Egitto: "Tahrir", intervista a Stefano Savona

"Liberation Square", l'ormai celebre piazza Tahrir, tra ironia, dramma, emozione e speranza, nei giorni della rivoluzione egiziana. Intervista al regista Stefano Savona, che ha presentato il suo documentario all'Accademia di Francia di Roma.
 
 

 

 

di Angela Zurzolo

 

Erano giorni decisivi, quelli fra il 29 gennaio e il 12 febbraio in piazza Tahrir, al Cairo. E Stefano Savona era lì, con la sua telecamera, a seguire lo stupore della gente, tra la folla.

"Mio Dio! Questa è una rivoluzione!", dice una ragazza. Una rivoluzione pacifica però, perchè "la vittoria arride a chi ha pazienza!", come ripete qualcuno. Sono i primi giorni di manifestazione e si teme che arrivino i carri armati, ma la piazza stupisce.

"Mubarak, nella tomba con gli altri faraoni!", cantano. "Riposati vecchio, sei più vecchio di un mamelucco!", "facciamo presto, prima che quello si venda il Nilo con tutta la diga!", "ma l'hai ereditato questo paese? Pensi sia la fattoria di tuo padre? Ma che fai? Non capisci? Vattene vuol dire vai via!": il documentario racconta la rivoluzione di un popolo che ama da sempre l'ironia, anche nei momenti più difficili. Gli stessi vissuti anche da Stefano Savona, come quando la gente ha iniziato a staccare le pietre dall'asfalto e i cecchini sparavano dai tetti.

"Era un continuum, l'ironia e il dramma sono due aspetti della stessa cosa". Il primo piano sulla donna che, ferita e stesa a terra, nella notte, muove lentamente le labbra per ripetere le preghiere pronunciate dalla piazza, esprime bene il complesso movimento di emozioni e sentimenti che ha alimentato lo spirito degli egiziani in quei giorni. Un vortice di avvenimenti che rischiava di risucchiare anche Stefano Savona, che si è anche trovato in prima linea, in mezzo alla massa umana che correva.

"In quel momento bisognava più che altro pensare a lavorare. Nel momento in cui hai una telecamera in mano, non ti rendi conto dei pericoli. In qualche modo, sei troppo occupato a fare altre cose. In questo senso, si rischia di più, però si ha anche meno paura. Essere lì a rischiare la vita e poi trovarsi un'immagine non a fuoco, quello sì che sarebbe un vero peccato!".

Anche perchè, la gente in piazza voleva essere ripresa. "Non c'è stato nessuno che si sia rifiutato. Scoperto che avrebbero visto le immagini solo dopo sei mesi, hanno voluto vedere il primo montaggio del documentario. Mi hanno aiutato e dato spiegazioni. C'è stata una comprensione assoluta nei confronti del mio lavoro. Loro stessi su internet avevano visto il mio lavoro fatto a Gaza, c'era una fiducia reciproca. Si fidavano di me e io mi fidavo di loro. E fidandomi, ho fatto delle cose che non avrei mai fatto", spiega il regista, riferendosi a quando si è affidato ad un uomo che lo ha condotto in una prigione provvisoria.

"Sembrava uno dei capi della rivoluzione. Dava ordini per spostare le barricate. Si è offerto di guidarmi. Mi mette un cartello segnaletico sulla testa, perchè tiravano le pietre. Una molotov, quella bomba dovrebbe esplodere", dice il regista. Si fidava di quell'uomo. Solo dopo, ha scoperto che in realtà non era proprio un 'pezzo grosso' della rivolta. "Davo ordini ma insegno alla scuola media. Io non riesco nemmeno ad alzare la voce in classe, infatti gli studenti neanche mi ascoltano!", gli aveva raccontato.

