Forum Pace/E' ora che il Movimento esca dal ghetto
“Far uscire il Movimento pacifista dal ghetto”: la parola d’ordine, in un sabato mattina di assemblea a Porta Futuro, sembra questa. È la seconda giornata di lavori del Forum Nazionale per la Pace in corso a Roma.
di Cecilia Dalla Negra
L’assemblea plenaria è partecipata, il dibattito intenso: è la restituzione del lungo lavoro svolto nella giornata precedente nel corso di 7 laboratori in cui sono state affrontate questioni stringenti, nel tentativo di trovare risposte concrete, adeguate alla varietà di anime che compongono il Movimento pacifista in Italia.
Spunti comuni dai quali partire per tentare di rispondere a una domanda su tutte: quale possa essere, in questa fase di crisi economica, politica e sociale, il contributo di chi vuole la pace e per essa si impegna e lavora, sia a livello internazionale che sui propri territori.
Un tentativo di analizzare il ruolo attuale del movimento per la pace alla luce dei principali conflitti nell’area del Mediterraneo e non solo, in una fase in cui l’attenzione, politica e mediatica, sembra rivolta tutta all’interno, chiusa su se stessa.
“Incontrarsi, conoscersi e costruire”, come nell’intento degli organizzatori, per elaborare strategie comuni, risposte adeguate.
Torna ad interrogarsi su se stesso il movimento, a incontrarsi per fare i conti con anni di lavoro, attivismo e impegno che, pur con tutte le conquiste sui territori, non è stato capace nell’ultimo decennio di elaborare strategie di lungo periodo capaci di farlo uscire dallo schema dell'intervento emergenziale.
Guerre entrate a far parte dell’agenda politica di Stati e governi, l’alternativa possibile sfumata dal panorama dall’orizzonte collettivo, e un movimento che ha la responsabilità di proporre obiettivi praticabili a un’opinione pubblica anestetizzata.
Tutto intorno, come un sottofondo comune, un “mondo” uscito dalle agende internazionali e scenari sempre più complessi e di difficile decifrazione: la Libia ieri, la Siria oggi.
Una “crisi” a tutto campo che, di fatto, ha investito anche il Movimento per la Pace.
Se tra le criticità evidenziate c’è quell’auto referenzialità nella quale spesso il movimento incappa, la debolezza di un messaggio che dovrebbe invece investire le pubbliche opinioni con la forza del suo contenuto, la difficoltà nel districarsi nel mondo dell’informazione; ecco che le proposte concrete non tardano ad arrivare.
Rendere permanente, per prima cosa, l’appuntamento del Forum Nazionale della Pace: un modo per garantire quella continuità necessaria a mantenere viva l’analisi e puntuale la proposta.
Il potenziamento delle campagne esistenti, che hanno unito tante realtà su obiettivi comuni, come quella contro l’acquisto di armamenti, e la creazione di un “calendario della pace”: un’agenda politica civile e alternativa che, in Italia in modo particolare, sia capace di costruire “altre” ricorrenze.
Ricordare i diritti umani, celebrare “un altro 2 giugno” – “che onori davvero la res publica, non i mezzi militari” spiegano dal palco – e rendere appuntamento fisso anche una giornata globale della nonviolenza.
Al centro di tutto, l’educazione: mettere in cima alla lista delle priorità del Movimento la necessità di educare alla cultura della pace e della nonviolenza, inserendo nei piani di offerta formativa scolastica laboratori e approfondimenti che servano alle nuove generazioni ad eliminare, definitivamente, la mentalità militarista.
E ancora, difendere e dare risalto alla pratica del servizio civile, costruendo una Scuola internazionale per la Pace che approfondisca la formazione nonviolenta e incoraggi l’istituzione dei Corpi Civili di Pace – “magari nell’area de-militarizzata di No dal Molin a Vicenza”, suggerisce qualcuno.
Condividere infine gli strumenti della comunicazione orizzontale, per tentare di aggirare quel “muro del silenzio” imposto su alcuni temi dal sistema massmediatico.
Tra le proposte che hanno chiuso l’assemblea anche quella di dedicare idealmente il Forum a Mahmoud Sarsak e Akram Rikhawi, prigionieri politici palestinesi in sciopero della fame ormai da settimane nelle carceri israeliane.
Una mattinata utile per condividere il confronto della giornata precedente, e di cui si dice soddisfatta anche Martina Pignatti Morano, neo-presidente della Ong “Un ponte per…”, tra le promotrici del Forum romano.
“La diversità dei punti di vista emersa nei gruppi di lavoro – spiega – è il segnale che siamo stati efficaci nel mettere insieme organizzazioni e movimenti diversi, ma individuando forze sociali capaci di lavorare per obiettivi unitari".
"Ci sono tutte le basi, mi pare, per unire le reti e realizzare campagne finalizzate a obiettivi concreti e raggiungibili, proseguendo sulla traccia di esperienze che hanno riscosso successo e visibilità - penso alla campagna contro gli F35 - ed elaborando proposte costruttive, come ad esempio quella di Interventi Civili di Pace come modalità alternativa alla gestione dei conflitti”.
Tentare insomma di essere più forti nella concretezza, senza dimenticare il ruolo che il movimento deve assumersi. “In questi giorni abbiamo ricordato che oltre ai conflitti all’estero abbiamo anche grandi responsabilità per intervenire nei conflitti interni al nostro paese: tutti insieme dobbiamo difendere il servizio civile come modalità di difesa nonviolenta della patria; arginare la mafia come sistema che permea non solo la società, ma anche le istituzioni e il sistema economico".
"Ecco, questo Forum – conclude il presidente di Un ponte per... – può essere il punto di partenza di un percorso orizzontale che sperimenti nuove metodologie per far fronte alla crisi, superando personalismi e differenze per concentrarsi su obiettivi comuni. La drammaticità del momento ce lo richiede”.
9 giugno 2012
