Il Medio Oriente si arma

In una stagione caratterizzata da un sostanziale riequilibrio delle forze, soprattutto in quei paesi protagonisti della primavera rivoluzionaria del 2011, la macroregione mediorientale risulta la più coinvolta nella corsa agli armamenti. A differenza dal passato però, le popolazioni dei paesi coinvolti stanno maturando una coscienza civile. 

 

 

 

 

di Luca Bellusci

 

Dal 2001 tutto è cambiato. I vecchi equilibri geopolitici sono saltati in aria a favore di molteplici alleanze ‘su misura’. 

Forse per questo, come sicuramente per molti altri motivi, si registra una costante crescita delle spese militari, in particolare nella regione mediorientale, fortemente in ascesa sotto molti punti di vista.

Le informazioni raccolte negli archivi di alcuni centri internazionali di ricerca dimostrano che ci troviamo di fronte a una vera e propria corsa alle armi.

Finanziamenti destinati alla 'sicurezza nazionale' che in molti paesi iniziano a suscitare non poche perplessità rispetto alla loro effettiva necessità.

Nel 2011, Transparency International ha diffuso l’ultimo rapporto sul grado di ‘trasparenza’ dei 182 paesi in esame: fanalino di coda per la maggior parte dei paesi MENA, con Iraq, Libia, Yemen e Siria agli ultimi posti.

Quello che viene evidenziato dall’organizzazione è la costante carenza di informazioni sulle spese militari, a cui si lega il problema della corruzione diffusa.

Mancata trasparenza che però ha una ragione d’essere.

Secondo le stime fatte da Open Budget Initiative, una fondazione che si occupa di monitorare i bilanci nazionali, i paesi della regione MENA (Middle East and North Africa) spendono circa l’8% del loro budget in operazioni segrete o programmi di difesa ‘top secret’.

L’International Institute for Stratgic Studies (IISS), nel suo rapporto annuale sulle capacità militari di 171 paesi, sottolinea come le recenti rivoluzioni in Libia e Siria abbiano senz’altro evidenziato l’orientamento, piuttosto condiviso anche da altri Stati, nell’utilizzo di particolari forze militari a dispetto dei grandi numeri dell’esercito.

Formazioni piccole per dimensioni, ma con un’elevata capacità operativa e soprattutto ben equipaggiate a difesa dei regimi.

Inoltre, l’IISS mette in luce un altro aspetto rilevante, al fine di comprendere meglio lo scenario di riferimento: la presenza di parenti e fedelissimi all’interno delle forze armate è un elemento fondamentale per quei regimi che hanno dovuto confrontarsi con ribellioni e manifestazioni di piazza.

Ciononostante ultimamente non sono mancate le occasioni che hanno visto come protagonisti di primo piano anche gli eserciti di alcuni paesi MENA - Qatar, UAE, Arabia Saudita -, impegnati nelle recenti rivolte in Libia, Siria, Bahrein e Yemen.

Una ricerca condotta nel database dello Stockholm International Peace Reserch Institute dimostra come i maggiori attori dello scenario mediorientale siano anche i principali acquirenti di armamenti. 

Dal 2001 al 2010 le spese militari in Medio Oriente sono aumentate da 78,2 mld a 110 mld di euro, con in testa paesi come l’Iraq, che ha destinato circa il 12% del proprio Pil nazionale nel settore della sicurezza, o come il Libano e l’Arabia Saudita con il 10%.

L’ultimo dato disponibile sulla spesa militare dell’Iran è del 2008, con 1,8% di Pil (una percentuale pari a quella italiana del 2009). 

 

 

6 aprile 2012