Era stato in piazza per sole sette ore, poi, sua madre lo aveva rinchiuso in casa. "Ed io, ho sostanzialmente messo la mia vita nelle sue mani!", racconta il regista divertito. Eppure, in piazza Tahrir Stefano Savona ha sfiorato l'arresto per spionaggio: "Stavo filmando Noah, la ragazza con l'hijab, davanti a un carro armato, seduta accanto ad una signora totalmente velata. Una donna ha detto: stai filmando quella ragazza perchè vuoi fare credere che siamo tutti fondamentalisti al mondo occidentale! Era un momento di stanchezza e di tensione, ho risposto  innervosito. Errore madornale.
Avevo fattp una grande stupidaggine e ho iniziato ad allontanarmi piano. Mentre mi allontanavo, vedevo un signore che chiamava una decina di baschi rossi militari".

L'amicizia con i protagonisti del documentario, però, gli è stata vitale: "Il nostro rapporto era già solido perchè loro sono riusciti con una forza impressionante a convincere la folla inferocita e a non prendermi e consegnarmi alla polizia. Sono andato via, poi ho chiamato Noha. Non rispondeva. La polizia l'aveva interrogata per quattro ore. Ero prostrato dalla vergogna. Lei ha detto semplicemente: oggi abbiamo imparato una lezione".

Di donne nel documentario ce ne sono tante. Alcune delle quali impegnate a progettare il dopo Mubarak, discutendo di Costituzione, stato d'emergenza, e della necessità di costituire un Consiglio di transizione.

Stefano Savona racconta: "In piazza convivevano tranquillamente donne non velate e completamente velate. Dopo la rivoluzione, sono tornato ed è impressionante quante donne velate e vestite di nero ci siano. Questa è l'influenza dell'islam wahabita. Secondo me, queste donne c'erano anche prima, ma non si vedevano. Adesso, con la rivoluzione, tante coppie escono".

Tra la gente dei giorni di Tahrir, un vero e proprio forum di idee. In una piazza in cui "tutti conoscevano tutti e non c'erano più rapporti privati", non si condividevano solo le opinioni. "Sono arrivato con una tenda che appena ho messo a terra, è stata occupata da un estraneo. Chiunque arrivasse in piazza arrivava con molto cibo".

Stafeno Savona ha scelto di seguire la storia di alcuni giovani e attraverso i loro occhi ha vissuto la rivoluzione. I fondamentalisti sono rimasti fuori dalla scena, anche se s'intravvedevano sullo sfondo. Ma c'erano nei discorsi dei ragazzi, che si interrogano sui salafiti e sui Fratelli musulmani.

"Il capo dei salafiti oggi ha pregato per noi, sono un liberale ma apprezzo il suo gesto", dice un ragazzo. "I Fratelli musulmani cercano un compromesso. All'epoca del mandato inglese stavano con il re. Hanno sempre fatto i loro interessi", incalza un altro giovane. "Non so di loro che quello ce dice il regime. Ma noi vogliamo uno Stato laico", sottolinea una donna.

Un documentario intenso e ricco di sfumature. Durante i giorni di Tahrir, il regista di "Liberation Square" ha raccolto ben trenta ore di riprese. Gli abbiamo chiesto se gli sia dipiaciuto sacrificare tante immagini: "No, alla fine, tutto sommato, è stato raccontato tutto. In piazza i discorsi erano infiniti, ma ne ho inseriti davvero molti nel film".

Il documentario si chiude tra paure e dubbi. Perchè? "Perché è ciò che realmente successo il 'giorno dopo' le due settimane trascorse in piazza Tahrir, e quindi mi sembrava necessario mostrarlo. La fine non era una vera fine, ma un nuovo inizio, che non sappiamo come andrà a finire". "Mi
interessava che fosse appunto dopo i titoli, proprio come una coda, perchè non si dicesse 'il film non è finito'. In qualche modo, quella storia è finita, la storia di quelle due settimane di Tahrir ha un suo inizio e una sua fine ed è questa parabola, anche astratta".

E se gli si domanda quale sia il momento del film che esprime meglio tutto ciò che è stata la rivoluzione, Stefano Savona risponde con estrema sicurezza: "Quando danno il benvenuto a quelli che non hanno ancora combattuto e li fanno venire e dicono loro: benvenuti agli eroi! Quella scena lì è secondo me la scena chiave".
 

 

7 novembre 2011