Giordania: la piazza si spacca, e l’opposizione perde pezzi

Per la seconda settimana consecutiva, a scendere in piazza ad Amman sono stati solo gli esponenti dei movimenti di sinistra e i riformisti. Grande assente la Fratellanza musulmana. Che stava seduta al tavolo con il governo.

 

 

di Marta Ghezzi da Amman

 

Come da ormai un anno a questa parte, anche venerdì 20 gennaio la via principale del centro di Amman si è riempita di gente. Meno del solito però.

Gli slogan erano sempre gli stessi: 'fine delle corruzione', 'avvio delle riforme', 'abrogazione dell’attuale legge elettorale'. Insomma: ‘Diritti e non carità’.

Arrivato nei pressi della municipalità della capitale, il corteo è stato attaccato da un gruppo (circa una dozzina di persone), al grido di "State distruggendo il paese". 

A quel punto i manifestanti sono stati vittime di pestaggi e di violenti lanci di pietre dai tetti dei palazzi circostanti, per poi disperdersi.

La polizia e il servizio d’ordine della manifestazione ha tentato di dividere i due gruppi, frapponendosi in assetto anti-sommossa. Al termine dello scontro, non si sono registrati feriti gravi né arrestati o fermati.

È il terzo scontro nell’ultimo mese tra i 'pro-riformisti' e i 'filo-governativi'.

Manifestazioni, senza scontri, si sono registrate anche a Kerak, Tafileh, Ma’an, Aqaba, Salt, Jerash e Madaba. Le richieste della piazza sono uguali per tutti: riforme politiche subito e repressione degli episodi di corruzione

A dicembre la sede dei Fratelli Musulmani di Mafraq era stata data alle fiamme dopo una manifestazione contro l’immobilismo del governo.

A seguito di questo episodio, altri scontri di piazza tra islamisti e riformisti da una parte e lealisti dall’altra si sono susseguiti per tutto il mese, fino all’inizio dell’indagine volta a dare un nome ai responsabili del rogo.

Le voci delle ultime settimane, confermate dallo stesso segretario del partito Hamza Mansour, volevano seduti attorno allo stesso tavolo il Fronte Islamico d’Azione, braccio politico di Fratelli Musulmani in Giordania e primo partito del paese, il primo ministro Awn Khawasneh e il re Abdallah II.

Si fa largo quindi l’ipotesi di accordi tra le forze governative e la fratellanza, anche in vista delle prossime elezioni municipali, fissate inizialmente per la fine del 2011 e rimandate a data da destinarsi.

Quindi è possibile parlare di una sorta di ‘opposizione dell’opposizione’.

Da un lato il Fronte islamico d’azione, già auto-esclusosi dalle ultime consultazioni elettorali in polemica con il sistema di assegnazione dei seggi e con le nuove leggi sull’associazionismo partitico, dall’altro le formazioni, politiche e sociali, contrarie ad accordi ‘da salotto’ con il governo.

I partiti della sinistra giordana avevano già preso le distanze dal FIA per divergenze sulla questione siriana (la sinistra accusa le grandi potenze straniere di aver fomentato le rivolte); il Partito islamico di centro ha già rifiutato due volte gli inviti del governo al dialogo e il Partito nazionale costituzionale accusa il governo di voler intavolare negoziati e non un vero dialogo, vedendo ancora le forze partitiche extraparlamentari come avversari e non come possibili alleati.

Che le recenti vittorie nella regione dei partiti islamisti abbiano rafforzato la posizione del Fronte come interlocutore privilegiato del governo, è cosa chiara. Resta da vedere come saprà gestire la difficile posizione in cui si trova ora rispetto agli ‘alleati di piazza’.

 

22 gennaio 2012