Giordania: far cadere un governo è abbastanza facile, ottenere riforme meno

Mentre l’anno volge al temine, nei giorni scorsi mi sono messo a riflettere sugli eventi degli ultimi 12 mesi. In questo discorso sociale bipolare, in cui le persone di suddividono tra ottimisti e pessimisti, negativi e positivi, bianchi e neri, con noi o contro di noi, leali o sleali, questo o quello – ho tentato di fare del mio meglio per restare nel mezzo; lasciando che il realismo trionfasse sopra ogni cosa. Questa è forse la più grande lezione che personalmente ho appreso dalla leadership hashemita negli ultimi cinquant’anni o giù di lì.

 

 

traduzione di Marta Ghezzi

 

In questo senso, parlando in termini realistici, il 2011 in Giordania è stato come correre all’impazzata all’interno di un labirinto, solo per poi ritrovarti al punto di partenza con quell’inquietante senso di aver passato l’intero ultimo anno a correre in circolo.

Se dovessi desriverlo da un punto di vista emotivo, sarebbe esattamente così. Questo è il sentimento. Il realista che è in me guarda a questi 12 mesi più o meno nello stesso modo. Dai passi falsi pubblici al teatrino della politica, è incredibilmente difficile identificare qualcosa che si possa considerare come il più grande passo avanti sul fronte politico.

Guardano indietro, penso che alcuni dei punti di massimo dell’anno siano stati toccati dal popolo e da attori al di fuori del governo. Che si sia trattato di innovazione, imprenditoria, responsabilità civile, o informazione, la maggior parte dei passi avanti in questi campi è stata fatta dal basso verso l’alto, e fortunatamente, ce ne sono stati un po’. [...]

Parlando di sfera pubblica, c’è parecchio da dire.

Un Parlamento non rappresentativo votato con una legge elettorale ‘difettosa’ – una legge che per il re in persona deve essere rivista – continua a parlare in nome del popolo.

È questo stesso Parlamento che ha speso gran parte dello scorso anno litigando con se stesso e con due diversi governi a cui ha votato la fiducia.

È ancora lo stesso Parlamento che vuole emendare leggi di riforma e la Costituzione, portando avanti entrambi i processi a porte chiuse.

Abbiamo avuto due governi, lo scorso che ha passato gran parte del tempo tentando di venire a capo di un caso di corruzione del 2007 -  i traffici illeciti di un magnate poi condannato per corruzione - mentre tentava di portare avanti altri casi simili.

In effetti, la corruzione pare essere il filo conduttore dell’anno, ed è anche la parola apparsa con più frequenza sui cartelloni pubblicitari appesi dal gennaio 2011.

Il silenzio mediatico su questi casi ha fatto in modo che il popolo lavorasse solo di fantasia, e molte volte sbagliandosi, ma soprattutto, che le decisioni restassero all’interno delle stanze del potere, lontano dall’opinione pubblica.

Anche i risultati raggiunti dai memorabili ‘sfrozi riformisti’ del 2011 sono stati, nella migliore delle ipotesi, controversi, nella peggiore, una perdita di tempo: dalla possibilità per i pubblici ufficiali d’avere doppia cittadinanza, alle multe comminate ai media per aver parlato dei casi di corruzione, all’ingresso nel Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo (GCC) (o mancato ingresso), ecc.[...]

Tutto sommato, abbiamo assistito davvero ad un’espansione dello status quo, più che altro nel tentativo di stabilizzarlo e mantenerlo.

I più grandi passi avanti che hanno dato l’idea che qualcosa si muovesse sono state le dichiarazioni del re.

Ma a meno che non siate di quelli che credono che i problemi di questo paese si possano risolvere come per magia grazie alle parole del re, non credo che i discorsi da soli possano essere un buon indicatore di riforme o progresso.

Per le strade, la gente è dispersa. I manifestanti continuano ad essere poco coesi, con messaggi incoerenti. L’unico scopo raggiunto sul serio dai contestatori è stato di fungere da gruppo di pressione, ma in maniera del tutto non intenzionale.

Penso che ora sia chiaro per tutti ciò che era già abbastanza evidente circa un anno fa: far cadere un governo è abbastanza facile, ma chiedere riforme è un affare completamente diverso.

