Giordania: la noia è finita?

Il regno di Giordania è stato per decenni il paese più noioso del Medio Oriente. Con qualche problemino, ma stabile. Ora malcontento e dissenso stanno prendendo piede, facendo crescere la paura che il tumulto regionale possa lentamente farsi strada.

 

 

 

di Julien Barnes-Dacey* – traduzione di Marta Ghezzi 

 

Nelle scorse settimane alcuni eventi hanno messo in luce il senso di incertezza che aleggia nel regno.

Giovedì i giudici hanno ordinato l’arresto dell’ex capo dell’intelligence Mohammad Dahabi, accusato di corruzione.

Il fatto giunge una settimana dopo i violenti scontri di Amman a seguito dell’incarcerazione di Ahmed Oweidi Abbadi, ex deputato e 'bestia nera' del regime, colpevole d’aver chiesto pubblicamente l’instaurazione di un sistema repubblicano.

Una settimana prima i giovani di Tafileh, nel sud del paese, erano scesi in piazza per chiedere lavoro e in cambio hanno ricevuto gas lacrimogeni. Un altro giovane di diciotto anni, Odai Abu-Issa, è stato condannato dalla corte militare a due anni di prigione per aver bruciato una foto del re.

Nel frattempo, a più di un anno di distanza dall’inizio delle rivolte nella regione, continuano le proteste settimanali nelle città di tutto il paese.

Sono tempi senza precedenti. Considerato internazionalmente come un punto fermo di stabilità in una regione particolarmente mutevole, il paese vive un suo lento risveglio e i giordani, di qualunque orientamento politico, manifestano un’evidente ansietà.

"Stiamo fronteggiando una crisi silenziosa", mi ha detto la scorsa settimana ad Amman un ex ufficiale del governo. "Abbiamo un problema e lo sforzo messo in campo dal governo non è all’altezza della sfida".

Ad essere sinceri, il re giordano Abdallah, a tutti gli effetti un monarca assoluto, continua ad incontrare il favore del suo popolo.

Le voci di malcontento restano minoritarie e chi ora chiede il cambio vuole riforme piuttosto che la caduta del regime.

Per una nazione creata solo nel 1921 e fortemente divisa dalla presenza di rifugiati palestinesi, che ora arrivano ad essere più della metà della popolazione totale, il re mantiene il suo seguito più che altro come simbolo necessario di una nazione e della sua unità.

Già durante lo scorso anno il paese ha sperimentato un cambio epocale. Ispirata dall’evolversi degli eventi nella regione, e stanca di un monarca che per più di un decennio non è stato in grado di portare a termine la riforma politica promessa mentre presiedeva una riforma neoliberale che ha accentuato le divisioni sociali ed economiche, a prendere piede nel dibattito pubblico è stata la richiesta di una monarchia costituzionale.

Critiche personali al re, compresi riferimenti alla sua incompetenza e al suo coinvolgimento in casi di corruzione – fino a questo momento accuse impronunciabili – hanno preso forza.

A differenza di altri leader della regione, Abdallah è stato apparentemente veloce a comprendere il cattivo presagio insito nei disordini che hanno colpito il Nord Africa all’inizio del 2011, promettendo immediatamente l’accelerazione del processo di riforma.

Più di un anno dopo, in ogni caso, i frutti di questa accelerazione restano, nella migliore delle ipotesi, limitati – e per deviare la pressione popolare sembra essere stato scelto un apparente capro espiatorio in un certo numero di figure d’alto profilo come Dahabi accusate di corruzione.

Se da un lato il re ha riconosciuto il diritto delle maggioranze parlamentari a scegliere il primo ministro e il governo – un potere che fino ad ora era esclusiva del re – dall’altro ha avvisato che il processo avrebbe preso diversi anni prima di poter essere implementato.

Una lista di emendamenti costituzionali approvati a settembre, inclusa l’istituzione di una corte costituzionale e di un corpo elettorale indipendente, certo importanti, non hanno però posto alcuna limitazione ai poteri assoluti del re e non hanno portato ad una instaurazione di una democrazia parlamentare legittima.

