Costituzione del Bahrain”.
2 marzo 2012
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| report bahrain no justice in bahrain.pdf | 752.66 KB |

"Sono solo un sacco di ragazzini che danno fastidio alla polizia. Non credo che sia una cosa seria". Ha liquidato così i disordini che da più di un anno dilaniano il piccolo Stato del Bahrein, Bernard Charles Ecclestone, patron della F1.
Ad un anno dall’inizio della rivolta, il Bahrein ha festeggiato l’anniversario tra violenze, feriti e arresti. Le forze di sicurezza erano schierate già da lunedì mattina, a Manama. Pearl Square cinta d’assedio, come del resto tutta la capitale: le vie d’accesso bloccate da mezzi blindati, i sobborghi isolati e i villaggi dei dintorni occupati da polizia e esercito.
Già dispiegati centinaia di uomini di sicurezza addestrati (e non solo) direttamente da Scotland Yard, aspettando domani. Il 14 febbraio il Bahrein compirà un anno dall’inizio dei disordini e si prepara a festeggiarlo con una nuova occupazione. Il luogo prescelto è la Freedom Square, la grande piazza che apre le porte della capitale Manama, già teatro di scontri tra manifestanti e polizia.
Il 14 febbraio il Bahrein ricorderà il primo anno dall’inizio delle proteste: la Primavera nel piccolo Stato a maggioranza sciita, retto da una dinastia sunnita, era iniziata con l’occupazione di Pearl Square. Occupazione repressa nel sangue, mentre a non trovare alcun impedimento sono stati invece i 53 milioni di dollari in armamenti vari arrivati dagli Stati Uniti.
Le autorità del Bahrain sembrano aver accolto le richieste della Commissione d'inchiesta indipendente e operano una 'revisione' delle condanne inflitte ad alcuni manifestanti che si erano "macchiati" di reati di opinione.
Abdulhadi al Khawaja è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di terrorismo. Sua figlia Zainab è stata rilasciata sotto cauzione. In Bahrein c'è un'intera famiglia che sta pagando per la libertà di tutti.
di Giovanni Andriolo