Necessita di organizzazione e consenso, cose piuttosto limitate in un paese come la Giordania dove un dibattito pubblico non è mai stato davvero parte del discorso nazionale.

Le riforme sono sempre state (e continuano ad essere) qualcosa percepito come cosa dello Stato, e più specificatamente, del re.

Sia i sostenitori dello status quo sia quelli che chiamano alle riforme – due gruppi agli antipodi – tendono a vederla così. E sfortunatamente, ci hanno visto giusto.

In un paese dove il patrocinio della corona e la dipendenza da questa prosperano e dominano in ogni istituzione, l’ambiente che emerge è quello in cui le riforme sono viste come dominio del re, perchè il re è l’unico che può davvero farlo.

Quindi, noi dove siamo? Abbiamo perso opportunità, tempo e energie lo scorso anno.

Ma cosa abbiamo guadagnato? Come popolo? Come paese? Dov’è la luce in fondo al tunnel? Dove sta il barlume di speranza? Cosa ci ha portato la Primavera Araba?

Secondo me, c’è stata un’importante conquista in questi tempi di sollevazioni, ed è l’enorme libertà di parola e espressione.

Di solito, durante tempi di minacce regionali, quando gli eventi attorno a noi rendevano davvero difficile per gli apparati di sicurezza del paese porre un freno alle frustrazioni interne, abbiamo potuto godere di momenti di sollievo.

È come una pentola a pressione, quando il vapore esce tutto assieme, arrivato ad un certo limite. Le proteste sono autorizzate, la gente si fa sentire, e perfino i media diventano più sfrontati.

Ma non appena le cose nella zona si sistemano, tutto torna alla normalità. È una piccola finestra per prendere una boccata d’aria, e la maggior parte della gente ci si lancia proprio con questo scopo.

Ma questa volta, la finestra sembra sia rimasta aperta. La Primavera Araba l’ha resa una realtà. E facendo questo, i limiti non sono solo stati oltrepassati per brevi istanti, ma sono stati spostati più in là, quando non completamente distrutti.

E ancora più importante, la cultura della paura sta lentamente sbriciolando. Continuano ad esserci reazioni violente, sia politiche, che delle forze di sicurezza e sociali – ma l’erosione sta avvenendo.

Ci sono cose di cui oggi si può liberamente parlare che solo un anno fa non era nemmeno ipotizzabile venissero discusse pubblicamente.

Quindi cosa significa tutto questo per la Giordania?

L’ottimista che c’è in me spera che si tradurrà nella creazione di nuovi movimenti, nuove alternative, nuove voci, nuove mobilitazioni, e, speriamo, in una era di organizzazione ‘comunitaria’.

Qualcosa già stava succedendo in piccolo, se non completamente di nascosto, già prima del gennaio 2011, ma lo scorso anno ha dato la spinta per uscire allo scoperto, per muoversi, per organizzarsi.

Dibattiti aperti e scambi di idee hanno luogo in una maniera semplicemente impensabile solo un anno fa.

Se infatti un anno fa ci lamentavamo che la rete era una bolla di dibattiti politici che avremmo preferito vedere nella realtà ‘offline’, negli scorsi mesi siamo stati accontentati, e per una volta il mondo reale e quello virtuale si somigliano come non mai.

È una conquista incredibile in termini di progresso sociale e politico, ed è ironicamente proprio quella conquista che lo Stato dovrebbe avere il buon senso di preservare senza intervenire nella solita maniera oltraggiosamente violenta. [...]

Il paese si sente ancora diviso [...]. I movimenti non hanno ancora ben chiaro quello che stanno facendo e sono bloccati in una logica di reazione piuttosto che di azione.

Ma spero che la finestra di opportunità resti spalancata, o almeno aperta il tempo necessario al paese per superare questo punto cruciale e arrivare ad un piano comune. È una riforma che continua lentamente dal basso verso l’alto, invece che in senso opposto, e sta preparando il terreno per quello che verrà.

Portare le persone a discutere, dibattere o anche solo a interessarsi delle questioni di politica locale solo un anno fa era una cosa impensabile. Quest’anno il dibattito pubblico è cambiato. È caotico e allo stesso tempo pungente. Ma sta succedendo. E questo è l’importante. Questo è il prerequisito.

 

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9 gennaio 2011