Egitto: tra elezioni e proteste, l'incognita della 'transizione'
In Egitto una seconda, lunga e determinata fase di contestazioni sembra aver disorientato ancora di più che in passato gli analisti, mentre il processo elettorale prosegue. Ne riflettiamo con Gennaro Gervasio, professore alla British University del Cairo, che sta seguendo in prima persona gli avvenimenti di questi ultimi mesi.
Le elezioni sembrano oggi più che mai un’incognita, non tanto negli esiti quanto nel momento politico e sociale nel quale si inseriscono.
Guardando alla situazione attuale in Egitto, diciamo che non posso non notare come negli ultimi mesi il dibattito, nonché la sua rappresentazione, fossero stati completamente dominati dal processo elettorale. Una cosa comprensibilissima: si diceva che queste sarebbero state le prime elezioni post-autoritarie o democratiche, quindi tutta la comunità politica e parte della società civile si è mobilitata su questo fronte.
Effettivamente gli eventi degli ultimi giorni hanno evidenziato un vizio di fondo di questo processo elettorale.
Osservatori esterni hanno già sottolineato come oggi in Egitto si parli di elezioni in un contesto istituzionale che è mutato solo relativamente. Molti studiosi anglosassoni hanno già fatto notare che il potere oggi sia ancora di fatto nelle mani del Consiglio supremo delle forze armate, che è un’emanazione del vecchio regime. Questo compromette alla base la possibilità di parlare di qualsiasi processo di transizione democratica.
Cosa dicono invece quegli attori “interni” con i quali tu sei quotidianamente in contatto?
In Egitto alcuni gruppi essenzialmente laici, che sono stati tra i maggiori promotori di quelle manifestazioni poi sfociate nella rivolta, o rivoluzione, di gennaio-febbraio, hanno capito che bisognava continuare ad esercitare une forte pressione. Piuttosto che dedicarsi esclusivamente alla costruzione del nuovo Egitto era necessario stare attenti alla demolizione del vecchio Egitto.
Anche all’interno tuttavia il fronte di opposizione ai militari è fortemente vario nelle soluzioni proposte.
Fra le più pessimiste troviamo un fronte variegato composto da alcuni militanti dei Socialisti rivoluzionari, dalla corrente di “Rinnovamento socialista, dalla sinistra più in generale e non solo. Parlano apertamente di boicottaggio del processo elettorale, in quanto mancherebbero le condizioni essenziali per garantire un loro svolgimento democratico. Citano come esempio il rifiuto dei militari di permettere il monitoraggio internazionale.
Si tratta di una delle più antiche richieste della società civile, portata avanti sin dall’epoca del grande boicottaggio delle elezioni del 1990. Una battaglia che fu fatta propria in diverse tappe da tutte le forze politiche, dai Fratelli musulmani ai partiti di opposizione “decorativa” più vecchi, e contagiando anche l’ala riformista del Partito nazionale democratico [PND]. Mi riferisco in particolare ad Hossam Badrawi che è stato l’ultimo segretario generale del PND nominato da Mubarak in piena rivolta.
Quali altre posizioni troviamo tra i movimenti che per primi sono scesi in piazza lo scorso mese di gennaio?
Il Movimento dei giovani del 6 aprile ha dichiarato di non volersi presentare alle elezioni in corso, ma di voler esercitare un’azione di controllo, di monitoraggio. Hanno deciso quindi che preferire il ruolo di garanti. Una delle loro priorità sembrerebbe quella di impedire ad esponenti del vecchio regime, ancora numerosissimi, di fare politica per un periodo dai 3 ai 5 anni. Si tratta di una soluzione che ricorda molto la vecchia legge sull’isolamento politico promulgata da Nasser all’inizio degli anni Sessanta. All’epoca lo scopo era quello di impedire a coloro che avevano partecipato al sistema monarchico di rientrare in gioco.
Infatti, grazie a quella legge, il nuovo regime poté occupare tutto lo spazio politico. Oggi il dibattito verte su chi escludere ed in che senso. Se per esempio ci si riferisce solamente ai diritti politici attivi o anche a quelli passivi.
Certo è che i continui cambiamenti in seno alle differenti alleanze elettorali non hanno facilitato l’elaborazione di un percorso chiaro. Se confrontiamo il caso egiziano con quanto prodottosi in Tunisia o con quanto sta avvenendo nella stessa Libia, la road map verso la democrazia è stata quantomeno confusa.
A chi dovremmo attribuire la responsabilità di questo processo così contraddittorio?
Non mi sentirei di accusare soltanto l’esercito Per due motivi: anzitutto perché è stato sin da subito evidente che l’esercito avesse poco interesse a velocizzare il passaggio di potere a delle istituzioni realmente rappresentative.
