Fotografia e conflitto: come i media costruiscono la drammaticità
“Ogni rappresentazione per immagini si tiene in bilico su un filo sottilissimo, e può sbilanciarsi sia verso una derealizzazione alienante sia verso una creatività liberante. […] Bisognerebbe rinunciare a qualsiasi generalizzazione, a qualsiasi posizione dogmatica, e valutare con prudenza le immagini nella loro propria realtà”. (Wunenburger)
di Paola Sarappa
In una società bombardata ogni giorno da immagini provenienti dal tutto il mondo, spesso non si tiene conto di chi quelle immagini le produce.
Chi c’è dietro i media e, nel caso specifico, dietro la macchina fotografica che ci permette di osservare luoghi per i più proibiti e proibitivi, come per esempio un paese in guerra? Questo è l’interessante studio svolto da un giovane fotografo italiano, Ruben Salvadori, in un essay intitolato "Dietro le quinte del fotogiornalismo".
Salvadori che, come dichiara nel video, ha studiato antropologia, dopo aver iniziato a collaborare per un’agenzia israeliana come fotografo ha spostato la sua attenzione, o per meglio dire il suo obiettivo, dalle manifestazioni di protesta (a Gerusalemme est, dopo la preghiera del venerdì), al gruppo dei fotografi internazionali presenti sul posto.
Con spirito ironico e spensierato, ma soprattutto grazie a una intelligente contrapposizione di immagini contrastanti, il giovane fotografo sostiene che molto spesso un’immagine è qualcosa di 'costruito' secondo i rigidi schemi imposti dal mercato, e non assolve al fine fine ultimo di documentare quello che sta realmente accadendo.
È così che ci si dovrebbe rendere conto di quanto sia importante formarsi e utilizzare uno spirito critico nel momento in cui si decide di sfogliare un giornale o navigare nei meandri della rete. Gli ostacoli e le trappole sono innumerevoli e spesso non si ha il tempo o l’occhio allenato per discernere tra le cose.
Come afferma Ruben Salvadori durante la presentazione del video: “Questo progetto è un intento di giocare con la creazione e la distruzione della drammaticità, rompendo il tabù del fotografo invisibile e includendolo nell’immagine, mostrando quindi come la massiccia presenza dei media porti il conflitto a diventare una sorta di show, in cui il fotografo è un attore e ha il suo ruolo”. Inoltre, aggiunge che le apparecchiature utilizzate dagli operatori “hanno la loro influenza sui soggetti che ritraggono, non passano inosservati”.
L’obiettivo del fotografo può essere l’unico modo per il soggetto ritratto di inviare un messaggio, anche forte, al resto del mondo. Ne consegue che nessuno potrà mai essere completamente naturale nel momento in cui è consapevole di essere fotografato. Basta questo per rendere la foto non più raffigurante una realtà incontaminata ma portatrice, nel bene e nel male, di un messaggio.
Il video chiude con una serie di immagini che raffigurano atteggiamenti tipici di un fotogiornalista sul campo: dal dover discutere con le forze dell’ordine che cercano di allontanare tutti, al riposarsi dopo una giornata di duro lavoro su un giaciglio di fortuna.
In ultimo, un’immagine di un fotografo musulmano che ogni giorno dopo essere arrivato sul posto, posa la macchina fotografica, si inginocchia e si unisce alla preghiera pomeridiana: questo per sottolineare, ancora una volta, come la macchina fotografica non è un’entità a sé stante, ma nasconde sempre e comunque un essere umano.
26 ottobre 2011
