Il lungo inverno persiano: intervista al Professor Michele Brunelli
Lo sconvolgimento geopolitico che ha attraversato tutto il 2011 con molta probabilità caratterizzerà anche per l’anno che sta per arrivare. Sembra che la 'primavera araba' sia destinata a trasformarsi in un lungo 'inverno persiano'. Ne parliamo con Michele Brunelli*.
Il recente attacco all’ambasciata inglese di Teheran ha esacerbato il clima di tensione tra la coalizione “occidentale” e la Repubblica Islamica dell’Iran. Nel febbraio del 2010 ci fu un episodio analogo che interessò la rappresentanza italiana, lei vede un collegamento tra i due eventi?
Le due situazioni sono da separare. Mi trovavo a Teheran durante la manifestazione del 2010 davanti agli edifici della diplomazia francese e italiana.
Quel giorno ricordo di non aver percepito il minimo pericolo. Cosa diversa è quello che è successo pochi giorni fa durante l’assalto all’ambasciata inglese di Teheran dove sono stati sequestrati addirittura alcuni funzionari, anche se per poco tempo.
Le ripetute azioni intimidatorie alle ambasciate sembra quasi un modus operandi del governo iraniano per lanciare un messaggio alle potenze straniere ma ha anche un valore interno alla repubblica stessa, una sorta di affermazione di potere e un chiaro messaggio di tenuta nonostante le pesanti pressioni internazionali.
Sicuramente questo tipo di dimostrazioni sono uno strumento al servizio del governo per cercare di affermare la propria legittimità.
Dopo lo scandalo finanziario che ha colpito alcuni personaggi dello staff del presidente Ahmadinejad, il nuovo rapporto dell’AIEA e il ripetuto scontro con le alte sfere della Repubblica e con la stessa Guida suprema, qual è la situazione iraniana in politica interna?
L’attuale governo sta attraversando molte sfide interne. Bisogna ricordare che questo è l’ultimo mandato per l’attuale presidente Ahmadinejad. Per questo motivo si tenta una mossa alla Putin per garantire una sorta di continuità con i governi precedenti.
Inoltre, c’è da aggiungere come questi ultimi due mandati abbiano apportato diversi cambiamenti nel sistema iraniano, attuando una pasdaranizzazione nelle alte sfere politiche, ma soprattutto economiche imprimendo, di fatto, un’accelerazione nel processo di controllo statale. Al momento non vedo chi possa spingere per un reale cambiamento interno nel sistema politico in Iran.
L’opposizione ormai è rappresentata dal gruppo dei fedelissimi dell’ayatollah Khamenei, in netto contrasto con la politica populista del gruppo legato al presidente Ahmadinejad. Uno scontro interno tra i maggiori poteri della Repubblica.
Il recente rapporto dell’AIEA conferma i dubbi su un presunto programma di armamento nucleare iraniano. Nelle ultime settimane abbiamo saputo di due sabotaggi ad altrettanti siti d’interesse strategico. Crede ci siano collegamenti con attività d’intelligence straniere dietro questi episodi?Come mai il regime iraniano ha cercato di minimizzare questi episodi, evitando di formulare accuse dirette?
Non posso escludere che alcune potenze straniere stiano lavorando per frenare il programma nucleare, così come afferma anche pubblicamente la stampa e il governo iraniani. Il sistema difensivo iraniano ha le proprie falle e le autorità ne sono consapevoli.
Per questo motivo non sono state formulate accuse ben precise, per non ammettere questa porosità. L’Iran ha diversi problemi legati alla sicurezza interna, come quello del movimento sunnita Jundallah o del curdo Pjak.
E’ facile ipotizzare come in questo momento la tensione crescente sulla questione nucleare stia mettendo a dura prova i nervi dell’Iran.
A proposito di nucleare, le recenti sanzioni adottate da Usa e Ue per contrastare il programma nucleare iraniano avranno secondo lei gli effetti sperati?
Lo strumento del boicottaggio anche storicamente, si è dimostrato essere sempre inefficace, se non fallimentare. E’ un fatto però come l’Iran abbia spostato i propri obiettivi economici e commerciali verso le regioni asiatiche.
Oramai si ripetono ciclicamente incontri, bilaterali e allargati, con diversi attori regionali, come Cina, Repubbliche centro asiatiche, Pakistan e India. Gli interessi iraniani si stanno concentrando su questi nuovi mercati, lasciando poco spazio verso i paesi occidentali, in primis l’Unione europea.
L’Italia importa petrolio dall’Iran per il 13% circa del suo fabbisogno, la Grecia è ormai quasi costretta a comprare solo petrolio iraniano, unico paese a concedere dilazioni nei pagamenti. Non crede che questa strategia delle sanzioni sia in parte controproducente per quanto riguarda il settore economico e commerciale dell’Ue?
In questo senso esiste una divergenza di interessi tra Ue e Usa. La diplomazia americana è basata su “principi politici”, perciò necessità di azioni politiche dirette per garantire continuità anche al settore economico.
La diplomazia europea al contrario, è basata su “principi economici”, privilegiando le relazioni commerciali per garantire una penetrazione anche politica e strategica negli affari esteri. L’Unione europea al momento dovrebbe impostare una strategia più pragmatica, fondata sulla realpolitik.
* Docente presso la cattedra Unesco del Dipartimento “Diritti dell’uomo ed etica della cooperazione internazionale” all’Università di Bergamo, esperto di questioni mediorientali e in particolare di Iran.
7 dicembre 2011
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di Luca Bellusci