Il Bahrein si prepara al 14 febbraio, tra occupazioni di piazza e opere d'arte

Il 14 febbraio il Bahrein ricorderà il primo anno dall’inizio delle proteste: la Primavera nel piccolo Stato a maggioranza sciita, retto da una dinastia sunnita, era iniziata con l’occupazione di Pearl Square. Occupazione repressa nel sangue, mentre a non trovare alcun impedimento sono stati invece i 53 milioni di dollari in armamenti vari arrivati dagli Stati Uniti.

 

 

di Marta Ghezzi da Amman

 

Gli episodi di violenza e repressione si sono susseguiti senza soluzione di continuità per tutto l’anno: arresti di massa, processi sommari, torture e negazione dei diritti umani, e poi mancanza di copertura mediatica degli eventi, espulsione di ong, giornalisti e attivisti politici e della società civile.

Dallo scorso gennaio si susseguono notizie di mancati visti e rimpatri forzati di rappresentanti di organizzazioni internazionali non governative impegnate nella difesa dei diritti umani: cooperanti bloccati in aeroporto e rispediti ‘al mittente’, lettere che ‘consigliano’ viaggi in primavera, visti messi in attesa e poi non concessi.

A non trovare alcun impedimento di sorta sono stati invece i 53 milioni di dollari in armamenti vari, tra cui elicotteri e missili intelligenti, arrivati dagli Stati Uniti.

L’amministrazione Obama, aggirando l’Arms Export Control Act (AECA) del 1976, ha acconsentito dalla vendita senza rendere partecipe della decisione in Congresso. L’AECA, tra le altre clausole, vieta la vendita di armi a regimi repressivi o palesemente violenti.

Mentre l’importante ricorrenza si avvicina, il popolo, quello reale e quello virtuale, si organizza.

Le richieste sono sempre le stesse: modifiche alla Costituzione per arginare lo strapotere della corona e elezione diretta del primo ministro, assieme al riconoscimento dei diritti umani e politici minimi, tra cui il diritti di associazione e la libertà d’opinione.

Il piccolo villaggio di al-Muqsha, 7 km a est della capitale, ha indetto una settimana di manifestazione permanente per ricordare al governo e al mondo che il popolo di Bahrein non ha perso le speranze e che tornare indietro ormai non è più possibile.

Il ministero degli Interni ha dato comunicazione di aver autorizzato cortei solo per due giorni.

Da Twitter gli attivisti chiamano a raccolta il popolo per il 14 febbraio: tornare in piazza Pearl e occuparla di nuovo, per ricordare a tutti che la rivoluzione non è morta assieme ai suoi martiri.

Il sito internet Bahrain Art & Revolution, piattaforma artistica sulla rivoluzione del 14 febbraio, così si autodefinisce, raccoglie disegni, soprattutto di bambini, e opere d’arte provenienti da tutto il paese sugli eventi dell’ultimo anno.

Si ricompone così un quadro fatto di famiglie divise da arresti e persecuzioni, infanzie rovinate da ricordi orribili, e tanto ‘malcontento militante’.

Una rabbia che non sembra volersi rassegnare, usando però l’arte come mezzo di comunicazione di massa pacifico e diretto. E per farsi vedere dal mondo intero, l’unica via è quella di affacciarsi dalla finestra più vista della rete, quella di Google.

Bahrain Art & Revolution ha indetto un concorso, aperto a tutti gli artisti vicini alla rivoluzione bahreinita, per la selezione di tre opere da sottoporre alla sede centrale di Google come doodle del 14 febbraio.

A prima vista, una lotta ad armi impari tra la rivoluzione del piccolo Stato arabo e San Valentino.

"Non torneremo indietro, a una situazione pre-14 febbraio" ha dichiarato lo Sheikh Ali Salman, leader religioso sciita e rappresentante di prima linea dell’opposizione.

 

Per guardare il video "Bahrein: un grido nel buio", clicca qui.

 

8 febbraio 2012