"Il naufragio": storia di una tragedia che non va dimenticata

“Io appartengo a quella religione stoica che non ha nessun dogma e nessuna speranza di vita futura, ma ha in comune col Cristianesimo il rispetto della libertà, il bisogno della giustizia, l’istinto della carità umana”. Il saggio “Il naufragio” di Alessandro Leogrande fa pensare a questa frase di Gaetano Salvemini perché ricostruisce la storia della Kater I Rades, la nave albanese speronata da una motovedetta della Marina militare italiana ed affondata nel canale d’Otranto con 81 persone a bordo, di cui 31 bambini.

 

 

di Domenico Chirico*

 

In "Il naufragio" (Serie Bianca Feltrinelli), Leogrande racconta la tragedia attraverso un coro di voci, testimonianze e storie di vita, ripercorrendo anche con precisione il processo che è seguito al disastro. 

Racconta in modo asciutto e puntuale il mutamento e l’imbarbarimento di una cultura, quella italiana, e l’avvio della stagione delle stragi in mare. Una stagione avviata con il naufragio della Kater nel 1997, e che continua fino ad oggi.

In ogni riga, in ogni parola è forte il “bisogno di giustizia”, di restituzione di storie e vissuti che altrimenti sarebbero finiti in fondo al mare. Bisogni che la giustizia ordinaria italiana non è riuscita a riconoscere, se non parzialmente.

Ed invece queste storie hanno ora un testo che le raccoglie, che ci impone di ricordare. E soprattutto che ci aiuta ad osservare come sia cambiata l’Italia negli ultimi 15 anni.

Nei primi anni ‘90 eravamo in pochi a sostenere che le guerre a venire venivano preparate dagli “stati d’eccezione” creati dalle leggi e dalle pratiche anti-immigrati dei governi di sinistra e destra che ci hanno governato.

Il libro ci racconta come, contro gli immigrati albanesi, fossero fatti veri e propri atti di violenza e di guerra, che hanno preparato il campo all'annullamento di alcune alterità: quelle delle persone che migrano e delle vittime dei conflitti.

Di qui anche l’invenzione dei nuovi nemici da combattere: i musulmani, gli arabi, gli albanesi prima e i rumeni poi.

Gli immigrati come 'palestra' dove esercitare le future guerre e le violenze anche contro i manifestanti anti-globalizzazione. Un processo che ha preparato gli italiani alle guerre e alla violazione dell’articolo 11 della Costituzione per attaccare Kosovo, Afghanistan, Iraq e Libia.

Creando così una progressiva assuefazione dell’opinione pubblica allo scandaloso comportamento di chi ci ha governato e alla violenza quotidiana perpetrata contro alterità sempre più distanti e disumanizzate.

Tra le tante testimonianze raccolte da Leogrande, ce n'è forse una che lascia il segno più di altre, per chi da anni osserva le reazioni del potere ai - vani - sforzi dei pacifisti.

È il racconto dell’ufficiale della Marina militare Italiana che ha avvicinato l’autore durante le sue ricerche per sincerarsi che non stesse scoprendo nulla di nuovo o compromettente.

Ed anche per suggerirgli di dedicarsi alle nuove politiche anti-immigrati guidate dalle forze di polizia piuttosto che dai corpi dell’esercito.

È importante preservare il buon nome delle forze armate ed evitare che ci siano responsabilità accertabili. E' importante che la storia dimentichi questa tragedia e che si volga lo sguardo altrove, perché la storia deve essere solo quella dei vincitori, e mai quella dei vinti e delle vittime.

Ed invece questo saggio restituisce dignità storica alle 81 vittime della Kater e alle loro famiglie straziate dal dolore e dall’assenza di giustizia. Narra anche la loro verità e il loro dolore, e non è un caso che in conclusione il saggio citi anche l’ottimo lavoro di Gabriele Del Grande, con il suo blog Fortresseurope su tutte le vittime nel Mediterraneo.

Per chi lavora ostinatamente ai margini della storia il libro di Leogrande è molto importante, perché ci ricorda che le storie delle vittime hanno una loro narrazione e con essa una loro giustizia.

Per chi invece non ricorda, è una buona occasione per guardare ai migranti e alle guerre con occhi differenti. 
 

 

* Direttore Un ponte per...

 

8 gennaio 2012