Nel frattempo, importanti riforme dei partiti politici e delle leggi elettorali, che rendono difficile la formazione di nuovi partiti e discriminano la popolazione urbana, a prevalenza palestinese, tardano a materializzarsi.

Mentre un comitato per il dialogo nazionale resta impegnato nel ridisegnare queste leggi, l’arrivo di un nuovo governo ad ottobre – il terzo da quando la crisi regionale è iniziata – ha nuovamente posposto il processo che originariamente doveva vedere la sua conclusione del giugno 2011.

Sembra sempre più che il re stia ostacolando il cambiamento, mentre l’opposizione si fa sempre più agguerrita.

"Le riforme non sono state sufficienti", ha detto Zaki Bani Irshad, capo dell’ala politica della Fratellanza Musulmana, l’Islamic Action Front (IAF), capace di portare in strada centinaia di persone.

"Il re non può detenere il potere supremo. Vogliamo una vera democrazia, in cui sia il popolo a scegliersi i governanti".

Ad essere sinceri, Abdallah si trova a dover affrontare una moltitudine di sfide.

Da una parte crescono le richieste per una liberalizzazione della politica dall’IAF, il partito dominante nel paese, che mantiene un forte seguito tra i palestinesi senza diritti e che si troverebbe a guidare il paese sotto qualunque sistema veramente democratico.

Allo stesso tempo, il malcontento cresce all’interno della base storica del regime, e le tribù della sponda est del fiume Giordano, che si sentono uniche beneficiarie del pieno diritto in un sistema creato appositamente per loro, continuano a protestare per chiedere opportunità di lavoro e sviluppo locale. 

L’emergere di questa forza, che è alleata a elementi dell’apparato di sicurezza e che chiede un rafforzamento del tradizionale status quo, rappresenta la sfida più grande per Abdallah, fin dalla sua salita al trono.

Accogliere le richieste di questa opposizione divisa sarà difficile. Ogni mossa volta a dare maggior potere all’IAF colpirebbe direttamente gli interessi delle tribù giordane; al contrario, un consolidamento del potere delle tribù bloccherebbe qualunque avanzamento verso le riforme chiesto dall’IAF, sollevandone l’ira.

Anche se ci sono obiettivi comuni tra i giovani dalle due parti della barricata, la questione dell’identità divisa che spacca giordani e palestinesi torna farsi sentire.

A gennaio veterani militari hanno fondato un partito politico, la Jordanian National Conference, con una piattaforma politica incentrata tutta sul nazionalismo, sollevando ovunque tensioni.

Nel frattempo le casse dello Stato si svuotano e il paese si avvia pericolosamente verso la bancarotta, sempre più dipendente dagli aiuti stranieri per sostenere la spesa pubblica.

Mentre una riforma economica è necessaria, qualunque taglio di spesa provocherebbe la rabbia di diverse voci dell’opposizione. Uno dei primi atti del re in risposta al crescere degli scontri lo scorso anno è stato quello di alzare i salari del settore pubblico e i sussidi. Anche se gli aiuti economici provenienti dal Golfo hanno aiutato a superare le recenti sfide, il futuro finanziario del paese resta precario.

Quindi, in mezzo a queste sfide, l’umore dell’opinione pubblica si sta lentamente rivolgendo contro il re.

La barriera del silenzio, se non della paura, è stata rotta e anche se resta al potere, è difficile capire come Abdallah riuscirà a far tornare indietro le forze del cambiamento.

Più preoccupante è la mancata consapevolezza dell’ampiezza della crisi che il paese sta affrontando e imbarcarsi in un sistema trasparente, un consenso guidato e un programma onnicomprensivo di riforma – forse l’unico modo per affrontare le diverse sfide – minaccia di accrescere il malcontento popolare e potenzialmente di alimentare ancora di più l’instabilità.

Come si è già visto altrove, basta una scintilla.

Con le elezioni sia municipali che parlamentari fissate per quest’anno, diventerà presto chiaro se il re ha compreso veramente la situazione o se le modifiche ‘estetiche’ fatte per mantenere la stretta della monarchia sui poteri politici rimarranno all’ordine del giorno.

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13 febbraio 2012