Secondo, perché credo che il popolo egiziano abbia non solo riposto troppa fiducia nell’esercito, ma che lo abbia addirittura caricato di troppe responsabilità. Anche se volessimo riconoscere ai militari un ruolo di difensori della rivoluzione nel momento decisivo, attribuirgli addirittura la funzione di guida del processo di transizione credo sia stato eccessivo.
Possiamo quindi affermare che, in parte, anche la popolazione e i militanti hanno commesso degli errori di analisi?
In parte sì. Soprattutto all’inizio i militanti hanno deciso di lasciar correre sull’attribuzione di poteri così importanti al consiglio supremo delle Forze armate. Da una parte, credo, perché sentivano di avere il polso della situazione e che non gli sarebbe sfuggito di mano. Allo stesso tempo temevano a mio avviso di “bruciarsi” ed hanno quindi deciso di mantenere un basso profilo.
Gli attivisti quando hanno cominciato a percepire che il corso della rivoluzione stava prendendo una direzione diversa da quella da loro prospettata?
A mio avviso il momento decisivo è stato quando l’esercito ha imposto il referendum [sugli emendamenti da portare alla Costituzione]. L’imposizione del referendum si è tradotta nella divisione immediata del campo politico che si era trovato in una situazione di miracolosa unità durante la rivolta. Dal mio punto di vista andava rifiutato tout court, ma così non è stato.
Entriamo nel dettaglio del referendum. Ci sono delle persone che ancora oggi lo considerano illegittimo.
Era giuridicamente illegittimo. In precedenza la Costituzione era stata dichiarata nulla dall’esercito stesso, nonché da quella commissione di giuristi da lui nominata e che aveva a capo Tareq al-Bishri. Che senso aveva quindi portare avanti addirittura un referendum per proporre degli emendamenti a quel testo costituzionale; era quasi un controsenso.
Come dobbiamo interpretarlo allora, in quella delicata fase post-rivoluzionaria?
L’intenzione dei militari, a mio avviso, era di verificare quali forze politiche fossero interessate ad una collaborazione diretta o ad un’alleanza con l’esercito, e quali invece no.
Ed infatti il campo politico si è diviso. Con gli ex-PND [Partito Nazional Democratico, oggi disciolto, era il partito di Mubarak ] e gli islamisti, che subito hanno sostenuto il referendum. Per comprendere la scelta di questi ultimi dobbiamo pensare al referendum come al primo atto pubblico che li ha resi legittimi e visibili. Per la prima volta si sono potuti chiamare con il loro nome e rivendicare una propria posizione politica. Una polarizzazione che da quel momento ha rotto il fronte unitario iniziale e complicato il processo di transizione.
Le dinamiche di polarizzazione e divisione interne alla società egiziana sono un dato di fatto, e sono state sfruttate dal potere sin dall’epoca di Sadat. Lo stesso Mubarak ha sempre giocato al binomio islamisti contro laici e viceversa. Solo nell’ultimo periodo ha deciso di allontanarsi da entrambi.
Il referendum ha rappresentato quindi un momento decisivo. Senza quella polarizzazione forse il processo di transizione si sarebbe svolto in maniera più rapida. E’ stata la prima occasione mancata.
Continua…
29 novembre 2011
In piazza Tahrir ormai da una settimana ci sono centinaia di migliaia di persone di diverse estrazioni sociali, età, appartenenti o meno a partiti politici e a movimenti. C’è una società variegata che si riconosce all’unanimità nella volontà di sostituire il potere del Consiglio superiore con un governo civile.
La situazione a piazza Tahrir è fuori controllo. La leadership unita dello scorso febbraio non c’è più. Fratelli Musulmani e Salafiti si oppongono alle condizioni imposte dall’esercito sugli emendamenti extra-costituzionali, e hanno preso il controllo delle proteste che loro stessi avevano avviato.
Molti dei manifestanti di piazza Tahrir sono stati gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tante le persone ricoverate con sintomi di asfissia e reazioni allergiche, senza contare i traumi al volto e agli arti provocate dalle "armi" made in Usa.
Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.
Attraversato il ponte dei due leoni, si possono già sentire le voci dei manifestanti, il frastuono delle persone che accorrono sempre più numerose in piazza Tahrir, la piazza simbolo della proteste del 25 gennaio, quella che ha visto la caduta del rais.
Come è cambiata la vita in Egitto dopo la rivoluzione, e che cosa succederà alle elezioni parlamentari in programma alla fine del mese? Ce lo racconta David Ignatius sul
"E' forse un segno di questi tempi che la nostra percezione dei moti arabi sia stata accompagnata da un profondo senso di ansia. Se infatti abbiamo guardato alle rivolte come esempi suggestivi di un cambiamento politico, fin dall'inizio le abbiamo percepite anche come delle rivoluzioni fragili".