Giordania
Giordania

Denominazione ufficiale:
al-Mamlaka al-Urduniyyah al-Hashimiyya – the Hashemite Kingdom of Jordan
Capitale:
Amman
Popolazione:
6.113.000 abitanti
(Fonte: Dipartimento di Statistica giordano, 2010)
Lingue:
Arabo 98 % (lingua ufficiale, art. 2 della Costituzione), armeno 1%, russo (minoranza circassa) 1%. La lingua inglese è generalmente compresa e parlata nel paese.
Religioni:
Musulmani sunniti 92%, cristiani 6% (principalmente Chiesa greca ortodossa, poi Chiesa cattolica, Chiese ortodosse siriaca, copta e armena, Chiese protestanti), islam sciita e dottrina drusa 2%. L’islam è la religione di Stato (art. 2 della Costituzione).
(Fonte: CIA World Factbook)
Forma di governo:
Monarchia costituzionale
Capo dello Stato :
Re Abdullah II dal 1999. Il titolo viene tramandato in successione lineare di padre in figlio (maschio) all’interno della famiglia reale hascemita (art. 28 Costituzione).
Potere legislativo:
Il potere legislativo spetta al re e ad un Parlamento bicamerale (art. 25 Costituzione). I 120 membri della camera bassa (Camera dei Deputati, Majlis al-Nuwwab) sono eletti dai cittadini giordani maggiorenni attraverso elezione diretta (art. 67), mentre il re nomina i membri della camera alta (Senato, Majlis al-A‘yan) (art. 36), il cui numero non deve superare la metà dei deputati (art. 63). In entrambe le camere il mandato è di 4 anni; al Senato può essere rinnovato per ulteriori 4 anni, mentre il mandato della Camera dei Deputati può essere prolungato dal re per un periodo compreso fra 1 e 2 anni (artt. 65 e 68). Il re ha il potere di sciogliere entrambe le camere (art. 34).
Potere esecutivo:
Il re è intestatario del potere esecutivo e lo esercita attraverso il Consiglio dei ministri (art. 26 Costituzione). Il sovrano nomina il Primo ministro e i ministri e può destituirli (art. 35). Il Consiglio dei ministri è responsabile di fronte alla camera bassa del Parlamento (art. 51), la quale può adottare una mozione di sfiducia a maggioranza assoluta sia contro singoli ministri, comportandone le dimissioni, sia contro l’intero Consiglio dei ministri, determinandone lo scioglimento (art. 53). La Camera dei Deputati, a maggioranza dei due terzi, può inoltre decretare l’impeachment nei confronti dei singoli ministri, i quali vengono sospesi dall’incarico sino alla decisione della Corte Suprema (artt. 56 e 61 Costituzione).
Cronologia:
1946, marzo: Fine del mandato britannico e indipendenza della Transgiordania.
1946, maggio: Il Parlamento transgiordano nomina l’emiro Abdullah primo sovrano del Regno hascemita di Giordania.
1948-1949: La Giordania partecipa al primo conflitto arabo-israeliano a sostegno del popolo palestinese.
1949, dicembre: La Giordania offre la possibilità di richiedere la cittadinanza giordana a tutti i palestinesi che lo desiderino.
1950, aprile: Si tengono le elezioni legislative, a cui partecipano i palestinesi della Cisgiordania. Una mozione del Parlamento propone di unire le due sponde del fiume Giordano.
1951, luglio: Re Abdullah I viene assassinato a Gerusalemme.
1951, settembre: Il figlio Talal succede al trono.
1952, gennaio: Adozione di una nuova Costituzione, che introduce un Parlamento bicamerale, la responsabilità del governo di fronte al Parlamento e sostituisce la Transjordan Organic Law, promulgata sotto il mandato britannico nel 1928.
1952, agosto: Re Talal abdica, per motivi di salute, in favore del figlio Hussein.
