Il prezzo del petrolio ai tempi della Primavera Araba

Il recente rapporto dell'istituto londinese Chatam House, dal titolo “Le rivolte arabe e i mercati internazionali del petrolio", traccia un quadro generale delle conseguenze della 'primavera' sul mercato del petrolio. Anzi, sui 'mercati' del petrolio.

 

 

 

 

di Giovanni Andriolo

 

 

 

Il rapporto inizia tracciando una differenza fondamentale tra due mercati del petrolio: quello che si basa sui barili veri, ossia la compravendita della materia reale, e il mercato che riguarda i "barili di carta”, che gioca sulle promesse di acquisti futuri redatte su documenti (di carta, appunto).

L’interconnessione di questi due mercati è fondamentale: il mercato di carta offre segnali per la creazione del contesto in cui sono negoziati i prezzi del mercato dei barili reali.

Le percezioni sul mercato della carta riguardo a surplus o carenze di greggio, attuali o imminenti, hanno un'influenza diretta sul mercato dei barili reali, diminuendone o aumentandone rispettivamente i prezzi.

Anche prima delle rivolte arabe la situazione era tutt'altro che stabile: dopo un calo dovuto alla recessione globale del 2008-2009, la domanda era tornata a crescere nel 2010, soprattutto grazie alla crescita delle aree orientali e asiatiche.

Le preoccupazioni legate alla questione iraniana, al cambio di presidenza in Nigeria e al dollaro debole stavano favorendo un aumento dei prezzi sul mercato dei barili reali.

Nel 2011, la situazione è però precipitata, e una sorta di effetto domino ha spinto i prezzi dell'oro nero sempre più in alto.

Alle prime rivolte arabe in Tunisia ed Egitto, il mercato di carta ha reagito con prudenza, essendo paesi esportatori di piccole quantità di petrolio.

I problemi sono sorti con gli scontri in Libia, il quarto produttore in Africa, le cui forniture si rivolgevano soprattutto verso l’Europa mediterranea.

Il rapporto mette in luce la funzione fondamentale svolta dall’Arabia Saudita nel regolare i due mercati: le scorte e la capacità di estrazione del maggior produttore al mondo di petrolio possono infatti arrivare a coprire l’offerta di tutti gli altri paesi arabi.

Tuttavia, il fatto che la monarchia saudita abbia sopperito alla mancanza di forniture dalla Libia ha causato maggiori costi di trasporto, che si sono riflettuti sui prezzi del prodotto finale.

Inoltre, il suo intervento in Bahrein ha provocato l'Iran, che in sede OPEC ha fomentato divisioni contro la proposta saudita di un aumento globale della produzione di petrolio.

I successivi disordini in Yemen, Siria e in altri paesi della regione hanno contribuito ad accrescere la sensazione di instabilità nell’area.

Di qui l'aumento dei prezzi registrato nel 2011, la cui frenata dipenderà dall’assetto politico che s'imporrà nei diversi paesi della regione (che da sola produce il 40% del petrolio mondiale). 

Sviluppi che secondo il rapporto porteranno a due possibili scenari. 

Da un lato, la prospettiva del “business as usual”, che si tradurrà in un proseguimento delle tendenze di politica economica in linea con le strutture preesistenti. Il caso più lampante è quello egiziano. 

La seconda prospettiva è quella di uno sviluppo democratico nei paesi colpiti da cambi di governo, che potrebbe influenzare positivamente anche le monarchie del Golfo, spingendo queste ultime a sempre maggiori aperture, ad esempio verso il compromesso della monarchia costituzionale.

In entrambi i casi, gli scenari si dovrebbero scontrare / incontrare con questioni fondamentali che caratterizzano il mercato del petrolio nell'area mediorientale, come la cosiddetta “politica di esaurimento“ della risorsa petrolifera da parte dei paesi produttori, le necessità di riforma del settore petrolifero e le relazioni dei vari paesi con l’Opec.

Il rapporto termina con alcune considerazioni. Innanzitutto, sembra remota l’idea che le petromonarchie del Golfo possano essere eccessivamente scosse dai fatti del 2011: ciò comporta buone prospettive di stabilità sul mercato dei barili reali, poiché la capacità di produzione dei paesi del Golfo è in grado di sopperire globalmente a eventuali “blackout” di altri paesi, sull’esempio del caso libico.

Dei crucci, semmai, possono nascere sul mercato “di carta”: la vacillante stabilità della regione unita al momento di crisi che coinvolge le economie di tutto il mondo, non può che generare contraccolpi rilevanti sulle aspettative del mercato finanziario collegato al petrolio; in una tale situazione, appare improbabile che il mercato del petrolio reale non ne risenta.
 

 

12 marzo 2012

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