1956-1957: Dopo le elezioni del 1956 crescono le tensioni interne. Re Hussein mette al bando i partiti, sospende le elezioni, scioglie il Parlamento e introduce la legge marziale per un anno e mezzo.
1958, febbraio: Giordania e Iraq si uniscono nella Federazione araba, che si dissolverà sei mesi più tardi.
1967, giugno: La Giordania partecipa alla guerra “dei Sei Giorni” e re Hussein introduce la legge marziale.
1970, settembre: L’esercito di re Hussein espelle l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat, per motivi di sicurezza interna.
1978: In sostituzione del Parlamento eletto, il re istituisce il National Consultative Council, di cui egli stesso nomina i membri, che opererà fino al 1983.
1986: Nonostante la legge marziale sia ancora in vigore, i partiti rimangano banditi e il paese non veda elezioni piene dal 1956, il Parlamento adotta una nuova legge elettorale con cui viene concesso il voto alle donne e si accentua il legame tra rappresentanza politica e appartenenza comunitaria (introduzione di seggi riservati a rifugiati palestinesi, cristiani, circassi e ceceni).
1988: Re Hussein rinuncia ufficialmente alle pretese hascemite sulla Cisgiordania e scioglie la camera bassa (di cui la metà era costituita da rappresentanti di quella regione).
1989: Modifica della legge elettorale: maggior rilevanza alle circoscrizioni rurali, dove la popolazione è prevalentemente di origine giordana. Revoca della legge marziale in seguito a proteste generalizzate. In novembre si tengono le elezioni legislative nonostante i partiti politici rimangano illegali.
1992: Adozione della Carta nazionale (redatta da una commissione reale) che reintroduce il multipartitismo, regola l’attività delle formazioni politiche e riconosce la shari‘a come fonte principale della legislazione. Si tengono nuove elezioni: l’Islamic Action Front ottiene la maggioranza.
1993-1999: Arresti e processi per arginare il successo delle forze islamiste, ritenute una minaccia per la politica del paese.
1999: Morte di re Hussein, successione al trono del figlio Abdullah II.
2001: Modifica della legge elettorale: per la prima volta nella storia del paese, 6 seggi vengono riservati alle donne.
2009, novembre: Abdullah II scioglie il Parlamento.
2010: Modifica della legge elettorale che aggiunge 4 seggi alle località sottorappresentate (Amman, Irbid e Zarqa) e raddoppia il numero di seggi riservati alle donne (da 6 a 12). Le elezioni legislative, boicottate dal Fronte d’azione islamico (il principale partito di opposizione), vedono il trionfo dei sostenitori del re.
2011, febbraio: Dimissioni del Primo ministro Samir al-Rifai dopo settimane di proteste. Viene sostituito da Marouf Bakhit. Il Consiglio dei ministri istituisce il National Dialogue Committee, a cui è affidato l’incarico di proporre nuove riforme.
2011, aprile: Abdullah II istituisce il Royal Committee for Constitutional Review, con l’incarico di elaborare proposte di emendamento alla Costituzione, come richiesto dai cittadini in protesta.
2011, giugno: Il National Dialogue Committee pubblica le proprie raccomandazioni. Tra le più importanti, la riforma della legge sui partiti e la riforma della legge elettorale.
2011, agosto: Il Royal Committee for Constitutional Review suggerisce al re alcuni emendamenti, tra cui l’istituzione di una Corte costituzionale, l’abbassamento del limite di età per la candidatura alla camera bassa e maggiori concessioni in materia di libertà di stampa.
2011, settembre: Il Parlamento adotta, con alcune lievi modifiche, gli emendamenti costituzionali proposti dal Royal Committee for Constitutional Review.
Riferimenti:
B. E. Milton, P. Hinchcliffe, Jordan, A Hashemite legacy, Routledge, London, 2001.
« National Dialogue Committee report spurs debate in Jordan », Al-Shorfa.com 07 giugno 2011.
« Recommendations made by the Royal Committee on Constitutional Review », The Jordan Times, 15 agosto 2011.
